IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
Ricorre in questo anno il 50° anniversario della canonizzazione di san Domenico Savio, alunno dell’Oratorio, e il 100° anniversario della morte di Laura Vicuña. Vale la pena un cenno al tema di Dio come parte della questione educativa…
Inafferrabile come la gioia e il dolore ma allo stesso modo penetrante e invasivo di tutto il nostro essere, Dio – con la sua presenza o assenza – rimane la questione dirimente del mondo e dell’uomo.
Cambia tutto se a fondamento del nostro percorso di vita pensiamo, per le più svariate ragioni, di mettere Dio o di escluderlo. La stessa barbarie di cui nella storia ha dato prova l’uomo lascia aperto, non chiuso un interrogativo su Dio. Anzi, sono proprio le sofferenze, le ingiustizie, le atrocità degli umani, le innocenze ferite e rubate che rendono difficile intravedere il volto di Dio e ci fanno desiderare la nostra e la sua morte.
Fino al paradosso che mentre la teologia ci propone un Dio che viene e libera, noi umani ce lo siamo rappresentato nei secoli come uno spauracchio per adagiarci nei nostri limiti o su cui scaricare le nostre colpe e tentiamo in ogni modo di liberarci di Lui. Ma Egli rimane tanto paradossale per il nostro ragionare condizionato dallo spazio e dal tempo, che di volta in volta lo pensiamo esistente, non esistente, inquisitore, castigamatti, occhiuto ficcanaso, sadico, proiezione psicologica, ingombro, tiranno doc, formula magica. E nessun filosofo o teologo è riuscito a pronunciare su di Lui le parole definitive. Noi ora lo possiamo vedere “come in uno specchio” o di spalle – come accadde a Mosé - col rischio di scambiare per Lui cose della nostra mente, del cuore, della terra. Chiamando col suo nome degli idoli.
Di questo rischio è stato emblematico il secolo XX quando – è stato scritto a torto o a ragione – si è dispiegata la più grande stagione dell’ateismo dalla notte dei tempi. Tra presunti credenti e presunti atei si è fatto ricorso nel suo nome a mezzi di distruzione di massa per eliminare i rispettivi avversari. E Dio, forse, non stava in nessuno dei due accampamenti in competizione. Dio e l’uomo ne sono usciti malconci. Tra loro esiste, infatti, un destino strettissimo. Nella tradizione cristiana si è sempre affermato che “gloria di Dio è l’uomo vivente”, anche se poi si è preferito adoperarsi per rendere l’uomo sofferente e subalterno. E’ una grande responsabilità storica anche di persone credenti per la quale ha chiesto perdono il Papa nel Giubileo di apertura del terzo millennio.
Un gesto che ha significato l’avvio di un ripensamento necessario anche sul piano educativo, da fondarsi sulla libera accettazione della proposta di fede. E sulla convinzione che la fede non discende tanto dall’attivismo e dalla moltiplicazione di istituzioni cristiane, quanto piuttosto è un dono di Dio al quale ci si apre specialmente con la coerente testimonianza cristiana. Sembra tornato il tempo di passare dai maestri ai testimoni, a coloro cioè che fanno esperienza di Lui. E come l’educazione pone ripensamenti costanti agli adulti “alle prese con i ragazzi” con tutta la loro complessità, così fare educazione ci pone anche “alle prese con Dio”. Sia nel caso che si includa sia che si escluda dal discorso educativo. In entrambi i casi infatti, non sono molte le cose che si possono dire di Dio, ma si possono ascoltare le tante che egli ci ha detto nella Bibbia, nel creato, nel mistero del nostro cuore. Egli – hanno scritto sagge persone che lo hanno inseguito per tutta la vita – è più intimo a noi di quanto possiamo esserlo noi stessi, più di quanto non lo sia per una madre un bambino portato nel grembo.
L’azzardo più grande che si trova scritto nella Bibbia è dire che “Dio è amore”. E’ la prospettiva che rende unico questo libro. A partire di qui ce ne sarebbe per mille e una notte a discutere, sognare, immaginare, rivedere, cambiare questo nostro mondo. Dirlo così Dio, pensarlo, crederlo, viverlo come “amore” darebbe il via a un mondo altro da quello che ci affanniamo tutti i giorni a costruire o rovinare. E sarebbe un’ipotesi che vince anche la morte, il grande incomodo della vita. Ma anche all’amore riserviamo il destino di Dio: ci inquieta, lo sciupiamo, lo temiamo, lo perdiamo. Solo trovandolo e accogliendolo ci trasformiamo.