IL PUNTO GIOVANI

di Carlo Di Cicco

FIAMME DI DISAGIO

Gli avvenimenti del novembre francese non possono non essere un campanello di allarme. E non solo per i francesi.

 

I giovani hanno fatto tremare la Francia. L’Unione Europea si è stretta al capezzale del governo Chirac per aiutare il paese a ricostruirsi dopo lo shock subìto, il disordine ingenerato, le auto incendiate, le notti di battaglie metropolitane. In tanti hanno trepidato, più che per i giovani, per l’ordine costituito scosso prepotentemente dalla rivolta della popolazione giovanile delle periferie urbane, cioè dai giovani più poveri. Fiumi di parole sono straripate nelle redazioni dei giornali, nelle televisioni, nelle analisi di esperti di ogni tendenza..

Dopo le prime settimane di coprifuoco, il governo francese ha deciso di prolungare di tre mesi lo stato di emergenza. Bagliori di incendi, feriti, arresti, espulsioni. Un dramma sociale di enormi proporzioni che potrebbe ripetersi nel tempo in altri paesi europei. Alla fine di tutto, e già dal suo inizio, si è parlato generalmente dei giovani in rivolta come di un’alterità sociale pericolosa da cui difendersi.

Da una parte noi con la nostra società, le sue certezze, i suoi riti e i suoi precari equilibri economici e politici; dall’altra loro, i giovani che, consumati da un disagio e da un’esclusione crescente, si ribellano e diventano un pericolo da cui difendersi.

È stata la solita storia, ripetuta su scala imprevista: il pericolo è costituito da chi si ribella, non dalle condizioni determinate da un modello economico e sociale che crea emarginazione, discriminazione, povertà, razzismo e repressione per sopravvivere. È stato curioso il ragionamento di tante persone che i giovani li avranno pure in casa e sanno che sono figli, fratelli, sorelle: prima di tutto il ripristino dell’ordine sconvolto e soltanto dopo si potrà discutere dei problemi che hanno generato la rivolta. Si continua a definire inaccettabile la contestazione dei giovani. Non si è mai sentito, da qualche autorità pubblica, definire apertamente “inaccettabili” i comportamenti illegali da parte di adulti con pubbliche responsabilità. Messi alle strette dalla rivolta giovanile, è maturata la solita prevedibile conclusione politica: qualche aggiustamento di maniera e qualche concessione così da permettere al sistema – seppur rappezzato – di continuare il suo corso dopo l’improvviso disturbo di violenza.

I fatti di Francia sono stati una conferma evidente della distanza esistente tra la cultura sociale e politica prevalente nelle nostre società e i giovani, specialmente quelli meno fortunati. La scarsa comunicabilità tra i due mondi è stata ribadita come scelta di principio e di metodo. La politica cerca di ammansire i giovani. È normale: rappresentano il futuro, e un domani in mano a chi oggi crea scompiglio non può che far paura. La politica, troppo spesso più attrezzata a difendersi che a educare, non ha la forza e il coraggio di interrogarsi di fronte al disagio giovanile e di cambiare strada.

Hanno un bel gridare educatori e genitori, preoccupati di accompagnare la crescita giovanile in percorsi educativi credibili. Anch’essi contano poco. Ripetono all’infinito che occuparsi dei giovani significa avere la capacità di cambiare, di ridisegnarsi, di stoppare politiche ed economie che non sono per la vita di tutti, ma per consolidare gli interessi di fortunate minoranze.

Oggi parlare di sistema preventivo è anche scuotere le coscienze dei politici, ammonendo che si rischia il baratro sociale se non ci si ferma in tempo. Prevenire è sanare per tempo i motivi di conflitto. È andare in profondità rispetto alle cause del disagio per rimuoverle. I fatti di Francia – ha detto laconicamente il Rettor Maggiore dei salesiani – sono un riscontro alla mancanza di una cultura della preventività. È una direzione di marcia da approfondire, senza lasciare deperire nell’oblio questo segno dei tempi.