MISSIONI

di Giovanni Eriman

Un ricordo per un grande salesiano: don Antonio Bresciani missionario in Ecuador.

LA REVOLUCIÓN DI PADRE TONE

Un missionario venerato dai suoi campesini come un santo. E’ morto sette anni fa a soli 56 anni, rimpianto e invocato dai più poveri come dai potenti. Un libro di Gian Mario Andrico (Nel nome del cielo, Massetti Rodella Editori, Roccafranca BS) ne racconta la vita e l’opera.don Tone (secondo da destra in basso)

Gli hanno dedicato una chiesa in Ecuador a padre Tone. Addirittura. Segno della venerazione, dell’affetto, dell’ammirazione che circondavano la sua persona, ma anche della nostalgia che continuano a sentire per quel faccione occhialuto dal sorriso oceanico e dalla risata travolgente. Perché lui, missionario di villaggi rurali arrampicati oltre i 3000 metri di quota, più che inculturare si era inculturato, diventando quechua tra i quechua. Tanto profondamente indio, che volle iniziare per loro un’opera fondamentale, la traduzione in lingua quechua di tutta la Sacra Scrittura. Inoltre, cercò di far approvare una liturgia delle comunità andine. E questo lo fece come prete, conscio che il suo primo mandato fosse quello di evangelizzare.

NON SOLO EVANGELIZZARE

Ma, come qualsiasi missionario, padre Tone non si fermò allo spirito. Sapeva bene che l’uomo ha anche uno stomaco, una famiglia da tirare avanti, dei figli da educare e avviare alla vita, e una dignità da difendere. Lassù nei villaggi tra le nuvole c’era aria buona, fresca e pulita… e poche altre cose. Ma l’aria si respira, non si mangia. Così Tone, con queste convinzioni che erano anche quelle del suo amico e maestro Ugo De Censi, fu costretto ad aggiungere al compito specifico dell’evangelizzazione anche quelli dell’educazione – da buon salesiano – e della promozione umana, e a questi due aspetti fondamentali della vita di ogni uomo dedicò intelligenza ed energie. Del resto, diceva a se stesso, Gesù ha predicato, ma ha anche sfamato le folle.

Don Tone s’immerse totalmente per 29 anni tra i suoi contadini o campesini, come li chiamano in Ecuador, ne studiò la cultura, ne scoprì i segreti, ne interpretò i silenzi, ne asciugò le lacrime; patì con loro e con loro sperò. Lavorò e morì per loro. La sua fondamentale conquista fu quella di essere riuscito a presentare Dio ai Quechua: un Dio vicino, inculturato, perché un Dio che non si incultura in un popolo resta un Dio lontano, anonimo, un idolo che esige riverenza e incute timore, un Dio che impone e non ama. Don Tone riuscì a presentare ai contadini dispersi nei miseri villaggi della montagna un Dio dai lineamenti quechua. La sua fu un’operazione d’alto livello apostolico e culturale, perché seppe tradurre la sua vita e la sua fede nel linguaggio dei destinatari.

POI PENSO’ AL CORPO

Lui che era di origine contadina, nato a Pavone Mella nella Bassa bresciana, conosceva bene il significato e la pesantezza del lavoro dei campi: quanta fatica, quanta cura, quanta sofferenza, quanto sudore richiedesse… Ma la terra della Bassa ti ripagava di tutto: era fertile, generosa, promettente. Quando Tone invece si trovò nelle terre maledette dei contadini delle alture, conobbe un’altra terra, fredda, arida, sassosa, resistente che la fatica, il sudore, il sangue riuscivano a stento a dissodare perché desse quel tanto che serviva per sopravvivere. San Nicolás, Latacunga, Kayambe, Sumbahua, Nayon, El Contado… nomi familiari al missionario bresciano, località dove abitava il suo gregge, terre desolate da rigenerare. Immerso nella vita grama e spesso tragica dei suoi indio, Tone non perse mai il buonumore, la risata solare e il suo faccione continuò a risplendere. Aveva fede anche per chi non l’aveva più, aveva ottimismo da regalare ai più pessimisti, aveva amore da donare a piene mani a tutti. Ma oltre a mettere a disposizione il suo cuore e la sua intelligenza, mise a disposizione anche le sue grandi mani, i suoi muscoli e la sua volontà di ferro: si rimboccò le maniche per sostanziare il Vangelo con interventi di carità concreta e attiva. Mosse mari e monti per alleviare le sofferenze del suo gregge disperso… Ora il suo impegno ha dato finalmente i frutti e i suoi sogni si stanno avverando, anche se lui non c’è più.

IL PICCOLO CREDITO

Un aneurisma aortico se l’è portato via improvvisamente a soli 56 anni nel 1997, ma i suoi campesini dei villaggi irraggiungibili sulle Ande del Cotopaxi (qualcuno è arroccato a 3800 metri) oggi sono inseriti nel Progetto della Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo, che con il Codesarollo (la cooperativa di credito ecuadoriana sostenuta dalla Conferenza episcopale del Paese che coordina l’attività di più di 800 Casse Rurali) hanno creato un sistema di piccolo credito di cui usufruiscono ormai più di 60 mila famiglie, incentivando lo sviluppo anche nei più sperduti villaggi d’alta quota. Piacerebbe immensamente a don Tone sapere che le Casse Rurali che hanno cambiato la vita delle campagne della Bassa, stanno provando a cambiare la vita dei suoi campesini. E’ la grande scommessa che Lui ha sognato ma non ha potuto vedere.

Chi è dunque questo missionario la cui fotografia, ingiallita dal tempo, dopo sei anni dalla sua morte era ancora appiccicata sui vetri di qualche pullman che arrancava lentamente verso i suoi villaggi? Era uno cui non piaceva predicare. Gli piaceva invece contemplare e agire: un contemplativo nell’azione. Cominciò, una volta, un suo intervento con queste parole: “Premessa: non ho niente da dire”. Ma poi disse cose sublimi: “Non voglio accettare una vita/orologio… una cosa dietro l’altra, come viene viene… L’augurio… è che l’orologio si rompa o si fermi: per malattia, per disgrazia… Solo così vedrete l’unico miracolo che è incontrare il Signore!”. Don Tone è uno di quei missionari che in missione si sono “convertiti”, infatti, non volle che le pecorelle del suo gregge diventassero come lui, fu lui che preferì diventare come loro.