COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
Aumentano a
livello esponenziale i problemi dei più piccoli che somatizzano tutto,
incorporando nella loro persona le difficoltà della loro famiglia. Abbiamo
bambini con sempre maggiori disturbi. Qualche semplice rimedio.
«Sono stanca di vivere» ha detto una bambina, con tutta la serietà dei suoi cinque anni, ai genitori sbigottiti. Una bambina assolutamente normale, ben inserita in una famiglia benestante. Solo una scintilla, in fondo, di un fuoco ben più significativo che insidia i più piccoli, oggi. Bambini carichi di cose, circondati di comodità, ben nutriti e ben vestiti, ma soli e confusi. Sui giornali si rincorrono statistiche sull’aumento dei bambini che consumano tranquillanti o affollano gli studi psichiatrici. E' allarme sociale: ormai uno su cinque manifesta specifici disturbi d'ansia. Ansia da separazione. Ansia generalizzata. Fobie specifiche. Fobie sociali. «Le cause… sono da ricercare tutte nella storia di questi ragazzi e dei loro genitori. Legati alla storia dei nostri tempi», dice Francesco Maria Guzzetta, neuropsichiatra infantile. Poi spiega: «Il cambiamento della nostra società è stato segnato dal passaggio dalla civiltà contadina e insieme dalla mutazione del matrimonio che è completamente diverso oggi da com'era trent'anni fa. E che si riflette quasi sempre in maniera negativa sul bimbo per via di assenza di sicurezze, certezze, serenità».
I matrimoni cambiano. I divorzi e le separazioni esplodono. E i piccoli somatizzano: con crisi di pianto disperato, agitazione psicomotoria, pipì a letto, nausee, vomito. I più grandi non piangono, ma per l'ansia da separazione non dormono, hanno gli incubi, svengono, sentono palpitazioni e senso di vertigini. Ma non finisce qui. Al disturbo di ansia da separazione si alterna quello di ansia generalizzata che in medicina viene chiamato iperansioso e che nei ragazzini si trasforma nell'iperattività neurovegetativa, tensione motoria, palpitazioni, sudorazione e ridotta capacità di concentrazione per colpa di quel terribile senso di «un nodo alla gola» o di «testa vuota». Bambini con disturbi del sonno, alimentari o della parola, bambini depressi, bambini iperattivi, bambini “divorziati”, bambini ricattati, annoiati, solitari e asociali, bambini “pacco”. La nostra società ha male all’infanzia? «Basta entrare in punta di piedi nella vita quotidiana di tante famiglie» scrive la pedagogista Pina Tromellini «per notare ciò che avviene dietro una parvenza di perbenismo alimentata da adulti che paiono non riflettere sui problemi. La famiglia in alcuni casi è diventata un'aggregazione di individui tenuti insieme da ragioni tutte diverse; scarso è il rispetto dell'altro, specie del bambino... I grandi non hanno tempo per far capire ai piccoli l'ordine delle cose, il succedersi dei gesti, il perché di quanto avviene. Nella fretta quotidiana piccoli e grandi sono travolti da un ciclone di incombenze. Le attività extrafamiliari sono assillanti; il mantenimento della qualità professionale assorbe le menti e le energie; la casa deve essere presentabile agli amici, ma scarsi sono gli spazi per l'infanzia; l'immagine individuale e sociale esige cure continue… Il tempo da dedicare ai figli è di conseguenza quasi inesistente».
Nelle famiglie “formula uno” svanisce uno degli aspetti più importanti del sistema preventivo. Quello che un cinquantenne esprime così: «I miei genitori erano protezione, fiducia, calore. Quando penso alla mia infanzia, sento ancora oggi la sensazione del calore su di me, dietro di me e intorno a me, provo questo meraviglioso sentimento di vivere non ancora per conto proprio, ma di appoggiarsi interamente, con anima e corpo, agli altri, che si addossavano il peso della mia vita. Sono corso attraverso pericoli e atrocità come luce che penetra in uno specchio. Questo è ciò che io definisco la fortuna della mia infanzia, quella magica armatura che, una volta messa addosso a qualcuno, garantisce protezione per tutta la vita».
La magica armaturaè costituita prima di tutto dall’orizzonte rassicurante di un progetto, nel quale il bambino si sente soggetto amato, partecipe e protagonista. Dalla capacità dei genitori di costruire uno spazio e un tempo “organizzati”: il bambino si aspetta dall’adulto un appoggio per orientarsi in un tempo amato e sicuro. E’ tutto il contrario del disordine e della precarietà che minano la pace di tante famiglie. Il tempo per un figlio deve essere un compagno gradito, fatto di “prima” e “dopo” che scandiscono la giornata in modo da formare un riferimento rassicurante. I bambini sentono l’esigenza di tappe certe e rassicuranti, in caso contrario cominciano a piagnucolare: «Che cosa faccio adesso? E dopo che cosa facciamo?». E’ altamente educativa la capacità di creare occasioni, gesti, momenti semplici che segnano la scansione e la ricchezza della giornata.
Ai bambini piace sentirsi spiegare: «Verso le sette papà sarà qui e mentre io preparerò la cena, tu potrai giocare con lui. Dopo la cena guarderemo Tom e Jerry e poi…». La motivazione più importante è infondere tranquillità nella giornata dei figli. Questa tranquillità si riverserà anche sui genitori. E i bambini imparano che il futuro è qualche cosa che si progetta e costruisce insieme, che non costituisce un assillo, e si può facilmente dominare. Un orario anche imperfetto, inoltre, rende presenti i genitori anche quando non sono in casa. La scansione del tempo deve prevedere le ore del gioco e quelle del dovere: i bambini devono avere piccoli compiti (che poi vengono sempre verificati), alcuni momenti quotidiani di tempo condiviso e magari anche dei piccoli spazi di tempo da decidere autonomamente. I figli devono però sempre sentire che esiste un itinerario di crescita lungo il quale sono accompagnati dalla mano ferma di un adulto. Gli ultimi momenti della giornata possono diventare quelli del raccoglimento e magari del ringraziamento: un breve momento di preghiera e di quiete, qualche piccolo rito aumentano la sicurezza e il calore utili a piccoli e grandi.
COME DON BOSCO -il genitore
di Marianna Pacucci
Gli adulti maturi di oggi sono gli adolescenti di ieri. E’ stato tutto un fallimento? E’ proprio vero che i genitori di oggi non sanno più educare e i loro figli siano tanto malconci?
La mia generazione (quella che è stata adolescente nel Sessantotto ed è diventata adulta nei tenebrosi anni Ottanta) è cresciuta con il peso di una grande insicurezza. Siamo diventati grandi mentre intorno e dentro di noi crollavano tante certezze e si perdevano i criteri abituali di orientamento culturale e morale. I nostri genitori, che si erano affannati per allevarci in modo sereno, sono stati ripagati da risultati imprevisti e sicuramente frustranti. Ma tutto questo non ha rappresentato, in termini assoluti, un fallimento: molti con grande fatica, hanno cercato di costruire nuovi punti di riferimento adeguati alla nostra spasmodica ricerca di un senso della vita. Siamo, comunque, approdati a un impegno teso a dare significatività al quotidiano. E se è vero che siamo sempre in corsa e che ogni giorno dobbiamo pazientemente tessere e ritessere le connessioni fra lavoro e famiglia, amici e impegno sociale, politica e fede, il risultato non è da buttare: tutto sommato, la maggior parte di noi ha un’esistenza sostenibile. Abbiamo perfino imparato a scommettere sulla possibilità di rendere più vivibile la nostra società attraverso tante forme di militanza, non ultima quella di avere figli (una scelta che abbiamo affrontato con paura, ma anche responsabilmente, e non soltanto perché consapevoli che il nostro paese ha gravissimi problemi demografici) e di offrire loro la nostra travagliata esperienza. Ora ci dicono che non siamo granché come genitori, che le nostre insicurezze si sono riversate sui figli e stanno condizionando in modo irreversibile la loro crescita. Non è il modo migliore di aiutarci a interpretare il nostro ruolo! Siamo stati colpevolizzati, quando eravamo giovani, da una società che non voleva condividere la nostra voglia di innovazione, e rischiamo di essere sanzionati oggi da chi vuole addossarci il peso delle fragilità dei nostri bambini.
A me non sembra che i ragazzi di oggi siano così malconci come si dice: se è vero che uno su cinque è in situazione di crisi (ma quanti lo erano cinquanta anni fa, quando mancava la totale attenzione verso i problemi dell’infanzia e dell’adolescenza?), tutti gli altri, a quanto pare, riescono in qualche modo a far fronte all’insicurezza dei tempi con grande realismo, imparando a contare su se stessi quando le dipendenze affettive rischiano di diventare soffocanti e deresponsabilizzanti; inventando nuovi strumenti di navigazione esistenziale che siano commisurati alle difficoltà familiari, scolastiche, ambientali; bilanciando le pressioni esterne con la costruzione di un laboratorio interiore che sia risorsa e riserva di senso. Molti di loro – penso ai miei figli, ma anche a tanti altri che incontro a scuola, in parrocchia e in altri contesti – sono perfino capaci di costruire un progetto di vita che sia adeguato ai loro bisogni e aspirazioni e di assestarlo progressivamente a mano a mano che completano il loro inserimento nella realtà sociale. Non c’entra proprio nulla la famiglia con queste attitudini? Provo a formulare un’ipotesi: se da genitori pieni di certezze a oltranza è derivata una generazione disorientata, può essere che da adulti insicuri stiano nascendo figli con anticorpi robusti che consentano di resistere alla frammentazione culturale ed etica, e perfino di produrre nuove forme di sicurezza interiore.
Ai pessimisti a oltranza è mai venuto il dubbio che forse la loro percezione del passato è talmente nostalgica da coincidere con una inutile mitizzazione di quel che è stato e da impedire di riconoscere il buono del tempo presente? Personalmente, preferisco pensare che siamo genitori fragili, sì, ma siamo anche persone consapevoli di questa nostra condizione e dunque disposti - sia pure in modo differenziato - a metterci in discussione, a confrontarci, a coltivare la voglia di migliorare il nostro modo di essere e di fare. La nostra insicurezza è un limite, ma è anche un ponte, un trampolino di lancio, un’energia di impegno e di solidarietà. Ci ha insegnato che non si è genitori in modo automatico e scontato, ma padri e madri lo si diventa a poco a poco, con perseveranza e tenacia, con infinita passione e altrettanta sofferenza. Per fortuna, i nostri figli ci comprendono molto più degli “esperti”; e se accettano di camminare insieme a noi piuttosto che colpevolizzarci, vuol dire proprio che ci vogliono bene e che continuano a fidarsi di quel che vogliamo costruire con loro e per loro.