ON LINE coadiutori salesiani

di Antonio Miscio

Semplice profilo di un grande coadiutore: Giacomo Zauli dell’ispettoria ligure/Toscana.

OBBEDISCO!

Con lui si chiude un’epoca dura, felice e gloriosa dell’ispettoria ligure/toscana. Sempre presente, attivo e vigilante. Per la sua fede, per i suoi modi decisi, per la sua concretezza, il signor Zauli è stato un dono grande e generoso per la congregazione salesiana.

Il sig. Giacomo ZauliC’è sempre il rischio che la  laudatio post mortem travalichi i limiti della verità e della discrezione, pur concedendo che è tollerabile un poco di esagerazione, se tenuta nei limiti del parce sepulto e del rimpianto per la scomparsa di una persona cara. Nel caso del signor Giacomo Zauli le parole dell’occhiello non sono per nulla esagerate, sono la pura verità. Se peccano, peccano per difetto, non per eccesso. Perché Zauli è stato un salesiano davvero eccezionale. Si può dire senza tema di smentita che fu un pilastro dell’ispettoria. Basti pensare che degli avvenimenti lieti e tristi occorsi in Liguria e Toscana negli ultimi cinquant’anni, Zauli è stato un protagonista assoluto. Era lui che doveva pensare alle opere che si aprivano: all’allestimento, alla preparazione, a tutto il necessario perché l’insediamento avvenisse nei modi più decorosi, e secondo i canoni salesiani della povertà, della semplicità e dell’accoglienza. Si recava sul posto e non ne partiva finché tutto non fosse a posto, non mancasse l’indispensabile, e fosse assicurato un inizio che corrispondesse alla tradizione, alle usanze, e allo spirito salesiano del servizio ai giovani, secondo il cuore di Don Bosco. Fino a quando, in altre parole, non si fosse impiantata una vera casa salesiana. Era nemico acerrimo delle cose fatte alla carlona. Al contrario si mostrò sempre intransigente nel consegnare cose e case che funzionassero a dovere.

APRIRE E CHIUDERE

Aveva dunque la mansione di precedere tutti in una casa che si apriva, o di partire per ultimo da una che si chiudeva. Così fece all’apertura di Colle di Val d’Elsa, né lo scoraggiò la povertà degli inizi. Accolse, assieme ai primi confratelli salesiani, il direttore che veniva da Torino Crocetta nella splendida chiesa di S. Agostino, cantando a pieni polmoni il Magnificat del coraggio, del ringraziamento e della speranza. Così fece a Genova/Quarto che lasciò solo quando sentì che era bene impostata e ricca dello spirito di Don Bosco. Purtroppo, più numerose delle opere da aprire sono state  le opere che Zauli ha avuto obbedienza di curare nel loro spegnersi. Dolore pareva che non ne avesse, ma l’aveva, altro che se l’aveva, come per un figlio che si perde. Agiva magari con rammarico, ma con la decisione dovuta in momenti sovente drammatici, come sono spesso quelli dell’abbandono, del chiudere, del portare via, del consegnare le  chiavi. Mai piangere con gli occhi, solamente con il cuore e senza che nessuno se ne accorgesse. E questo Zauli lo sapeva fare come nessun altro, anche se non voleva sentire storie… No, non era uomo di lacrime e di esteriore commozione. Piangeva dentro. Questa è la decisione presa dall’alto, allora questo si fa. Punto e basta. E dovette sentire le recriminazioni dei volterrani, che vedevano svanire i sogni di allargamento e rafforzamento dell’opera salesiana. E sopportò il dolore dei borghigiani, quando  videro vuoto dei salesiani il loro collegio tanto benemerito. E sostenne stoicamente la chiusura di Marina di Pisa, un venir via melanconico e in sordina. Fu più difficile a Collesalvetti nel 1973, un addio struggente e  pieno di amarezza per i colligiani, essendo stato prima un rinomato collegio poi un aspirantato dove molti salesiani crebbero nella vocazione e negli studi dell’adolescenza. Zauli stesso vi aveva lavorato. E ora era lui ad approntarne la chiusura. Poi Pisa. Ahi, Pisa! Dal centro della città in Via dei Mille, a un passo dalla piazza dei Miracoli, e a cento metri da Piazza dei Cavalieri, dove sorge la celeberrima Normale. Nei primi anni sessanta. Zauli si trovò al centro di questo ridimensionamento con piglio ardito e irremovibile, pronto all’obbedienza anche la più penosa, trattenendo le sue impressioni, i suoi pensieri e il suo rammarico. Si doveva fare, lui faceva e così sia. Il cuore non c’entra.

UN ROMAGNOLO PUROSANGUE

Chi era mai questo salesiano così caratteristico? Era un romagnolo di Castrocaro Terme. Che, nel 1933, scese in corriera, con il suo parroco verso l’aspirantato di Strada in Cosentino. Tornò a casa rare volte. Aveva diciott’anni. Più che agli studi si avvidero i superiori che Giacomo era adatto alle cose pratiche, per un istinto di concretezza e di avvedutezza sorprendenti. Di modo che dall’inizio del suo entrare in contatto con Don Bosco fino ai novant’anni, il curriculum di Zauli fu di occupare man  mano posti di responsabilità. Dove c’era da fare una cosa difficile, potevi giurarci, c’era lui. Pronto a battagliare a muso duro per portare a termine quanto era stato deciso, con una dedizione di altissima caratura morale, spirituale, salesiana. Fu oro, fu argento, fu ferro, fu soprattutto acciaio, resistente, coriaceo. Al noviziato lo chiamavano “Governo”. E veramente governò in tutta la sua vita, con modi spicci, talora anche indigesti per qualcuno. Sempre però per il bene della congregazione, sempre con avvedutezza, con quel suo modo di indiscusso buon senso, che era intelligenza delle cose, delle situazioni, che sapeva indovinare il modo di agire e il momento di intervenire. Fu un grande, insomma. Nessuno osa negarlo. I suoi modi che sembravano arroganti, arroganti non erano. Era il modo di svegliare la pigrizia di chi si attardava, di chi non capiva o non voleva capire.

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Fece il guardarobiere (solerte!), l’infermiere (in gamba!), il provveditore, (straordinario!). Ma il mestiere più importante fu quello di essere nei momenti d’emergenza l’uomo a cui affidare le cose rognose… L’ultima impresa fu la trasformazione del collegio di Varazze in casa di riposo e di cura. Fu una decisione amara  per i salesiani che vi avevano speso la vita. Per gli abitanti di Varazze, che a stento poterono capacitarsi come il loro collegio potesse chiamarsi Villa Carmen. Per la congregazione che dovette sacrificare per inimmaginabili mutamenti quel monumento di salesianità, fondato dallo stesso Don Bosco nel 1871 e sublimato dalla sua lunga malattia nell’inverno tra il ’71 il ’72. Zauli diresse i lavori di trasformazione al suo solito modo, e proprio a Varazze/Villa Carmen, dopo 66 anni di professione, si spense, il 25 agosto del 2005, all’età di 90 anni.