IL DOCTOR J.

di Jean François Meurs

PERCHÉ MAI NON SI AMA LA SOLITUDINE?

Caro Dottor J

ho 18 anni e amo la solitudine. Per me, star solo non è un problema. Tutt’altro. Il mio problema, invece, è la gente che mi dice che ho un problema perché non esco come gli altri tutti i fine settimana, preferendo passare lunghi periodi in silenzio a leggere o meditare. Un giorno è venuto a trovarmi un amico e si è meravigliato di non sentire la musica; preoccupato, ha voluto prestarmi una pila di CD. Aveva compassione di me e del silenzio in cui ero immerso. È davvero comico! Anche i miei genitori si sono allarmati: temevano che coltivassi idee tenebrose, o diventassi un egoista chiuso e solitario. Ma credo che ora abbiano capito. Ho degli ottimi amici in compagnia dei quali non mi annoio mai. A volte, restiamo molto tempo senza vederci, ma quando ci si ritrova è una gran festa, come se ci si vedesse per la prima volta. Inoltre, pratico il basket per mio piacere, non per gareggiare. Insomma, non credo di essere un egoista: amo la compagnia, rendo dei servizi e non mi piace vivere da eremita, come fanno alcuni. Prendo atto che c’è della gente che ha sempre una gran voglia di parlare, che non si ferma mai, che è sempre in agitazione. Costoro mi compatiscono. Ma in realtà sono io a compatirli. Mi domando: perché mai hanno paura della solitudine, perché temono il silenzio? Io non ho bisogno di una quota elevata di “comunicazione”, lo riconosco, ma voglio che i miei incontri siano intensi e costruttivi.

Fausto, Novara

Caro Fausto,

in effetti, la nostra società fa di tutto per impedire all’essere umano di ritrovarsi da solo con se stesso. E’ raro, rarissimo che si insegni ai ragazzetti e ai giovani ad apprezzare la solitudine e provare a star soli. Al contrario, si ha l’impressione che tutta l’educazione, in famiglia o a scuola, miri a non lasciar mai spazio al silenzio: si insegna anzi si obbliga a comunicare, a integrarsi… due parole d’ordine un po’ tiranniche della società contemporanea. Genitori e insegnanti si allarmano se il fanciullo sta da solo, se preferisce la compagnia dei libri, degli alberi o degli animali a quella degli uomini. Il tempo dedicato alla solitudine, tempo benedetto dove si può esplorare il proprio giardino interiore, non ha l’approvazione degli adulti, i quali si sentono più tranquilli se il fanciullo fa parte di un gruppo o di una banda.

Eppure, senza questo apprendistato della solitudine, un individuo rischia di essere disarcionato come il cavaliere dal suo cavallo, e di perdere la capacità di sopportazione e/o reazione di fronte a certi avvenimenti della vita come rotture sentimentali, lutti, perdita del lavoro o, più prosaicamente, l’abbandono dell’attività a causa della messa in pensione. Gli si è fatto credere che senza gli altri è nessuno, che da solo non combina niente. Non ha mai imparato a contare su se stesso, a conoscersi, ad aver fiducia delle proprie possibilità.

La solitudine è il prezzo da pagareper essere liberi, ed è anche la ricompensa della libertà. Dissuadere dalla solitudine è in pratica impedire di prendere coscienza di se stessi, ostacolare la crescita, intralciare attività geniali. Il segno della libertà e della maturità èquando un individuo si sente attore e responsabile della propria esistenza, quando non chiede agli altri di renderlo felice, quando non accusa sistematicamente gli altri delle proprie debolezze e insufficienze, cosa che si constata, ahimè, troppo sovente. Certamente, ci sono forme di solitudine dolorosa, soprattutto quando la solitudine non è voluta, scelta, ma imposta, subita e quando non ci si sente compresi, accettati, amati, o ci si sente inutili. E’ anche vero che ci si può ritrovare soli per timidezza, per ripiegamento, per rassegnazione. Ed è vero che gli amici non cadono dal cielo, occorre trovarseli, conquistarseli. Ma non è l’amore per la solitudine che allontana e cancella gli altri, è l’egocentrismo acuto.

Io dunque parlo della solitudine che insegna ad amare, che permette lo sbocciare e il durare dell’amore. Chi ama la solitudine non è necessariamente un individuo privo di tenerezza, di calore, di passione. Anche nella coppia bisogna lasciare un po’ di spazio al silenzio, un posto intimo riservato solo a sé, una zona/solitudine. Essa è come un respiro. Ed è feconda. Tutte le correnti di pensiero valorizzano il silenzio e la solitudine come fonti di ispirazione, sorgenti di idee, strumenti di creatività, condizioni indispensabili per la creazione artistica. Se l’incontro con gli altri è indispensabile, l’incontro con se stessi è altrettanto necessario. Il tempo della solitudine è un’occasione per riflettere sul modo di vivere le nostre relazioni umane e di vegliare sulla loro qualità. Colui che vive l’inevitabile solitudine con serenità scopre nel medesimo tempo la sua capacità di andare serenamente verso gli altri.