COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
Un’educazione corretta esige prima di tutto la ricerca e la soddisfazione dei bisogni fondamentali del bambino.
Per educare, la buona volontà,
l'amore e le buone intenzioni non bastano. L'educazione è anche un
mestiere. Non si possono ignorare i bisogni fondamentali dei bambini.
Molti anni fa, Thornton Wilder scrisse una bellissima commedia, Piccola città.
Una delle scene dell’opera colpisce invariabilmente gli spettatori. Si tratta
della morte di una giovane signora, Emily, colpita da infezione dopo aver dato
alla luce un bambino. La conducono al cimitero, e le chiedono: «Emily, puoi
ritornare a vivere un giorno della tua vita. Quale preferisci?». E lei
dice: «Oh, ricordo com'ero felice il giorno del mio dodicesimo compleanno.
Vorrei ritornare al mio dodicesimo compleanno». In coro i morti del
cimitero tentano di dissuaderla: «Emily, non farlo. Non farlo, Emily». Ma lei
insiste. Vuole rivedere la mamma e il papà. Così cambia la scena, e lei è lì,
dodicenne, nel giorno meraviglioso del suo ricordo. Scende le scale, con un
bell’abitino e i riccioli ondeggianti. Ma sua madre è così indaffarata a
preparare la torta per il compleanno che non ha neppure il tempo di
guardarla. Emily dice: «Mamma, guardami, sono io la festeggiata». E la mamma:
«Benissimo, signorina festeggiata. Siediti e fai colazione». Emily resta in
piedi e dice: «Mamma, guardami». Ma la mamma non la guarda. Entra il papà, ed è
così occupato a guadagnare denaro per lei che non l'ha mai guardata;
neppure suo fratello la guarda perché è troppo preso dalle sue faccende e
non ha tempo. La scena finisce con Emily al centro del palcoscenico, che dice:
«Per favore, qualcuno mi guardi. Non ho bisogno della torta né del denaro.
Guardatemi, per favore». Naturalmente nessuno l'ascolta. Allora lei si
rivolge ancora una volta alla madre: «Per favore, mamma». Poi si volta e dice:
«Conducetemi via. Ho dimenticato com'erano le creature umane. Nessuno guarda
gli altri. Nessuno se ne cura più, vero?».
Emily esprime il bisogno fondamentale di tutti i figli (e di tutti gli esseri umani): «Il bisogno di esistere», il bisogno di essere riconosciuto, di essere considerato importante. In ogni essere umano, dalla nascita all'età avanzata, esiste il forte desiderio di esistere, di crescere, di contare per gli altri, di affermare la propria personalità, di avere valore. Il neonato appena venuto al mondo esprime molto semplicemente il suo desiderio di vivere, di esistere e si dà da fare per non essere dimenticato (pianti, urla, stupidate...). Un figlio adolescente esprime il suo desiderio di farsi notare con gli abiti che indossa, con il motorino che guida, le stranezze che compie, le sue originalità...
Il bambino ha bisogno di sapere che è «atteso», «cercato». Ha bisogno di sentire su di lui gli sguardi di ammirazione dei suoi genitori: crede allora di essere il centro del mondo. Esiste. Conta. Il bambino ha bisogno di sapere che ha valore. Gli occhi dei suoi genitori gli dicono che è eccezionale. Il bambino ha bisogno che si creda in lui, si abbia fiducia in lui, si creda nelle sue possibilità di progredire.
Cresciamo solo mediante le persone che credono in noi. Il bambino cresce grazie alla meraviglia e alla stima dei suoi genitori e si sente valorizzato. Al contrario, soffre terribilmente, quando è ferito, umiliato, incompreso, svalutato. Ha bisogno di essere rispettato. Per esempio, quando gioca non lo si deve interrompere senza motivo. È fortunato l'adolescente che, un giorno, ha sentito suo padre dire con totale sincerità e riferendosi a un fatto: «Sai che sei eccezionale? Ho visto che cosa hai fatto l'altro giorno per la nonna».
I genitori devono evitare però di dedicare ai figli un'attenzione in negativo. Il bambino pensa anche che essere notati per aver fatto qualcosa di sbagliato è sempre meglio che non essere notati per niente. È un vero dogma dell'infanzia, foriero di un largo spettro di comportamenti disastrosi. Può darsi che alla base dell'impossibilità attuale di correggere vostro figlio ci sia stata un'attenzione in negativo se, quando viene equamente sanzionato, reagisce in modo paradossale. Se comincia a scagliare pezzi di puzzle per tutta la stanza, può darsi che stia decidendo che è meglio farvi arrabbiare piuttosto che rischiare d'essere ignorato. A volte, i bambini che cercano d'ottenere l'attenzione dei genitori mettono in atto tutto il repertorio degli atteggiamenti più irritanti. Versano deliberatamente il latte, dicono di odiarvi, rifiutano di lavarsi i denti e poi picchiano il fratellino. Il primo impulso sarebbe di dare a nostro figlio una bella dose di quello che merita. Il problema, ovviamente, è che non desideriamo che cresca pensando che l'unica cosa che abbiamo notato di lui sono gli atteggiamenti irritanti.La soluzione è semplice: ignorare il più possibile il comportamento cattivo e cercare per ogni ragione, qualsiasi ragione, di offrirgli un'attenzione positiva. Diciamo ad esempio: «Mi piacerebbe proprio fare un puzzle assieme a te. Perché non raccogli i pezzi e poi iniziamo?» Se si è troppo occupati per dedicargli in quel momento l'attenzione necessaria, è importante spiegarglielo, riconoscendo la sua difficoltà e il suo costante bisogno di attenzione. Se questo bisogno fondamentale dei figli non è soddisfatto è facile che sorgano complessi di inferiorità, che si traducono nella mancanza di fiducia in sé, nell’incapacità di assumersi le proprie responsabilità, in regressioni infantili, in un perfezionismo perseguito per compiacere i genitori; complessi di gelosia nei confronti dei fratelli; complessi di colpa, perché il bambino attribuisce a se stesso e ai suoi difetti il fatto di non essere riconosciuto.
COME DON BOSCO - il genitore
di Marianna Pacucci
I genitori devono essere infaticabili nell’educare, nel “prestare attenzione” ai figli che attenzione chiedono.
Èinevitabile chiedersi, soprattutto quando si è genitori indaffarati e risucchiati in varie preoccupazioni e si hanno di fronte figli altrettanto in corsa perché devono scoprire il mondo, che cosa è giusto salvaguardare a tutti i costi e considerare prioritario in quel po’ di tempo che si ha a disposizione per incontrarsi, stare insieme, condividere la vita. Quando mi pongo questa domanda, io, che in genere sono una madre dubbiosa per dovere professionale (perché avere qualche certezza di troppo può fare molto male alle relazioni educative), mi riscopro una persona dotata di grande sicurezza: non rinuncerò mai, nelle occasioni che la giornata mi concede per essere accanto ai miei ragazzi, di inviare messaggi concreti che possano aiutarli a capire che voglio loro bene. Si tratta di fare esperienza di un linguaggio particolarmente ricco di opportunità e sfumature, attraverso cui ricordare ai giovanissimi che la loro nascita è stato il regalo più bello mai ricevuto da Dio e che tutta la loro esistenza è un continuo sperimentare che cosa vuol dire amare in modo veritiero: dico questo perché sono convinta che il legame affettivo fra genitori e figli significhi qualcosa di diverso di quel che si può realizzare in relazioni in cui ci si sceglie liberamente e si costruisce una storia giocando il ruolo di partner.
I ragazzi hanno bisogno di sentirsi amati quanto dell’aria per respirare e del cibo per crescere: questo vuol dire sentirsi attesi, accettati, valorizzati, stimati, anche quando non si dà buona prova di sé e si fa fatica a credere in se stessi. Sapere che qualcuno è pronto a volere bene loro, li spinge a scommettere su se stessi, a sforzarsi di vivere mettendo in gioco le energie migliori, a tentare di superare tutte le difficoltà che potrebbero farli sentire sconfitti ancora prima di cominciare, a praticare l’arte della speranza quando la realtà esterna appare arida e deludente. Comprendere che sono proprio i genitori i loro principali fans dà loro la serenità necessaria per costruire progetti impegnativi, per sperimentare un concreto sostegno nel difficile cammino della crescita, per fare fronte alle piccole e grandi responsabilità della vita sapendo che nessun problema può azzerare la ricerca di senso che rende vivibile la quotidianità. Tutto questo serve nei momenti di ordinaria amministrazione, ma ancor più nelle situazioni di crisi, in quelle giornate che possono risultare troppo faticose per un ragazzino che si porta dentro tante fragilità e paure. Proprio in questi “tornanti” c’è bisogno che noi genitori ci dimostriamo infaticabili nell’impegno di far capire ai figli che vogliamo loro bene: non perché vogliamo passare sotto silenzio comportamenti poco opportuni o fare finta di nulla di fronte a qualche manchevolezza, ma perché siamo abbastanza navigati per riconoscere che offrire fiducia a uno che è scoraggiato è non soltanto vincente dal punto di vista psicologico e pedagogico, ma è il modo migliore per vivere il Vangelo della carità in famiglia.
Quando non incombono sentimenti ed esperienze problematiche, continuare a porre gesti di attenzione e di cura verso i ragazzi diviene comunque importante e perfino molto gratificante: serve a costruire quel ben-essere che rende migliore la temperatura affettiva di una casa, ma anche a orientare i giovanissimi verso il conseguimento di un’identità equilibrata, armoniosa, integrata. Tutto questo costituisce un serbatoio affettivo dal quale attingere nei momenti in cui la vita è meno generosa con i giovani e il loro ingresso da protagonisti nel mondo li porta a chiedersi se davvero vale la pena mettere al centro valori come la gratuità, il servizio, la solidarietà. Credo che le nuove generazioni diventino capaci di amare la vita e il prossimo soltanto quando abbiano realizzato un lungo allenamento in cui il sentirsi desiderati, attesi, stimati si trasforma in energia per desiderare, credere, amare “comunque e nonostante tutto”.