IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
Sembra superato l’analfabetismo nella nostra occidentale società italiana… Ma non è vero. Le cifre dell’insufficienza che vengono fuori da varie indagini fanno spavento e fanno riflettere. E se la scuola avesse una triplice divisione: scuola pubblica statale, scuola pubblica non statale e scuola privata a fine di lucro?
A Barbiana, la celebre scuola di don Milani, “chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto – si legge nella famosa “Lettera ad una professoressa” - come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi. Ai vostri ragazzi non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada. Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni. A 12 anni gli arrivisti sono pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola. Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. E’ più facile che i dispettosi siate voi. Anche i signori hanno i loro ragazzi difficili ma li mandano avanti. La scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde”.
Di fronte a un’Italia che conta 22 milioni di persone che sono analfabete o semianalfabete avendo solo la licenza elementare, don Milani è davvero stato profeta.
Tullio De Mauro, uno dei nostri maggiori linguisti, sostiene da anni cose che hanno trovato conferma nell’indagine: in Italia esiste un 40% di analfabeti reali, ossia persone che non riescono a comprendere il senso di una frase compiuta e a scriverne il contrario, mentre il 60% non ha gli strumenti per capire un articolo di 60 righe.
Esiste in Italia un “grave squilibrio educativo”: a fronte di 3.700.000 italiani che possiedono una laurea, un dottorato di ricerca o una laurea breve, esiste l’enorme serbatoio di semianalfabeti o in possesso della sola licenza elementare: sono il 39,2% della popolazione, pari cioè a 22.529.000 di italiani. Con punte del 40% al Sud.
Paesi africani quali Lesotho, Nigeria e Tunisia investono più dell’Italia in istruzione. Il nostro paese è arretrato anche sul piano della ricerca: consegna 750 brevetti l’anno contro i 1800 della Spagna, i 15-20 mila della Francia e Germania, per non parlare dei 120 mila del Giappone e 110 mila degli Stati Uniti.
In una situazione del genere da cui non si riesce a uscire, ci si chiede se abbiano senso proposte di riforma che puntino sulla competitività scolastica, selezionando i migliori o più favoriti e indebolendo un po’ tutti: scuola pubblica e scuola privata. O se invece sarebbe bene una buona volta riformare il sistema catalogando la scuola pubblica in statale e non statale (sostanzialmente le scuole di ispirazione religiosa o ideale) finanziandola adeguatamente ed escludendo dai finanziamenti la scuola davvero privata in cui classificare la scuola a fine di lucro. Se la scuola diventa un business cessa di essere scuola educativa.
La ricorrente tentazione di puntare a una scuola business o azienda e che divida gli allievi non per età ma per intelligenza (si pensa di farlo per ora in Inghilterra), sarebbe la rivincita di una visione darwinista non solo più nell’ambito della produzione, ma anche in quello dell’educazione dove si separano i presunti bravi dai presunti somari, prefigurando fossati incolmabili tra ragazzi della stessa età e condannando parte di essi a essere emarginati e disadattati perenni.
Anche in questo don Milani è stato profeta inascoltato. Le cose più matte nella testa degli adulti sembrano venire solo nel loro rapporto con i giovani di cui pensano di essere proprietari e non custodi provvisori. La scuola continua a essere una di quelle cose matte, dove gli adulti si scannano pensando a tutt’altro che ai giovani. Che cercano di capire come non bruciare i propri sogni, non sempre riuscendovi.