COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

IL VALORE DELL’INTIMITÀ

Il pudore che non c’è più. La difficoltà degli adolescenti di oggi a “raccogliersi” e ricuperare il significato di vita interiore.

C’era una volta il pudore. Era un’evidenza e un mistero, una virtù, una forza, una risorsa. Il pudore è un istinto di autoconservazione, di protezione contro tutto ciò che può minacciare l’intimità e la dignità dell’individuo. Non si riferisce soltanto alla sessualità, ma a quelle pareti che con­sentono di distinguere l'interiorità dall'esteriorità, la parte "discreta", "singolare", "privata", "intima" di cia­scuno di noi. E’ insomma la sentinella della piccola fortezza interiore, del giardino segreto dove la persona è veramente se stessa. Prendere a prestito il gergo militare per descrivere il processo psicologico dell'adolescente non è eccessivo. Sia a livello fisico che a livello psicologico, il ragazzo scopre in sé forze contraddittorie che spingono in direzioni opposte e lo costringono a rimanere in bilico tra desideri e paure, tra voglia di rischiare e ripiegamento su di sé. E poiché queste forze sono caratterizzate da pari intensità, bisogna assolutamente imparare a contrastarle e a incanalarle nella direzione voluta, per non lasciarsi sopraffare dal loro vigore. Il pericolo maggiore è la capitolazione, che spinge il giovane a lasciarsi andare alla deriva, alla ricerca di soluzioni di ripiego. In questo passaggio si sente irrimediabilmente esposto allo sguardo degli altri: il pudore è un tentativo di mantenere la propria sogget­tività, in modo da essere segretamente se stessi in pre­senza degli altri.

«Ma contro tutto ciò soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione del privato, perché in una società consumista, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento degli uomini, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, tra uomini e merci, il mon­do è diventato una “mostra”, un'esposizione pubblicita­ria che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro.Quel che vale per le merci, infatti, vale anche per gli uomini che, avendo rinunciato per le esigenze confor­miste della nostra società alla loro specificità, sostitui­scono l'individualità mancata con la pubblicità dell'im­magine. Ciò produce una metamorfosi dell'individuo che ormai si riconosce solo nella propria immagine, e perciò non cerca più se stesso, ma la pubblicità che co­struisce la sua immagine.Accade però che la parola pubblicitaria, oltre ad abo­lire la parola segreta, quella intima, quella nascosta, re­lega in un angolo, dove dominano il raccoglimento e il silenzio, ma forse anche la solitudine, le parole di pre­ghiera, le parole d'amore, le parole d'amicizia, le parole di rabbia, le parole umane». Così il filosofo Umberto Galimberti.

Un’analisi terribile e impietosa: conformismo e consumismo stanno portando a termine la loro opera, sgretolando a suon di trasmissioni televisive, confessionali laici e riviste per adolescenti che con sempre più insistenza irrompono con “indiscrezione” nella parte “discreta” dell'individuo per ottenere non so­lo attraverso test, questionari, campionature, statisti­che, sondaggi d'opinione, indagini di mercato, ma an­che e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d'amore, trivellazioni di vite private che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte discreta, rendendo pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, secondo quei tracciati di “spudoratezza” che vengono acclamati come e­spressioni di “sincerità”, perché in fondo: «Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi».Le uniche cose di cui ci si vergogna finiscono per essere il dolore, la malattia, la povertà: proprio quelle che invece avrebbero bisogno di conforto, solidarietà e partecipazione affettiva. Il resto è da mostrare, esibire, pubblicizzare. Ancora meglio se si tratta di esagerazioni, irregolarità, anormalità. Dopotutto è una questione di spettacolo!

Non è facile aiutare i ragazzi della generazione del «Grande Fratello» a ricuperare il significato di intimità e vita interiore.  E’ necessario aiutarli prima di tutto a percepire la bellezza e la grandezza dei sentimenti “normali”: l’amore per i genitori e per la famiglia, la fedeltà, l’amicizia, l’impegno, la religione. E insieme, il valore dell’interiorità, dell’essere profondamente presenti a se stessi, saldi nella propria identità che nessuno può violare. Occorre aiutare i figli a essere fieri della loro originalità, a non sentirsi in obbligo di “sembrare” o “appartenere”. E’ importante insegnare ai ragazzi il rispetto per l’intimità propria e altrui: la dignità della persona è un valore assoluto. In una società sempre più “sbracata”, è vitale ritrovare, soprattutto in famiglia, il senso della discrezione e della delicatezza. Solo i genitori possono realmente far comprendere ai figli che il riguardo per i sentimenti e le emozioni, ma anche per le ferite altrui, non è affatto “ipocrisia”.C’è un esercizio con un nome simpatico che può essere utile a grandi e piccoli: si chiama raccoglimento. Consiste proprio nel “raccogliere” i pezzi di sé che esperienze e situazioni quotidiane possono aver disperso, e rimettere in sesto il proprio baricentro. Molti adolescenti lo fanno quasi istintivamente tenendo un diario che raccoglie confidenze, rabbie, lacrime, gioie e sfoghi, altri hanno bisogno di un adulto che li accolga semplicemente, ma sinceramente, senza giudicarli e senza dare consigli. Perché possano formulare e capire tutto ciò che si accumula “dentro”.


COME DON BOSCO­­­­- il genitore

di Marianna Pacucci

SOTTOVOCE

Il non detto ha la sua importanza nel ménage familiare e nei rapporti genitori/figli. Anche gioie e successi meritano un po’ di silenzio. Il valore dell’intimità non è quantificabile.

Fra le cose belle della vita familiare, credo ci sia la consapevolezza che le cose non dette spesso sono più importanti di quelle che costituiscono oggetto ordinario di comunicazione. Voglio dire che la dimensione dell’implicito alimenta una sensazione di intimità che è gratificante perfino quando si fa fatica a decodificare i sentimenti, i pensieri, le attese individuali. Qualche volta non sappiamo fare attenzione a questa dimensione sotterranea delle relazioni affettive; poiché ci sembra che ci sia meno gusto in ciò che viene soltanto abbozzato rispetto a quello che emerge in pienezza, sentiamo l’esigenza di parlare a voce alta, di esibire gesti inequivocabili, di mettere in piazza una parte del nostro vissuto quotidiano che altrimenti potrebbe languire nello scorrere piatto della quotidianità e nella superficialità collettiva. Quando scegliamo di agire così, è però inevitabile che avvertiamo una perdita irreversibile: ciò che non sappiamo custodire nel silenzio, rischia di essere dissipato e reso inutilizzabile per la costruzione del futuro; la vita familiare esce sempre mortificata dalle mancanze di pudore.

Questa esperienza dolorosa tocca la relazione di coppia, ma ancor più il rapporto fra genitori e figli: e se è giusto non rinchiudersi mai nell’individuale e nel privato per poter accedere al confronto con gli altri, è sicuramente sbagliato rinunciare a quella riservatezza che dà  profondità e autenticità a ogni storia d’amore. Penso che perfino all’interno della casa qualche volta sia bene non condividere tutto a ogni costo. Non si tratta di occultare verità poco gradevoli o creare ambigue forme di complicità; però dobbiamo saper fare i conti con il fatto che ciascuno ha la sua sensibilità e una particolare resistenza alle situazioni e agli eventi che ci impegna a tutelare i momenti della vita segnati dalla fragilità, dall’errore, dal fallimento, con gesti di solidarietà discreta. E se può essere normale circondare la sofferenza di pudore, ritengo che anche le gioie e i successi meritino un po’ di silenzio: per non montarci la testa e ancor più per non umiliare gli altri familiari che hanno bisogno di più tempo per tagliare un traguardo o per raggiungere una condizione di duratura serenità. Ovviamente tutto questo non deve nascere da un istinto difensivo che nasconde atteggiamenti di pigrizia o di orgoglio. La costruzione e la tutela dell’intimità non possono coincidere con un comportamento rinunciatario. Tacere non vuol dire affatto che ci si rifiuta di mettersi in discussione.

Del resto, esiste un test efficace per verificare se un silenzio è soltanto opportuno o veritiero: quanto i membri di una famiglia crescono in dignità attraverso la pubblicizzazione di un’esperienza o di uno stato d’animo? La comunicazione di un sentimento o di un’opinione è in grado di fare bene a tutti o finisce col danneggiare qualcuno in particolare? La riservatezza è una risorsa o un limite per la crescita dell’identità comune? È bene riflettere su tutto questo, ma ancor più condividere con il partner e con i figli una valutazione di fondo sull’argomento e rispettare con grande fedeltà il loro punto di vista. È una garanzia per la fiducia reciproca che deve intercorrere fra i membri di una famiglia; è una risorsa per la credibilità necessaria a coloro che vogliono trasformare la quotidianità in un patrimonio di memoria storica.

D’altronde, con il passare inesorabile del tempo e la crescita dei figli, diviene possibile custodire l’identità della famiglia proprio valorizzando continuamente le risorse accantonate attraverso il senso dell’intimità. Lo dico per esperienza: ora che Alessandra e Claudio stanno diventando sempre più autonomi nella costruzione della loro biografia, il senso di appartenenza alla famiglia si va giocando proprio sulle cose dette sottovoce che, nella loro apparente debolezza e insignificanza sonora, sono quelle che maggiormente ci danno la speranza di poter dare senso al frastuono del mondo esterno.