COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

EDUCARE ALLA FIDUCIA

Educare al senso di fiducia in se stessi e negli altri è una delle dimensioni fondamentali da trasmettere ai figli. Non è facile, perché molti genitori cadono facilmente nell’errore dell’iperprotettività.

Una madre iperprotettiva è una madre "terrorizzata"; ha paura che possa succedere qualcosa ai figli se li perde di vista. Tenta di pro­teggerli dal pericolo, il che è un desiderio naturale e normale. Ma eccede: vede pericoli potenziali affacciarsi dap­pertutto. Non possiamo difendere i nostri figli dalla vita e non dovremmo neanche volerlo; siamo tenuti ad abituarli al coraggio e alla forza necessari ad affrontare l'esistenza. Il desiderio materno di proteggere i bambini da ogni possibile malanno può avere un effetto scoraggiante: può mantenerli deboli e dipendenti. Il secondo motivo, che si nasconde dietro i ten­tativi improntati a una protezione eccessiva, è il dubbio profondo dei genitori di avere essi stessi la capacità di affrontare i problemi; hanno perciò ancora minor fiducia nella capa­cità dei bambini piccoli di aver cura di sé. Bisogna invece far di tutto per rinforzare la fiducia dei bambini in se stessi. Far crescere il bambino nella fiducia significa riconoscere che il piccolo è una persona importante, posare su di lui uno sguardo che gli infonde il desiderio di crescere, uno sguardo che riconosce la sua unicità.

La prima tappa è ascoltare ciò che vive il bambino. Si tratta di ascoltare, per esempio, il bambino che piange e sapere come dare una risposta ai suoi pianti. Saper dire, in quel momento: «Ascoltami: non posso venire da te, in questo momento, ma ti ascolto». Il bambino deve poter fare l’esperienza di essere ascoltato, e non ignorato, in ciò che vive. Questo non vuol dire accondiscendere a tutti i suoi capricci, ma considerarlo. Ascoltare significa anche saper decodificare ciò che si nasconde dietro gli atteggiamenti del bambino, il quale non si esprime sempre a parole. Riconoscere i talenti del bambino, perché è un modo per dirgli: «Ti voglio bene così come sei». È evidente che i genitori talvolta sono molto preoccupati che i loro bambini abbiano successo; sono inquieti quando questo non accade a scuola, ed è vero che queste situazioni sono preoccupanti. Di solito nutrono molti sogni per loro. Devono imparare a formulare osservazioni del tipo: «Un mese fa, non sapeva ancora impilare i mattoncini del gioco di costruzioni», o di scoprire capacità specifiche: «Lui sorride sempre e rende l’atmosfera serena; lei, invece, è tanto contenta di vedere la cuginetta: è più attenta con lei che con il suo fratellino».

Riconoscere queste capacità specifiche e comunicarle al bambino significa permettere a quest’ultimo di scoprire i propri talenti e di sapere che non è un altro, che ha una data peculiarità. Questo non significa che è migliore di un altro (occorre impegnarsi per cercare di essere giusti), ma che viene riconosciuto nella sua differenza. Questa considerazione positiva sarà per il bambino una base da cui in seguito potrà partire per affrontare gli insuccessi e le difficoltà. Permettere al bambino di diventare autonomo. Lasciare che il bambino si vesta da solo. Trovare il tempo di permettergli di lavare i piatti con noi (che piacere poter spruzzare un po’ d’acqua dappertutto e mostrare che è capace!). Mandarlo a fare un piccolo acquisto, da solo, nel negozio vicino. Di fronte a questa fiducia che gli viene accordata, il bambino potrà dire a se stesso: «Se la mamma mi dice che posso farlo, vuol dire che ne sono capace; posso provarci». E crescerà in questa capacità di autonomia. È un processo che richiede tempo e pazienza, risorse che i genitori non sempre hanno.

Altrettanto necessario è far crescere nei bambini la fiducia negli altri. In un rapporto interpersonale, è fondamentale poter accordare fiducia all’altro. Affinché il bambino impari ad accordare fiducia all’altro, è necessario che noi siamo per il bambino adulti degni di fiducia, persone che mantengono la parola data. Se abbiamo promesso al bambino di raccontargli una storia, siamo di parola! E se qualche circostanza esterna ci impedisce di mantenere la promessa nel momento stabilito, spieghiamone i motivi al bambino. Lo stesso vale per le punizioni (quando a volte è necessario farvi ricorso con un bambino un po’ difficile): quando ventiliamo un castigo, mettiamo in pratica ciò che abbiamo stabilito. In caso contrario, il bambino dirà a se stesso: «Parla, ma non mette in pratica quello che dice; dunque, possiamo fare tutto quello che vogliamo». In realtà questo delude il bambino, che ha bisogno di avere riferimenti sicuri intorno a sé. Anche i nonni non devono prendere iniziative dietro le spalle dei genitori. E se a casa loro vigono regole diverse, è giusto essere chiari con il bambino spiegandogli le differenze.

Se vengono dati riferimenti chiari e coerenti, il bambino saprà come comportarsi con gli adulti che vivono accanto a lui. Imparerà a procedere sulla strada della fiducia nell’altro e in Dio. Nella trasmissione della fede, educare alla fiducia è vitale, poiché credere significa “avere fede”, e non “sapere”. Si tratta di imparare a poco a poco ad avere fiducia in Qualcuno: si deve rischiare di avere fiducia in Dio, come in tutti quelli che gli rendono testimonianza. La fiducia che accordiamo a Dio si fonda sulla fiducia che Dio ci accorda per primo: egli crede in noi. La fiducia in sé, negli altri, in Dio è, in fondo, la spina dorsale dell’esistenza.


COME DON BOSCO­­­­ - il genitore

di Marianna Pacucci

FIDARSI VUOL DIRE CREDERE

Chi crede in qualcuno ha fiducia in lui... i figli che credono nei genitori ne hanno fiducia. Fidarsi è credere e viceversa. La cosa vale sia per i figli sia per i genitori.

Immagino che siamo più abituati a sentire o usare questa frase al contrario, partendo dall’idea che chi crede in qualcuno – con la “q” minuscola o maiuscola - è anche portato a esprimere fiducia nei suoi confronti, perché è sicuro di poter trovare nell’altro una disponibilità di accoglienza, la testimonianza di valori autentici, un affetto solido. Nell’educazione dei figli credo invece che sia opportuno rovesciare i termini; la fiducia viene prima del credere così come il fare esperienza di qualcosa precede abbondantemente la sua concettualizzazione.

E qui scatta obbligatoriamente la verifica: i ragazzi possono dire in modo sincero e assoluto di fidarsi dei propri genitori? Per poter esprimere questa verità con convinzione è necessario che noi grandi dimostriamo loro da subito e nelle piccole cose della vita quotidiana che siamo pronti a volergli bene cercando il loro bene e che abbiamo una competenza tale da poter costruire il loro bene usando una grammatica intessuta di amorevolezza, anche nei tornanti più ardui della relazione educativa.

Lo so che è difficile essere all’altezza della situazione quando la posta in gioco è molto esigente; ma senza questa testimonianza non si va molto lontano, né quando occorre ottenere la fiducia dei più giovani, né quando si vuole insegnare loro a fidarsi del prossimo, sapendo anche però discernere in modo serio le intenzioni vere di quel che muove l’interesse e la partecipazione di ciascuno all’esistenza degli altri.

Peraltro quel che ci viene richiesto dai figli non è un atteggiamento onnipotente e onnisciente, né una coerenza assoluta; i ragazzi, che spesso sono più realisti di noi adulti, sanno bene che siamo persone limitate quanto e più di loro; ma hanno bisogno di verificare se almeno siamo pronti a scommettere sul rapporto inscindibile che lega l’amore e la verità nei nostri gesti abituali.

Fidarsi vuol dire credere: significa che in ogni situazione, anche quando è già evidente la presenza di un legame affettivo, occorre sempre fare attenzione che quel che viene proposto sia ragionevole, significativo, condivisibile; che rimandi a un valore chiaramente riconoscibile; che sia denso di propositività e dunque contributo effettivo di crescita. Tutto questo perché aver fede non è mai un atto ir-razionale o pre-razionale, ma una decisione che coinvolge tutta la nostra persona, mettendo in collegamento la mente e il cuore.

Se abituiamo i nostri ragazzi a questa capacità di osservazione critica – che ovviamente impegna innanzitutto noi stessi e la nostra credibilità – li orientiamo progressivamente a non avere paura del mondo circostante, a non adottare atteggiamenti sistematici di diffidenza, a non guardare con sospetto ogni novità che si presenta nella loro vita; piuttosto, li abilitiamo a riconoscere come la responsabilità individuale nasce dal saper guardare e valutare ogni cosa senza pregiudizi, ma anche con senso critico.

Per affidare loro questo compito, noi genitori dobbiamo però imparare ad avere rispetto e promuovere la libertà dei giovanissimi. Per primi dobbiamo credere alla loro capacità di guardare le persone e gli eventi in modo sereno ma anche serio, senza fretta e superficialità, con la voglia di approfondire ogni questione in modo onesto. Questa fiducia, ovviamente, non mette al riparo da errori e “fregature”. Bisogna però che ci convinciamo di una cosa importante: all’occorrenza meglio correre qualche rischio – calcolandone bene la portata – che precludersi sistematicamente a un incontro o a un’esperienza nuova.

Un’avventura che non si conclude a lieto fine può fare male – soprattutto se mancano il sostegno genitoriale e la confidenza necessaria per condividere il bello e il brutto della vita con eguale cordialità –, ma fa ancora peggio non avere mai il coraggio di prendere il largo. La sicurezza interiore dei giovanissimi è un traguardo troppo importante, per svenderlo in cambio di una maggiore spensieratezza quando i figli sono fuori di casa.