ON LINE - coadiutori salesiani
di Giancarlo Manieri
Per non dimenticare Carmelo Monaca (1923-2001), siciliano naturalizzato piemontese.
Carmelo – il nome denuncia l’origine – perde il papà a nove anni e la mamma a dodici. Quando una vita inizia tra sventure del genere, o ci si deprime assumendo un carattere dubbioso, fragile di nervi, incerto nei comportamenti e spesso un po’ scontroso, oppure si acquisisce una formidabile capacità di reazione e un carattere deciso coadiuvato da comportamenti ineccepibili. Carmelo appartiene alla seconda categoria. Ebbe, tra le altre fortune, anche quella di trovare i salesiani, entrò da loro e vi rimase fino alla morte.
L’UNICA TAPPA
Come ebbe inizio la sua avventura con Don Bosco? La guerra lo strappò dalla sua terra e lui dovette partire dalla Sicilia per andare sfollato in Piemonte, a San Benigno Canavese, dove la Provvidenza stabilì che rimanesse “vita natural durante”. A San Benigno fondò il primo laboratorio di elettromeccanica del Piemonte salesiano e ci si dedicò totalmente, lavorandoci giorno e notte. Tanto che a chi gli muoveva qualche benevola osservazione, preoccupato anche per il superlavoro cui si sottoponeva, rispondeva curiosamente in dialetto, ma piemontese, non siciliano:
- Signor Carmelo, datti una regolata... Stai attento che hai una sola vita! Perché lavorare tanto?
- Tüt per Don Bosc!
- D’accordo, caro Carmelo, ma è necessario curare anche la salute... Mica sei eterno!
- Don Bosc l’è grande!
E così zittiva tutti. Del resto, che cosa rispondere a tante fede? Oltretutto, un siciliano che si esprimeva in perfetto piemontese doveva essere un evento, il segno di un’autentica inculturazione che lo faceva più piemontese di tanti piemontesi. La sollecitudine dei confratelli e la loro attenzione verso di lui lo incoraggiavano a continuare imperterrito con i suoi impossibili ritmi che lo facevano crescere in professionalità, gli assicuravano l’ammirazione degli altri salesiani e una grande considerazione presso alunni e genitori, oltre a segnalarlo alle autorità civili come uno dei migliori tecnici della regione. Aveva raggiunto una personalità tale che ormai quello che diceva il signor Monaca non si discuteva, lo si eseguiva e basta.
In effetti, Carmelo aveva creato un laboratorio modello, invidiato da tutti, che sfornava perfino kit completi ben sistemati in un’apposita scatola di montaggio, per allievi di altri laboratori di elettromeccanica. Se ne distribuirono a centinaia.
UN PRESTIGIO INALTERATO
Nel suo laboratorio regnavano l’ordine e la pulizia, il silenzio e l’impegno, la serenità e l’efficienza. Voleva essere all’avanguardia, secondo i desideri di Don Bosco. E ce la mise tutta. Con risultati invidiabili. Ci teneva che il maggior numero di persone visitasse il suo laboratorio e lui stesso mostrava, spiegava, dimostrava... Questa passione per il lavoro e questo amore per gli allievi – ne ebbe di illustri – unito alla devozione al suo fondatore, e all’attaccamento alle sue scelte di vita, lo avevano mantenuto flessibile e aggiornato, duttile e obbediente. Sempre pronto a rinunciare al vecchio per il nuovo, a cambiare metodologie e strumentazioni, ad aggiornare vocaboli e applicazioni, ad avviare nuove specializzazioni, come la meccatronica. Uno dei pochi che seppe passare con sorprendente disinvoltura dalla meccanica all’elettronica. Dicevano di lui: è un settantacinquenne che ha la flessibilità fresca e vivace di un trentenne.
La vita con le sue difficoltà giovanili, invece che inculcargli il pessimismo, lo aveva riempito di ottimismo e il suo laboratorio ne divenne il centro di irradiazione. Come si suol dire, il laboratorio era per lui cattedra e pulpito. Forse proprio per questo ce lo trovavi sempre e gli potevi senza timore confidare un sogno, un’angoscia, una speranza, una gioia, una disillusione. Egli era felice di queste confidenze, si sentiva un po’ “confessore” senza esser prete e sapeva trovare per tutti una parola appropriata di risposta.
QUALCHE SODDISFAZIONE
La medaglia di cavaliere che gli exallievi brigarono per ottenergli, se la meritava proprio tutta. E fu una gran festa quando lo stesso Rettor Maggiore, don Juan Vecchi, gliela consegnò il 2 giugno del 1996.
Gli exallievi, dicevamo. Una intuizione felice lo portò a dedicare uno spazio rilevante del suo tempo alla loro cura. Ci riuscì così bene che senza mai esserne stato il delegato o l’incaricato ufficiale, era tuttavia diventato il punto di riferimento obbligato: sia lui come persona sia il suo ufficio, diventato l’ufficio ufficiale degli exallievi. Lì si radunavano, lì conversavano tra loro e con lui, lì si confidavano, lì macinavano ricordi, lì si concedevano qualche bicchierata, lì si aspettavano – da lui, né andavano delusi – qualche consiglio orientativo, qualche incoraggiamento e, perché no, qualche benevolo rimprovero. Afferma convinto uno dei direttori della sua comunità:
- Avevo difficoltà a parlare di lui, perché ogni frase mi sembrava banale ed ero persuaso che meritasse ben altro. Allora cercavo altre espressioni e mettevo insieme altri concetti.
- E riusciva ad esprimere quel che pensava?
- Macché! Il risultato era il medesimo: mi accorgevo che i concetti si rivelavano ancora inadeguati... e me ne dispiacevo. Però, riflettevo che questa difficoltà a descrivere e definire Carmelo non poteva che esprimere la caratura umana, spirituale e professionale di quell’uomo della provvidenza.