COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
Basta poco per essere caritatevoli in famiglia…
Confessione di un figlio al di sopra di ogni sospetto: «Ieri sono stato a mangiare in un ristorante. Un pranzo passabile, ma che prezzi! Ci serviva una cameriera, né bella né gentile... In tutto il pranzo le avrò detto cento volte: “Grazie”. Lei neanche ci faceva caso e aveva ragione: è pagata per fare quel lavoro! Oggi mia madre, come sempre, si è alzata per prendermi un bicchiere d'acqua. Mi è sfuggito un “Grazie”. Non l'avevo mai fatto. Lei si è messa seduta e mi è sembrato che quasi piangesse. Conclusione: per far piangere mia madre basta un “Grazie” ogni tredici anni».
Confessione di una madre piena di sospetti: «Oggi mio figlio mi ha detto: “Grazie!”. Ho pianto... che scema! Spero non se ne sia accorto, altrimenti non me lo dice più, per non farmi piangere. Se invece si fosse accorto che io, “la madre”, sono Lucia, ho 34 anni, spesso sono stanca, a volte mi sento sola, spesso desidero parlare, uscire, a volte sto male...». La famiglia è un ottimo campo di apprendimento per la carità, cioè proprio per quel tipo di atteggiamento che si definisce amore del prossimo. Molti ragazzi e giovani sono portati a credere che questa magnifica virtù cristiana si debba vivere soprattutto fuori, magari inoratorio, o con i barboni o nelle missioni africane. Non è raro di giovani volontari stupendi ed eroici nelle baraccopoli e piccoli prepotenti pascià in casa loro.
La famiglia è prima di tutto il luogo dove si impara a vivere per…
L’agire in modo disponibile si realizza nella famiglia in cui i bambini sperimentano direttamente la differenza tra il comportamento socievole e quello asociale e comprendono questi comportamenti rispettivamente come utile e distruttivo. Qui gli adulti annaspano un po'. E veicolano l'amore attraverso le cose che in abbondanza acquistano per soddisfare quei desideri infantili che vanno a occupare il vuoto di comunicazione che già manifesta i suoi primi segni nella svogliatezza, nell'indolenza, nella pigrizia, nella ribellione e, nei casi più gravi, nella rassegnazione depressiva. Quel che si può avvertire in questo periodo di stimoli esterni e carenza di comunicazione sono i primi segnali di quell'indifferenza emotiva, oggi sempre più diffusa, per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste, o ai gesti che si compiono. Il corpo riceve molte cure, ma si lasciano disseccare le radici del cuore. I giovanissimi trascorrono il loro tempo con le chiavi di casa in tasca e la televisione come babysitter, e poi a scuola, quando sotto gli occhi molto spesso appannati dei professori ascoltano parole ininfluenti, che fanno riferimento a una cultura troppo lontana da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale.
Solo i genitori possono educare i sentimenti. Cioè a sentire realmente i bisogni emozionali e i desideri profondi degli altri. I figli devono essere coinvolti nella scoperta che il prossimo è, prima di tutto, chi è vicino e non un’entità astratta. È la mamma, il papà, i fratellini, la nonna, ecc. Proprio quelle persone che per molti ragazzi hanno la stessa importanza dei mobili di casa.
I genitori devono formare i figli alla carità: essere modelli e guide.I genitori coscienziosi di adolescenti vogliono che i loro figli si sentano amati perché il loro serbatoio d'amore rimanga pieno, ma vogliono anche che imparino ad amare gli altri. I genitori talvolta chiedono: «Se continuo a offrire gesti di servizio a mio figlio, come imparerà a cavarsela da solo e come imparerà ad aiutare altre persone?». Si trova una risposta a questa domandaproponendosi come modelli e guide. I genitori sono modelli di amore incondizionato per i figli quando fanno per loro sacrifici quotidiani. Devono tuttavia scegliere con saggezza i gesti di servizio. In caso contrario, creano un teen‑ager dipendente che prende, ma non impara mai a dare. Per esempio, preparare un pasto è un gesto di servizio, ma insegnare a un adolescente a cucinare è un gesto di servizio ancora più grande. Ovviamente, per le mamme è più facile preparare il pasto che insegnare a un figlio a cucinare. Ma il gesto d'amore più grande è il secondo.
Una regola d'oro prevede che offriate i gesti di servizio che i vostri figli non possono svolgere da soli. Quando sono piccoli, lavate i loro indumenti, quando sono adolescenti, insegnate loro a lavare gli abiti. I genitori che non imparano questa distinzione possono compromettere seriamente la maturità degli adolescenti in nome dell'amore. Dovete guidare i vostri figli verso l'indipendenza e la maturità. C’è ancora un particolare, solo apparentemente minimo, che si apprende in famiglia. E’ naturale e necessario che i bambini partecipino ai lavori domestici, senza distinzioni tra ragazzi e ragazze e che si studi fin dall’inizio un piano di collaborazione da parte di tutti. Mettere in ordine la cucina, contribuire al lavaggio dei piatti e alla pulizia delle stanze non può essere compito soltanto della mamma. I genitori più attenti hanno sperimentato che anche i ragazzi possono imparare a far da mangiare insieme alla madre, a riordinare la loro stanza, a pulire, a stirare. I bambini imparano queste cose facendole insieme ai genitori, per esempio quando già da piccoli aiutano a preparare i dolci. Proprio nell’ambito dell’educazione specifica in relazione al sesso, bisogna stare attenti a non continuare a trasmettere le ingiustizie della divisione dei ruoli tradizionale di generazione in generazione attraverso la nostra educazione. I nostri figli devono essere preparati alla situazione che sta cambiando nella vita professionale (tra l’altro alla crescente attività lavorativa delle donne) e devono poterla gestire in modo flessibile: molte relazioni attualmente si infrangono contro questa nuova assegnazione dei ruoli in campo professionale.
COME DON BOSCO - Il genitore
di Marianna Pacucci
Alterità e prossimità in famiglia, per una carità robusta.
È normale che in famiglia affiori la dimensione dell’alterità; credo, invece, non sia altrettanto scontata l’esperienza della prossimità. Perché il contatto con gli altri apra la strada a un’affettività calda, è importante che il “tu” sia colmo di stupore e gratitudine, di accoglienza e condivisione. E non so se questo miracolo davvero avviene, soprattutto se il nucleo domestico si percepisce e vive soltanto come una somma di individualità. Ma, anche laddove si riesca ad addentrarsi in questa situazione, ci si accorge presto che ciò non basta per divenire protagonisti di gesti concreti di carità: c’è un salto di qualità molto esigente che non può essere compiuto se non si è disposti a mettersi in gioco fino in fondo, a rischiarsi senza se e senza ma, a lasciarsi sfidare dal valore della gratuità. Siamo sinceri: si tratta di cose che, in genere, si fa molta fatica a inserire nel patrimonio dei valori a cui ispirare la vita familiare. C’è sempre in agguato la tentazione di chiudersi nel proprio piccolo mondo, di esasperare le esigenze quotidiane, di compiere investimenti affettivi ed esperienziali che abbiano un ritorno più o meno immediato.
La ricerca di riferimenti rassicuranti e di certezze a buon mercato ci impedisce di accedere a una carità che è sempre in qualche modo rischiosa perché non accetta i limiti della prudenza e del buon senso, vuole costringerci a forzare i nostri personali limiti e disponibilità e ci invita pressantemente a fidarci degli altri e non solo di noi stessi. Il senso della carità verso il prossimo chiede una capacità ed energia di conversione, che non è solo faticosa; spesso è una vera e propria rottura dei nostri schemi comportamentali e dunque qualcosa che sentiamo come una minaccia per la nostra identità familiare. Peraltro, se fino a qualche anno fa noi adulti eravamo messi in crisi dai figli attraverso salutari forme di contestazione alla nostra inerzia, oggi neppure i giovani spesso appaiono capaci di provocarci a un cambiamento culturale e operativo: sono pochi, in questo momento, i ragazzi davvero pronti a scommettere sulla solidarietà, andando controcorrente rispetto ai coetanei e alla società intera. Dobbiamo dunque ammettere che la famiglia, da sola, forse non ha più le risorse necessarie per educare alla carità e per costruire comportamenti consequenziali. E soprattutto, che la mancanza di questo valore può fare implodere nuclei che a prima vista sembrano solidi e coesi.
Ma se tutto questo è vero, a maggior ragione occorre avviare un processo di riscoperta e di crescita dell’attenzione e del servizio al prossimo, mettendo in conto da subito che non basta accontentarsi di gesti occasionali e autogratificanti. Sicuramente il senso della carità si costruisce a piccoli passi (perché anche le più piccole esperienze hanno un “peso” ragguardevole rispetto agli egoismi che si annidano nella vita familiare), ma è fondamentale saper pensare in grande, proprio quando si agisce nella trama minuta della quotidianità. Credo che quel che conta in casa è tentare di scrivere e aggiornare continuamente, con pazienza e intelligenza, una grammatica della solidarietà che possa essere espressiva per tutte le generazioni e per tutte le condizioni umane e sociali. Ciò ci impegna allo sforzo di capire qual è il linguaggio più idoneo (a livello gestuale oltre che verbale) per fare capire agli altri che siamo pronti ad amarli, pur con tutti i limiti che gravano sulla nostra disponibilità, e – soprattutto – senza porre condizioni di sorta. È importante, in questo cammino, allenarci insieme e incoraggiarci l’un l’altro perché nessun fallimento possa farci demordere dalla volontà di costruire il bene in ogni modo. Percorrendo questa strada, l’esperienza mi dice che non necessariamente si realizzano grandi cose e che può perfino capitare che il bilancio della carità si chiuda in rosso. C’è però un guadagno importantissimo: la nostra progressiva umanizzazione, che è ciò che ci consente di arricchire la vita familiare di intimità, disponibilità reciproca, condivisione, armonia.