VIAGGI

di Giancarlo Manieri

I salesiani in Thailandia: una lunga storia che ha ottant’anni e molti risvolti.

DON BOSCO THAI

Tra le mille vicende, la storia di Don Bosco in terra thai assume i risvolti di un’avventura. Don Battista Personeni racconta con gusto gli inizi e la lenta, a volte faticosa espansione, non priva di contrasti, spesso anche duri.

 

“Don, questa è ormai la tua terra…”. “Proprio così. L’amo quanto la mia Clanezzo!”. Si stava tornando verso il “Don Bosco Technical School”, dopo la visita al centro di Bangkok. “Immagino che conosca bene la storia dei salesiani!”. “Ci mancherebbe pure che non la conoscessi! Sono in Thailandia dagli anni Sessanta”. “Allora, comincia a raccontare!”. Cominciò, non senza infiorare il suo dire con qualche barzelletta che magari c’entrava poco con la storia, ma gli veniva in mente a causa di una parola, un cenno, un ricordo, un nome di persona… I salesiani misero piede nel “Paese degli uomini liberi” il 27 agosto 1927. Erano in due, don Giovanni Casetta e il chierico Giorgio Bainotti, provenienti da Macao. Furono gli apripista, quando la Thailandia si chiamava ancora Siam. Il 25 ottobre dello stesso anno arrivarono in 20 destinati alla missione di Ratchaburi, un centinaio di km a sud di Bangkok, e il 17 dicembre altri 6 da Torino. Il quarto gruppo arrivò l’anno dopo, e anche stavolta erano in 20. La grande maggioranza dell’intero “contingente” era costituita da giovani in formazione. “Così, l’occupazione era completata”, concluse soddisfatto don Battista. Don Casetta, primo salesiano e primo ispettore in Thailandia

VICENDE

La prima missione fu Bangnokkhuek. I salesiani vi furono chiamati a sostituire i padri delle Missioni Estere di Parigi. “118 mila km² di territorio, due milioni e mezzo di abitanti, 6600 cristiani”, snocciolò a memoria il mio mentore. L’ispettoria Thai fu creata nel 1937 e superiore venne designato don Giovanni Casetta, il primo salesiano che mise piede in Thailandia. “Però noi volevamo una casa a Bangkok”, disse don Personeni con una certa passione. A dir la verità un pied-à-terre ce l’avevano. Fin dal 1927 avevano comprato in via Saladeng la villetta di un certo dott. Gaietti che se ne tornava in Italia. Nel 1939, trasformata in casa di accoglienza, vi furono trasferiti gli uffici ispettoriali. Negli anni della guerra d’Indocina, divenne una specie di territorio franco dove s’incontravano giapponesi e inglesi, francesi e thailandesi, autorità civili e religiose, imprenditori e compagnie commerciali… Quando, nel 1945, divenne direttore don Mario Ruzzeddu, il sogno di una scuola per gli orfani e i poveri si concretizzò. Dopo molto cercare, infatti, furono affittati 25 rai (più o meno ettari)di terreno con dei caseggiati già pronti sulla strada di Vitthoyou. S’iniziò subito con sarti, meccanici e falegnami. Quando, in maggio, arrivarono i macchinari della stamperia di Bangnokkhuek, partì anche quell’attività. Ma il proprietario poco dopo mise in vendita il terreno e i salesiani dovettero spostarsi in via Ruam Ciai non potendo sostenere l’enorme spesa per acquistarlo. Da allora fu un crescendo che non si fermò nemmeno quando il Municipio di Bangkok tagliò in due la proprietà facendoci passare in mezzo la strada New Petchburi.

LE DUE OPERE DI PETCHBURI

Come compenso per aver accettato senza porre ostacoli l’esproprio di una parte della proprietà per farvi passare la strada ci diedero due milioni di baht!”. “Cioè?. ”40 mila euro,che vennero utilizzati per ricollocare i laboratori e per costruire di là della strada, l’edificio che vedi”. “Il San Domenico Savio?”. “Precisamente!”. Per un’opera così grande, tre piani per circa duemila ragazzi, è stato necessario anche l’aiuto occidentale, il ricavato della vendita di Saladeng alle FMA, e donazioni di benefattori. Mancava ancora la chiesa, ma presto se ne iniziò la costruzione, e poté essere inaugurata nel 1963: una gran bella chiesa che ha assistito allo sviluppo vertiginoso del quartiere sulla via New Petchburi, divenuta man mano un’arteria frequentatissima e uno snodo commerciale di prim’ordine. Ai due lati della strada, prospera una fiera di bancarelle, soprattutto alimentari, che offrono ogni sorta di gustosità thai, vermi fritti compresi. Per tutto il giorno e gran parte della notte la strada profuma di… cucina. Fornelletti di tutte le fogge sono sempre in funzione e bollono, friggono, rosolano, scaldano… ma soprattutto riempiono l’olfatto di richiami invitanti. “Battista, sembra che in questa città l’unica occupazione sia il mangiare!”. “E ti pare poco? Viviamo in mezzo a un popolo felice di vivere che cerca di non farsi mancar nulla. Certo, non tutto fila liscio, ma tu conosci qualche paese dove tutto fili liscio?”. Domanda retorica. Era ovvio che questo paradiso non lo conoscessi, dal momento che non poteva esistere.

GUIZZO… ALLA PERSONENI

Stavamo percorrendo a piedi la New Petchburi, e don Battista non finiva più di raccontare. Non dimenticava nessuno dei grandi salesiani del passato e del presente. Solo di lui non parlava, eppure sapevo che era stato tra i protagonisti in anni difficili. Raccontava di direttori che avevano dato un forte impulso, di coadiutori che avevano organizzato i laboratori secondo le tecniche più avanzate, narrava di visite di ministri, di prìncipi, di nobildonne, e addirittura di re, come Baldovino del Belgio e lo stesso sovrano della Thailandia… A un certo punto si fermò. Di colpo. Eravamo davanti a una bancarella dai cui fornelli emanava un accattivante odore di frittura di pesce. Ma lui non guardava il pesce, né si beava dell’odore del fritto, stava invece fissando un vecchietto che, estraneo a tutto, sbocconcellava un tozzo di pane (era pane?) con qualcos’altro che non riuscii a identificare, lo sguardo perso e vuoto, una faccia da fanciullo e un sorriso fisso, un po’ ebete. Faceva tenerezza. Battista s’avvicinò, gli sussurrò qualcosa in thai, gli fece una carezza, gli allungò qualche spicciolo, poi senza introduzioni attaccò: “La sai quella della creazione? Te la dico io. Quando creò gli esseri viventi Dio, per esser giusto, assegnò 30 anni di vita indiscriminatamente a tutte le creature. Gli si avvicinò il bue: Signore, mi costringi, dunque, a tirare l’aratro per trent’anni tra gli improperi e le frustate del padrone? Non mi va! Mi bastano 10 anni. Fammi questo regalo. L’uomo lì vicino sentì e intervenne: Dalli a me gli anni che rifiuta il bue. Così sia! disse Dio. Ma ecco subito il cane: Signore, 30 anni a far la guardia incatenato in un guscio da tartaruga, o a seguire i capricci del padrone e subire le sue sfuriate? Anch’io rinuncio volentieri a 20 anni. E l’uomo: Posso prendere anche quelli, Signore?Così sia! sentenziò il Signore. Intervenne allora la scimmia: Anche per me sono troppi 30 anni di smorfie, a far la scema da un albero all’altro. Ne bastano 10 anche a me. L’ingordigia dell’uomo chiese anche i 20 della scimmia… e così egli vive da uomo fino a 30 anni, lavora come un bue fino ai 50, fa la guardia ai nipoti fino a 70 e… vive da scimunito gli ultimi 20 anni!”. (continua)