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di Giancarlo Manieri
Un coadiutore piccoletto e rotondetto… una piccola botte di bontà e buonumore. Il signor Giuseppe Negrin, “di professione sarto”, fu un salesiano a tutto tondo.
Scherzava molto il signor Negrin Giuseppe “di professione sarto”, come immancabilmente si firmava anche quando faceva il sagrestano o il portinaio. Amava vivere in pace e allegria, da vero figlio di Don Bosco, e non se la prendeva nemmeno un po’ per qualche battuta giocosa all’indirizzo della sua persona: “Signor Negrin dalle gambe arcuate…”. Ma i chierici gliela tiravano in latino: cuius crura arcuata sunt! Lui rispondeva sempre fulmineo, prima che finissero la frase: “… Per sostenere il peso della Congregazione!”. E finiva come sempre in grandi risate.
Giuseppe era nato a Monticello Conte Otto (il Monticellum Domini Octonis del Medioevo) alla periferia di Vicenza. Classe 1901. Un buon ragazzo, “timorato di Dio” si sarebbe detto allora, aperto e gioviale, e gran lavoratore. Un corso di esercizi spirituali gli cambiò la vita. Così a 24 anni lasciò tutto, anche la ragazza, e scelse Don Bosco. Poco tempo prima s’era presa una forzata “sbornia” di olio di ricino per la sua decisa militanza nell’azione cattolica – non erano tempi facili quelli che correvano – un metodo di dissuasione che non ebbe alcun effetto su di lui. Anzi, per l’occasione, pur di salvare il suo distintivo dalle grinfie di chi glielo voleva strappare di dosso, se lo ingoiò senza tanti complimenti. Non volle mai raccontare come andò la cosa e come mai dopo qualche tempo il distintivo ricomparve misteriosamente sull’asola del bavero della giacca. Nessuno riuscì mai a estorcergli una parola sul metodo usato per “ripescarlo!”. Partì dunque da casa il 2 ottobre 1925 non senza prima essersi recato a Monte Berico a salutare la “sua” Madonna e dare solenne addio alla vita “di prima” per ricominciare tutto daccapo.
Piccolo di statura e con una circonferenza di tutto rispetto – qualche pettegolo diceva che era più largo che alto – il signor Giuseppe era dotato di una facondia non comune in cui l’italiano spesso zoppicava, ma le parole e i concetti fluivano a getto continuo, tanto che divenne senza che l’avesse cercato l’oratore ufficiale delle feste e dei raduni. E ci teneva. Del resto tutti aspettavano il “pistolotto” infiorato a volte di qualche chicca dialettale e sempre di battute argute, motti di spirito e… qualche simpatico svarione, come “queste nostre eroe” indirizzato alle FMA, dettato dall’entusiasmo, dalla gioia di trovarsi tra fratelli, dalla soddisfazione di “predicare” ai preti e/o dall’uzzolo di rivolgersi ai “pezzi grossi”. Più di uno gli buttava là con convinzione: “Signor Negrin, perché non hai studiato, visto che hai tanta facilità di parola?…” . “La vaca la me ga magnà i libri!”, rispondeva invariabilmente. Nessuna mucca era mai entrata nella sua vita, ma lui era felice d’essere stuzzicato, perché sapeva di essere accettato; i suoi discorsi del resto non erano mai banali. Un po’ sempliciotto forse lo era, ma sapeva offrire un buon consiglio, porgere un ringraziamento, distribuire un incoraggiamento, e spandere una ventata di ottimismo attorno a sé. La sua arguzia paesana, il suo brio tutto veneto, il suo ottimismo salesiano, la sua grinta nell’azione e la sua bontà d’animo formavano una miscela straordinaria che lo accompagnerà “vita natural durante!”.
Manco a dirlo, era un comico nato. Lo sostenevano le già accennate qualità: una verve naturale e spontanea, una traboccante giovialità, la “carrozzeria” non proprio classica e una gran voglia di divertire il prossimo. Non si perdeva d’animo facilmente. E a un tipo così gliene capitavano di intoppi, come quella volta quando, recitando nell’operetta “Bibinoff”, perdutamente immerso nella parte, sguainò la spada di scena piantandola fieramente nel legno del piancito mentre cantava con foga la sua parte; e quando, terminato il canto, si trattò di rinfoderare il brando, quell’impertinente spadaccia, alta quasi quanto lui, ahimè, non ne voleva sapere di spiantarsi dal pavimento, per quanti sforzi e smorfie l’indomito cavaliere compisse. Ciò che successe in sala si può solo immaginarlo.
Passò la sua vita salesiana a Verona, Trento, Belluno, Venezia, Cison di Valmarino, Gorizia, Mogliano. A Cison c’erano i chierici, il futuro della congregazione. Come tutti i giovani, erano un po’ burloni, goliardici, motteggiatori. Lui li radunava dopo pranzo e serio serio “teneva cattedra” esortandoli alla disciplina necessaria per crescere forti e robusti, alla cortesia perché l’approccio con la gente se è scostante l’allontana invece di avvicinarla, alla buona educazione che è la base di ogni relazione umana, alla preghiera che è la stella del religioso, perché un religioso che non prega ha sbagliato vocazione. I chierici l’apprezzavano anche se poi bonariamente gli tiravano qualche colpo basso, magari ricordandogli “la stella della sua vita” che a un certo punto lui aveva ripudiato perché ne aveva trovata un’altra e volevano sapere se era più attraente la prima o la seconda. Ma su questa storia della sua giovinezza non riuscirono a scucirgli mai una parola. In effetti, lui aveva lasciato la stella che avrebbe dovuto sposare per un’altra cui rimase fedele tutta la vita, la sua vocazione. E ce la mise tutta per mantenersi fedele. S’innamorò di Maria Ausiliatrice, di Don Bosco e di Domenico Savio di cui parlava, dicevano, “ad ogni pié sospinto”. Su quattro fitti quadernetti di diario ha lasciato la sua foto di religioso: la bontà impareggiabile del suo animo, la profonda spiritualità che permeava le sue azioni e intenzioni. Ci scriveva preghiere, propositi, effusioni, suppliche, eventi, reazioni. Ricordando la sua partenza da casa a 24 anni, dopo aver rinunciato alla ragazza e alla famiglia, scrisse: “Quel mattino ero felice. Sembrava che andassi a un gran divertimento”. Si riassume, questa sua spiritualità, in una riga del diario del 1943: “Voglio che la mia condotta religiosa e salesiana sia tale che la Madonna possa dirmi: figlio mio, sono contenta di te!”. Ha mantenuto fede all’impegno fino al 3 settembre del 1980, il giorno in cui tranquillo se ne tornò donde era venuto: in cielo.