ATTUALITÀ
di Giovanni Eriman
Febbraio: il mese di carnevale quando si allentano i freni inibitori e tutti si scatenano verso il trasgressivo.
Febbraio è ormai sinonimo di carnevale. Il vecchio fantoccio della cultura contadina è stato sostituito dai carri allegorici che sbeffeggiano un po’ tutti. Una storia che si perde nel lontano passato… una storia contro le leggi.

I Saturnali latini potrebbero essere definiti un carnevale ante litteram, il carnevale degli antichi romani. Già allora indossavano maschere e ne combinavano di cotte e di crude. Ma anche i saturnali avevano degli antenati nelle “antesterie” greche in onore di Dioniso – celebrate in Atene proprio in febbraio – che vedevano, tra l’altro, la gara dei bevitori (di vino naturalmente) e una fastosa e vociante processione in maschera. Internet alla digitazione della parola carnevale risponde con quasi 3 milioni di pagine… Ormai il vecchio adagio del semel in anno licet insanire s’è trasformato per molti in semel in die… Carnevale ha conquistato il mondo. In Brasile è stato importato dall’Italia verso la fine dell’800 ed è diventata la festa più pazza, più pericolosa, più hot del pianeta. Quasi senza regole. A confronto con quella veneziana, patria del carnevale moderno, in cui una serie di norme vietava gli eccessi, a Rio si spara… anche alle persone, e la frenesia baccantica della festa sembra non avere limiti. Di anno in anno la sfrenatezza pare aumentare, le feste si vestono di colori nuovi, di curiosità inusitate, di orpelli strambi, di folclore reinventato, di giochi non sempre innocenti (Io nun ve negherò cche o bbene o mmale / de sti ggiorni nun fiocchino peccati, scriveva già Gioacchino Belli), di solenni mangiate e altrettanto solenni sbronze con il codazzo di “effetti collaterali” che abbiamo imparto a conoscere bene: droga, orge, risse, stupri… e danze, danze, danze, musica, musica, musica…
INTERROGATIVI
Stiamo andando alla deriva? Abitiamo un mondo che si tuffa nel marasma della festa per dimenticare i suoi guai? L’uomo è davvero senza più morale o, al contrario, è alla disperata ricerca della morale… “smarrita”? È immerso in una società senza più freni o in una con troppi freni inibitori? La questione non è oziosa. Scrive una studentessa universitaria di Padova: “Esco con la macchina e circa 240 leggi (del codice della strada n.d.r.) mi accompagnano lungo tutto il percorso; vado a cena da un’amica e l’etichetta m’impone un mazzo di altre regole da rispettare scrupolosamente; entro in una chiesa ed ecco un’altra serie di norme; mi reco a far la spesa, entro in un bar, visito un museo, vado a teatro, siedo in una sala cinematografica, partecipo a un convegno, cammino per la strada e norme di comportamento, convenzioni, etichette, prassi consolidate non mi abbandonano un attimo! La libertà esiste solo come concetto, la libertà è un’astrazione!”. Come darle torto? Solo le leggi ambientali sono più di 14 mila. Esistono leggi municipali, regionali, nazionali, europee, mondiali… “Finiamola di prenderci in giro con il dichiarare che viviamo in una società libera e liberale. È una tragica idiozia! Regole sul mangiare, sul bere, sul conversare, sul comperare, sul vendere, sul risparmiare, sul giocare, sul camminare, sullo scrivere, sul cantare, sul ballare, in casa e in ospedali, a scuola e al concerto, in famiglia e in gruppo… Signori, eccomi qua: sono una regola vivente, un panino imbottito. Di norme. Sono la legge che cammina. E spesso mi viene voglia di farla finita… ma temo di trovar regole anche per morire!”. E’ lo sfogo di un altro giovane con una gran voglia di buttare la vita.
ARRIVA CARNEVALE
Forse propria questa oppressione legislativa giustifica in qualche modo l’impazzare collettivo di carnevale. Come a dire: oggi sfrenatevi, perché da domani ricomincia il balletto delle regole. Carpe diem, cogli l’occasione, trasgredisci mascherandoti, così nessuno sa chi sei! La storia degli antichi carnasciali e dei moderni carnevali è storia di trasgressioni. Rio docet. Sembra che un tempo nei fortunati e troppo fugaci giorni di carnevale anche agli schiavi fosse permessa qualche licenza, sia a favore della pancia, sia per quanto riguardava il lavoro, sia anche per quel che concerneva la morale… Ci dovevano aver preso gusto se a Venezia il periodo di baldoria arrivò a durare alcuni mesi. In effetti, il fatto di mascherarsi rendeva irriconoscibili le persone, le poneva sullo stesso piano, così che il povero più povero poteva permettersi di andare a braccetto con il ricco più ricco, lo schiavo di sedere a mensa con il padrone, il plebeo di rivaleggiare con il patrizio, l’ex detenuto di divertirsi (?) col magistrato che l’aveva condannato… Il parossismo arrivava all’ultimo giorno. Forse perché l’indomani tutto avrebbe ritrovato la ferialità consueta. Non solo. Con il cristianesimo l’ultimo giorno di carnevale segnava l’inizio della penitenza quaresimale, quando bisognava carnem laxare o levare – togliere la carne dai pasti giornalieri – era insomma finita la pacchia. Poco prima di mezzanotte l’ultimo sussulto già intriso di malinconia: il fantoccio libertino veniva dannato al rogo con rito direttissimo e bruciato seduta stante.
Oggi le sfilate dei carri prolungano la baldoria, i cortei mascherati invadono il territorio proibito della quaresima, i coriandoli continuano a svolazzare per giorni, il lancio di gadget e regali ad adescare i ragazzi, le ballerine a incantare gli adulti, gli sberleffi e le pantomime a prolungare artificiosamente il periodo di un’impossibile libertà goliardica e trasgressiva, per esorcizzare il più a lungo possibile i problemi della quotidianità. Ma l’orgia festaiola è destinata a finire, le maschere a cadere, il povero torna povero, il ricco torna a palazzo, Arlecchino, Pulcinella, Pantalone, Meo Patacca, Colombina si ritireranno nel mistero di un’improbabile paradiso dei divertimenti, pronti a rialzare la testa alla prossima puntata. ›
Arlecchino, veneziano, servo burlone che cerca di sfuggire alle prepotenze dei padroni con la furbizia delle trovate. Pulcinella, meridionale, contadino poverissimo impiega tempo ed energie per trovare il modo di mangiare. Pantalone, veneziano, mercante tirchio e sospettoso che con il tempo diviene buon padre di famiglia, “Pantalon dei bisognosi”. È il burbero benefico delle commedie goldoniane. Balanzone, bolognese, la caricatura del sapientone: parla con citazioni latine, rivelando la sua grande “ignoranza”. Gianduja, piemontese, gentiluomo amante del buon vino e della buona tavola, dello scherzo e dei piaceri della vita. Rugantino, romano, contaballe e fanfarone, disposto a prenderne un fracco pur di avere l’ultima parola. Colombina, veneziana, fantesca, bugiarda a fin di bene, civettuola, attraente, senza peli sulla lingua.
Venezia, ufficiale dal 1296, il più antico dei carnevali italiani e anche il più sontuoso e il più famoso. Viareggio, dal 1873 cominciò la sfilata delle… carrozze cariche di fiori e maschere. E non s’è più fermata. Importanti e bene organizzati sono quelli di Cento, Putignano, Acireale, Fano, Massafrese, Oristano, e moltissimi altri. Ormai non c’è paese senza carnevale.
Al rione Testaccio di Roma c’era “La ruzzica de li porci”: alcuni carretti pieni di maiali vivi venivano lasciati rotolare dalla collina sulla folla sottostante che se li contendeva a suon di urla, parolacce, risse. Vi scorreva anche sangue e non solo quello dei maiali.
Sempre a Roma “La corsa der rettifilo” vedeva competere ciechi, zoppi, deformi, nani, vecchi sciancati che due ali di folla incitavano con ogni sorta di invettive, urli, lanci di ogni genere sugli sventurati, come… incoraggiamento!