I NOSTRI SANTI

a cura di Enrico dal Covolo - postulatore generale

SI RISVEGLIA DAL COMA

Il 10 agosto 2003 nostro figlio Francesco di 17 anni fu coinvolto in un incidente stradale. Era senza patente a bordo di una giardinetta, imprestata da un’amica, scontratasi con una “Punto”. I danni riportati erano gravi: trauma cranico e toracico, compromissione dei polmoni e di altri organi interni con funzioni vitali. Diagnosi: due ore di vita. Portato d’urgenza all’ospedale di Albano, venne subito trasferito nel reparto di rianimazione dell’ospedale S. Giovanni di Roma. Era irriconoscibile: gonfio, giallo in viso, tumefatto, con il corpo ricoperto di fili e dispositivi di rianimazione. Rimase in coma per tre settimane. I medici nelle loro dichiarazioni giornaliere erano drastici: scarse possibilità di sopravvivenza, con possibili complicazioni improvvise e imprevedibili. La nostra famiglia era distrutta. Io e mio marito trascorrevamo le nostre giornate nel corridoio dell’ospedale, aspettando di poter vedere nostro figlio attraverso il vetro durante gli orari di visita. Parenti, amici e compagni di scuola partecipavano al nostro dolore e venivano ogni giorno a visitarlo, nonostante il calore estivo. Non riuscivamo ad accettare di perdere un figlio di 17 anni. Unico nostro conforto era la preghiera e in essa ci siamo rifugiati. Ogni giorno recitavamo il rosario nella cappella dell’ospedale e così anche la sera prima di addormentarci. Erano momenti di intensa unione con Dio. Una mattina ci siamo recati a Frascati, a Villa Sora, la scuola salesiana frequentata da nostro figlio. Abbiamo trovato molta comprensione da parte di don Francesco, un giovane salesiano molto amato dai ragazzi. L’indomani lui con l’ex preside della scuola, don Pier Fausto Frisoli, sono venuti in ospedale e hanno pregato insieme con noi. Don Francesco ci ha donato un’immagine con la reliquia di suor Eusebia Palomino, raccomandandoci di metterla vicino al letto di nostro figlio e così abbiamo fatto. Contro ogni previsione, dopo tre settimane è iniziato un lento e graduale risveglio dal coma. Le condizioni di Francesco sono andate migliorando, tanto che dopo un mese e mezzo dal ricovero è stato dimesso dall’ospedale e trasferito in una clinica di riabilitazione, dove tuttora sta effettuando le necessarie terapie riabilitative. Il 7 novembre è rientrato a scuola, accolto festosamente da insegnanti e compagni. Una santa messa di ringraziamento è stata celebrata con tutta la sua classe. Il Preside della scuola con alcuni insegnanti si è recato presso la clinica di riabilitazione per parlare con i medici delle condizioni psico-organiche e cognitive di Francesco. Credo di non esagerare affermando che nostro figlio ha beneficiato di un doppio miracolo: è sopravvissuto a condizioni così gravi e dopo soli quattro mesi ha ricuperato quasi perfettamente tutte le sue funzioni, tranne

qualche disturbo di attenzione. Francesco oggi è cambiato: è più responsabile e riflessivo, si è avvicinato di più a Dio, dal quale è sicuro di essere stato aiutato. La sera prega. Siamo lieti di raccontare questa nostra esperienza anche ai compagni di scuola dell’ultimo anno di Liceo, perché pensiamo che quanto è successo a Francesco possa essere loro di aiuto. Noi genitori abbiamo imparato che anche nei momenti più disperati non bisogna smettere di credere, di pregare, di fidarsi dell’immensa bontà di Dio. Siamo infinitamente grati a Dio di averci dato la forza necessaria per affrontare questa prova e di averci concesso la grazia tanto invocata anche attraverso l’intercessione di suor Eusebia.

I genitori di Francesco Marcoccio, Frascati (Roma)

 

ERA TORNATO IN FAMIGLIA

Con mia sorella e mia madre mi recai per la prima volta al santuario del Colle Don Bosco. Appena giunte, andammo a procurarci un abitino di san Domenico Savio. Prima di allora non conoscevo nulla di questo santo; me ne parlò brevemente la persona che mi diede l’abito e il libricino. Misi l’uno e l’altro nella borsetta e per qualche ora mi separai da mia madre e mia sorella. Dopo un certo tempo, volendo sapere dove fossero, cercai di mettermi in comunicazione con il cellulare di mia sorella, ma non riuscendovi iniziai a recitare il rosario. Mentre m’incamminavo verso il santuario le vidi sedute lungo la scalinata, poiché la chiesa era gremita. Mia madre aveva dei capogiri e non riusciva ad alzarsi. Vennero in soccorso alcuni volontari della Protezione Civile. Un medico ci suggerì di trasportare la mamma all’ospedale più vicino. Prima che l’adagiassero nell’ambulanza, presi dalla borsetta l’abitino di Domenico Savio, glielo appoggiai sul cuore e le misi tra le mani la corona del rosario, poi mi feci il segno della croce e chiesi a due suore che pregassero per la mamma. Mentre con mia sorella al volante percorrevamo i 15 km di strada verso l’ospedale, pur tra l’agitazione e l’angoscia pregammo: recitai la novena di san Domenico Savio, affidando la mamma alla sua protezione. Eravamo preoccupate, specialmente mia sorella infermiera professionale. Dopo la preghiera sentii in me una grande pace, per cui dissi a mia sorella: “Sento che la mamma sta bene”. Trovammo facile anche il percorso, per noi tutto nuovo, verso l’ospedale di Chieri. All’arrivo vidi la mamma adagiata in barella. Aveva lo sguardo sereno. Prima che la introducessero per visitarla, le tolsi l’abitino e le lasciai il rosario che poco dopo un’infermiera mi riconsegnò. In sala d’attesa pregavo di nascosto il rosario. Dopo un po’ il medico ci chiamò e ci disse che non c’era nulla di preoccupante ma l’avrebbero trattenuta in osservazione. Erano le ore 18 circa. La mamma aveva ancora dei capogiri e doveva stare sdraiata. Io le consegnai di nuovo l’abitino. Infermieri e medici l’assistevano con premura e grande umanità. Io feci una corsa in duomo, che era davanti all’ospedale, accesi una candela alla Madonna e intinsi un fazzoletto di carta nell’acqua benedetta, poi tornai dalla mamma e le bagnai il capo con il fazzoletto intinto nell’acqua benedetta. Verso le ore 21.30 portarono l’esito degli esami: negativo. Anche la mamma diceva che non sentire più nulla. Così la dimisero. Uscimmo tutti a piedi dall’ospedale, serenamente come se nulla fosse successo. Prima di salire in auto, mi girai verso il duomo e l’ospedale e ringraziai il Signore. La mattina seguente la mamma mi mostrò l’abitino di Domenico Savio che da anni lei aveva richiesto. Era uguale a quello che aveva tenuto nell’ospedale di Chieri. San Domenico Savio era ritornato nella nostra famiglia e ci resterà per sempre. Anche mia sorella, che con me al Colle Don Bosco aveva preso un abitino, ebbe modo di esperimentare la protezione di Domenico Savio nel periodo della sua maternità, quando dopo quattro anni di matrimonio diede alla luce il suo bambino che chiamò Diego Giovanni.

D’Ammassa Maria Grazia, Vespolate (NO)

PROTEZIONE CONTINUA SULLA FAMIGLIA

Sento il bisogno di ringraziare apertamente san Domenico Savio e san Giovanni Bosco per la protezione continua con cui hanno accompagnato la mia famiglia e in particolare le mie figlie. Conoscevo solo di nome questi due santi; ho cominciato a venerarli dopo che me ne ha parlato mio marito, exallievo salesiano. Ho affidato a san Domenico Savio le mie figlie, prima che nascessero, portando l’abitino che mi era stato donato. Nei momenti di maggior sconforto, ho sempre sentito la presenza di questi miei patroni: mi hanno dato sicurezza, suggerendomi le decisioni da prendere. Pochi mesi prima della discussione della tesi di laurea, mia figlia uscì illesa da un incidente, in cui andò distrutta la macchina. Ora che la stessa si è brillantemente laureata e l’altra frequenta con profitto l’università, ho promesso che avrei testimoniato la grandezza di Don Bosco e del suo alunno Domenico Savio che ringrazio e invoco.

S. L. , Pavia