IL DOCTOR J.
di Jean François Meurs
“Caro Doctor J.,
essendo io un educatore che lavora in un centro giovanile, come tale ho sempre considerato importante fare il mio lavoro senza arrabbiarmi, al contrario cercando di mostrare sempre una grande dolcezza. Sapersi controllare, rimanere calmo l’ho sempre considerata un’attitudine adulta e responsabile, perché ho sempre saputo che la collera era un vizio e che perciò essa era dannosa, distruttiva. E tuttavia non si può negare che alcune circostanze particolari possono indurci a perdere il nostro sangue freddo! Porto un esempio che mi riguarda. Frequentava il centro un giovane che ne combinava di tutti i colori, mettendo tutto sottosopra. Mi ha messo in croce per un intero mese, assorbendo tutto il mio tempo, ma soprattutto si mostrava crudele e ingiusto verso glialtri. Alla fine non ne potei più e persi la pazienza. Una collera fredda m’invase e un giorno lo presi per la collottola e lo misi al muro scuotendolo energicamente con rabbia. Con mia grande sorpresa, egli non si è difeso, al contrario, la mia sfuriata l’ha calmato. Per strano che possa sembrare, mi è apparso più sollevato, tant’è che tutto finì lì, come se l’avermi visto finalmente perdere la calma – che non perdevo mai – l’avesse rassicurato. Allora ho pensato che, in effetti, i giovani possono essere rassicurati scoprendo i nostri difetti. Anche noi educatori siamo degli esseri umani con dei sentimenti, perciò possiamo avere reazioni violente, proprio come loro. Questo non giustifica, evidentemente, le ingiurie e le percosse. Ma capisco che bisogna talvolta smetterla di essere gentili, per esseri veri.
Antonio, Napoli
Caro Antonio,
noi coltiviamo a volte idee contraddittorie. Da una parte sogniamo una perfezione che consisterebbe in una grande padronanza di sé, il che suppone che tutte le emozioni siano bandite. Il modello di perfezione, in questo caso, è la macchina, il robot che non è soggetto ad alcun sbalzo di umore: niente collera, niente tristezza, niente paura. Ma anche niente tenerezza, niente amicizia, niente perdono. Ora, è questo che ci rende umani… I sentimenti, le emozioni possono essere a volte un handicap per la loro violenza che perturba il ragionamento e il comportamento, ma sono anche delle carte vincenti, costituiscono la sostanza della nostra identità umana, la natura della nostra anima, il motore della nostra esistenza. L’impossibilità di provare delle emozioni disturba anche il buon funzionamento della ragione.
Attraverso la tavolozza delle nostre emozioni, la collera mobilita rapidamentel’energia necessaria alla nostra sopravvivenza. E’ perché noi proviamo rabbia che siamo capaci di reagire di fronte alle aggressioni da qualunque parte vengano. E’ attraverso le emozioni che troviamo la forza di definire i nostri limiti e di proteggere il nostro territorio. Perché la collera costituisce un vero e proprio segnale d’allarme che indica che qualcosa di essenziale manca al nostro equilibrio. Essa nasconde sempre un bisogno non soddisfatto o un timore. Passato il periodo della fanciullezza, noi crediamo che ci sia interdettodi esprimere la nostra collera, e non ci troviamo a nostro agio di fronte alle sue manifestazioni: «Posso ancora essere stimato se mostro la mia collera?» e «Posso ancora essere una persona amabile, nonostante che io faccia irritare qualcuno?». Ma noi sappiamo bene che ovunque nel mondo esplodono delle collere che hanno conseguenze tragiche e queste conseguenze ci fanno credere che sia la collera a essere distruttiva. Allora, preferiamo rinnegarla, anche a costo di negare i nostri bisogni essenziali. Certuni finiscono anche per cadere ammalati: lo stress dovuto alla nostra frustrazione comporta un calo delle nostre difese immunitarie. Non avere la possibilità di manifestare il proprio malumore, la propria irritazione può voler dire correre il rischio di sprofondare nella depressione.
Ahimè,noi non conosciamo bene le parole che ci permettonodi esprimere la nostra collera, le nostre paure, i nostri bisogni e non ci va di confessare apertamente il nostro disagio con espressioni come «ho paura di questo», «ho bisogno di quest’altro», «ciò è al di sopra delle mie forze»… Occorre trovare le parole e il coraggio di esprimere la propria collera in modo che sia capita da chi deve capire, altrimenti non serve che a stimolare l’aggressività dell’altro. Per questo motivo bisogna saper osservare la propria collera, e avere il coraggio di dire chiaro e tondo quello che proviamo, pur senza violenza e senza drammi. A volte potrebbe essere necessario confessare: «sono troppo in collera per parlarti e ascoltarti in questo momento. Prima di ogni altra cosa ho bisogno di ascoltare e comprendere la mia stessa collera».
Ma credo anche che sia una gran bella cosa imparare a osservare e controllare la propria collera, eventualmente sorta dentro di noi per un torto subito o un danno ricevuto e questo allo scopo di essere anche in grado di perdonare. Tuttavia, lo ripeto, la capacità di indignarsi per non tollerare l’intollerabile, per prendere la difesa dei fratelli che sono ingiustamente trattati, è una cosa buona. Del resto, Gesù stesso non ha forse sofferto di sante collere ?