GIOVANI

di Vito Orlando

Una riflessione sul padre nel mese in cui spicca la figura del padre per eccellenza, Giuseppe.

IL DIFFICILE RITORNO DEL PADRE!

Il padre che sembrava emarginato sta lentamente tornando sulla scena della famiglia e della società, anche con ruoli, insinua malignamente qualcuno, materni. E’ un ritorno necessario e urgente.

L’avvicendarsi delle situazioni circa l’attenzione al padre nella società occidentale degli ultimi 30/40 anni sono state fotografate da espressioni che evidenziano il travagliato cammino verso l’esilio del padre e il suo ritorno: dalla morte… alla ricerca del padre; dalla società senza padre… al ritorno del padre; dal padre dimissionario… al mammo! Del ritorno s’intravede la necessità, della funzione paterna se ne è compresa la irrinunciabilità, ma il percorso fatto non ha prodotto ancora tutti i frutti sperati: la figura paterna non ha maturato quella sicurezza, responsabilità e autonomia che il suo ruolo richiede. Si è constatato che senza padri non vi sono capisaldi intorno a cui far ruotare o su cui piantare la costruzione della vita, senza di lui risulta difficile trovare la bussola; l’autonomia psichica risulta incerta e la relazionalità di genere precaria; il mondo esterno diventa luogo di conquista, ma senza legge e con l’aumento della conflittualità sociale. I giovani rischiano di rimanere prigionieri del piacere narcisistico e di non avere stimoli per passare all’adultità, alla consapevolezza di ruoli diversi e di responsabilità da assumere.

I TEMPI DELLA ONNICONTESTAZIONE

L’attacco più decisivo al padre e a tutto ciò che rappresentava, fu sferrato con l’aggressione ai modelli, ai valori, alle istituzioni, all’autorità, avvenuto alla fine degli anni ’60. L’incertezza del ruolo maschile crebbe con la tempesta del femminismo degli anni ’70 e la conseguente conflittualità dei rapporti sentimentali e matrimoniali proprio di quei giovani che avevano annullato la sua autorità e funzione sociale. Non minori conseguenze ha avuto anche l’espandersi della cultura radicale, con la relativizzazione di visioni e valori e l’esaltazione dell’emozione e della soddisfazione del bisogno immediato individuale.

Gli anni ’80 e ’90 sono stati anni di smarrimento del “padre”. È uscito di casa, è rimasto prigioniero del lavoro, della società dei consumi, dei ritmi forsennati, delle precarietà, delle incertezze, dei vorticosi cambiamenti. In questi decenni la figura femminile è rimasta dominatrice in tutto l’ambito educativo, familiare e istituzionale. Il confronto con l’uomo nella crescita è diventato sempre più difficile e precario. Si è passati da “lo dirò a tuo padre”, a “dillo a tua madre”: dalla mamma che cercava autorevolezza nelle scelte nel riferimento al padre, anche se presente solo temporaneamente, al padre che rinvia alla madre perché non sa come interagire con le scelte del figlio. Tutto questo ha fatto parlare del padre dimissionario dai suoi compiti e responsabilità; altri, tuttavia, ritengono piuttosto che il ruolo del padre sia stato ridotto e squalificato anche a livello di interventi legislativi. Soprattutto nella legge italiana, l’affidamento dei figli alla madre, in caso di separazione, diventa un fatto normale, mentre il riconoscimento del diritto del padre si trasforma spesso in situazioni affettivamente laceranti.

IL DIRITTO PATERNO

Questa realtà appare sempre più contraddittoria e intollerabile. Bisogna riconoscere e affermare decisamente il diritto di condividere la responsabilità educativa, espressa, per esempio, nel congedo parentale anche al padre. Si tratta di elaborare un nuovo modello culturale che riconosca il valore della specificità di genere e l’importanza della reciprocità e dell’interazione nella nuova realtà familiare. La cura responsabile della vita che cresce è compito di entrambi i genitori, anche se il prendersi cura da parte della madre svilupperà maggiormente il polo affettivo che deve nutrire fiducia e speranza, mentre da parte del padre l’attenzione è al polo etico, cioè alla lealtà, alla giustizia, alla norma, al controllo. Il venir meno della figura paterna rischia di attivare un forte sbilanciamento verso il polo affettivo che attiva dipendenza e fusione emozionale con la madre, con conseguente indebolimento di responsabilità e autonomia, sicurezza e rassicurazione nella capacità di riuscita e di realizzazione di un progetto personale. La cura del polo etico da parte della funzione paterna attiva il principio della realtà e della condivisione; l’apertura all’altro, al sociale, al diventare adulto, al diventare se stesso e al sapere assumere la fatica che tutto questo comporta. Le polarizzazioni non sono esclusive, non si devono intendere come separazione, ma come interazione; anche se ciascuno si pone più a garanzia di attuazione di uno dei due poli, la cura responsabile è di entrambi, ed entrambi possono concorrere a dare fiducia e trasmettere appartenenza, a rendere parte di una storia, radicata nella conoscenza della linea genealogica paterna e materna.

PER UNA RIDEFINIZIONE

La figura del padre deve essere ridefinita nella nuova realtà sociale e familiare. La genitorialità e la paternità fanno parte del suo codice genetico. Insieme alla ridefinizione culturale della sua funzione, deve anche imparare ad ascoltare se stesso, a riconoscere il suo istinto paterno e assecondare la voglia di stare con i figli per scoprirsi e crescere insieme a loro. Così potrà costruire un legame forte, imparare a divenire figura autorevole di riferimento nell’età evolutiva e lungo il corso della vita. Senza entrare in competizione con la madre, deve cercare un legame affettivo e protettivo con i figli, diventando sempre più collaborativo con la moglie nel prendersi cura responsabile della loro crescita. Questo è il valore aggiunto del nuovo benessere familiare. Nel laboratorio di cura della vita, che è la famiglia, l’interazione e la reciprocità deve consentire a tutti di essere apprendisti e costruttori del senso e del gusto di vivere.