DIBATTITI
di Severino Cagnin
Un dibattito vivo di oggi è quello in atto tra fede e cultura che vede schierati grandi personaggi e istituzioni.
FEDE e CULTURA: né opposizione né alternativa ma integrazione in una visione più completa dell’uomo e della storia: più cultura significa anche più fede secondo i documenti CEI che aprono una rivoluzione nel pensiero cattolico e nella pastorale futura.
Eckard e la bionda Stephanie hanno voluto andare da Amburgo a Venezia per sposarsi a San Marco. Lì hanno pregato e poi in piazza hanno ballato, con il sorriso di maschere, la luminosità delle cupole bizantine e la musica di Vivaldi. Non dimenticheranno più quel giorno, in cui il loro amore è maturato nella fede in una cornice di gioia e amicizia esaltanti e condivise. Capita così ogni giorno: le componenti della nostra vita, come il rapporto con gli altri, i sentimenti, le passioni, i momenti di gioia non possono rimanere patrimonio individuale ed essere sperimentate isolatamente, ma vanno fuse insieme: soffriamo o godiamo sia come individui sia come membri del corpo sociale. Tutto si comunica. Il recente documento della CEI, Comunicazione e missione, tratta della fede che deve esprimersi nella cultura attuale attraverso la comunicazione, considerata non più come un mezzo, ma essa stessa come pastorale, annuncio del Vangelo “in un mondo in cui è la comunicazione che determina il cambiamento, anzi è essa stessa cambiamento”. E’ una vera rivoluzione culturale che interessa sia il mondo religioso sia quello laicale. Questa straordinaria apertura (oggi si parla di comunicare il vangelo, più che di evangelizzare) permette di superare le distanze geografiche, culturali e sociali.
Il documento CEI propone due principi perché si realizzi più facilmente una convergenza tra fede e cultura: conservare la memoria e valorizzare la tradizione. Se non faremo memoria, saremo condannati a ripetere gli errori dei nostri padri. Ci è richiesta una memoria purificata dal perdono e capace di stimolare le energie di ogni persona e di ogni popolo. Nella celebrazione mondiale del 27 gennaio d’ogni anno siamo chiamati a “ricordare” per reiterare il rifiuto dei campi di sterminio, dei gulag e della violazione dei diritti umani, da Auschwitz alla Siberia, alle bidonville delle grandi metropoli del pianeta.
Se ricupereremo la dimensione interiore e trascendente dell’uomo, non faremo fatica a dare un senso a ciò che accade. Spesso constatiamo che la stupidità è peggiore della cattiveria, invece la ricerca della verità e del bene produce sempre qualche risultato e può arrivare perfino al successo. “La parodia più seria che abbia mai udito è questa: in principio era il Non/senso, e il Non/senso era presso Dio, e il Non/senso era Dio”, così scriveva Federico Nietzsche, profeta del Non/senso. Coerentemente, egli doveva anche concludere che senza senso la realtà sprofonda nel Nulla. Anche il tormentato Albert Camus, saggista, drammaturgo, giornalista, filosofo esistenzialista, scrittore dell’assurdo non teme di concludere: “Se Dio non esiste e tutto è permesso, ciò che è permesso è innanzitutto essere disperati”. Invece, il cammino del pensiero umano ci fa capire che fede e cultura non sono estranee o alternative, ma si esigono reciprocamente “secondo la formulazione ricorrente dell’inculturazione del Vangelo e dell’evangelizzazione delle culture”. La storia della fede è stata un continuo processo di “adattamento culturale”, di “dialogo con le culture”. Anche oggi i fatti più drammatici e pregni di futura distruzione sono gli scontri fra etnie e religioni diverse. Ebbene, la via d’uscita è sempre una scelta, motivata positivamente. Segnali di speranza si sono recentemente illuminati: il possibile accordo tra Palestina e Israele, i paesi dell’Est post/sovietico - comprese Cina e Cuba - cominciano a parlare con gli avversari. Anche lo scontro tra alcuni gruppi islamici integralisti e l’Occidente sembra voler scegliere modalità più democratiche. Mi piace rileggere la dichiarazione del Concilio Vaticano II sull’Islam: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra che ha parlato agli uomini. (...) Se nel corso dei secoli non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il Sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.”
In questo avvicinamento di genti diverse, stanno avendo il loro peso l’arte, la musica e la letteratura. Non pochi premi Nobel trattano queste tematiche. La musica, poi, è la comunicazione più universale e accattivante, il cinema e la TV propongono personaggi e vicende esotiche e originali in ogni città del mondo. Soprattutto il film d’autore: dalla storia di don Puglisi, martire coraggioso per la giustizia nel suo quartiere, al musical di successo Matrimoni e pregiudizi sull’evoluzione del costume in India, a Il muro, forte documento contro la divisione tra due popoli. Sarà la fede di confessioni diverse a promuovere la comprensione culturale: i preti di film come Luther, Maria full of grace e Un bacio appassionato possono essere discutibili, ma nelle loro motivazioni interiori agiscono per il bene delle persone, che hanno fiducia in loro.
Alla Sagra di San Michele in Val di Susa, millenaria abbazia, custodita dai Padri Rosminiani, si è tenuto mesi fa un convegno su Rosmini, “studioso dell’idea dell’essere, come condizione di ogni conoscenza”. All’ultima sera ci fu un concerto di canti gregoriani. Racconta uno studioso: “Fui colpito da uno spettacolo che non mi aspettavo; più di 500 persone, in gran parte giovani, erano assiepati in rigoroso silenzio. E stettero lì ad ascoltare, muti e attenti per due ore di seguito. Perché tanti giovani? Perché qui e non alla messa domenicale? Mi è stato risposto: i giovani accorrono in massa perché attratti dalla bellezza genuina che emana dal canto gregoriano. Forse oggi una finestra promettente è proprio quella della bellezza; e uno dei luoghi privilegiati della bellezza è la liturgia, il culto pubblico. Rosmini nella prima delle Cinque Piaghe suggerisce di ricuperare la bellezza dei riti, cioè la loro solennità, la dignità, la pienezza e ricchezza racchiusa nei simboli, il senso profondo della parola di Dio che proclamiamo.