LETTERA AI GIOVANI

UN INTERROGATIVO AL MESE

“A che serve?”

Sarà la domanda che ci accompagnerà durante tutto quest’anno. A partire da gennaio, mettendo un interrogativo proprio su ciò che più comunemente si fa in questi primi giorni del nuovo anno: il farsi gli auguri. E’ buona costumanza. Ma se si tratta di buona educazione, punto e basta, farsi gli auguri non produce alcun effetto pratico e non riempie il cuore. Lo stesso ragionamento possiamo fare ad esempio quando parliamo di virtù… A che serve la fedeltà, a che serve la carità, a che serve la speranza, a che serve la pietà, a che serve la purezza, a che serve la bontà, a che serve il pudore, a che serve l’onestà?…
Cercherò, nel corso di quest’anno di dare corpo a qualche virtù magari un po’ “negletta” cercando di mostrarne l’indispensabilità per l’uomo.

 

Carissimo/a,

a che serve…?

Voglio dire, a che serve scrivere, farsi tanti auguri se

A che servono gli amici se

Il “se”, come puoi comprendere, nasconde la delusione, il fallimento.

A che serve la vita se,

sul più bello, Dio mi porta via un figlio?

A che serve amare

se poi sono tradita e messa da parte?

Non è una litania e tanto meno – data la circostanza dell’anno nuovo – un pacco dono.

Così impostato l’interrogativo è un virus difficile da debellare.

È un nemico temibile.

È invisibile e ti manda in depressione.

È devastante: cancella reattività e forza.

È un veleno: a piccole dosi

ti porta in vicoli ciechi e senza uscita.

Quante volte ho sentito questa musica

a casa, in ufficio, a scuola.

Da grandi e non.

L’ho sentita soprattutto

nei momenti di depressione nera, di emotività,

di passività psicologica.

È una nota stonata.

Non porta armonia.

Proprio per questo ti dico di cuore:

BUON ANNO!

BUON 2006.

Carlo Terraneo