ARTE SACRA: CROCEFISSI
di Filippo Manoni filippo652@interfree.it
L’artista, nato a Concesio (Brescia) nel 1956, si è diplomato nel 1995 all’Accademia di Brera.
Ha all’attivo numerosi personale e moltissime collettive.
I due dipinti
di Turati, collocati all’interno della chiesa di S. Giovanni Bosco a Brescia,
esulano dai canoni di lettura e di contemplazione a cui è abituato un occhio
imbevuto di opere del genere. L’artista adotta un linguaggio poco
convenzionale, dove però, molto sapientemente e in perfetto dosaggio,
coesistono riflessione teologica e ricerca pittorica. Nei due pannelli
l’artista toglie ogni legame con l’aspetto narrativo di ciò che viene
rappresentato, per orientarsi su quello che è in realtà il significato
dell’opera; passione-morte e resurrezione-salvezza sono i binomi cardine che da
soli raccolgono l’essenza della croce e di chi su di essa si è sacrificato.
A differenza dunque dei grandi crocefissi medioevali, nei quali il Cristo era l’elemento centrale di una narrazione intrisa di numerosi richiami simbolici, qui l’artista ha compiuto un netto taglio con il passato per dirigersi direttamente a ciò che davvero interessa la vita umana. Ecco il perché della non visibilità del volto di Gesù: non importa sapere che volto abbia avuto il Salvatore, o a chi l’artista si sia ispirato per dipingerlo; e non importa nemmeno vedere i punti esatti dove sono stati conficcati i chiodi, evitando e superando di slancio l’ormai vetusta questione dei palmi o dei polsi trafitti.
Nei due pannelli, la vicenda finale di Gesù è evidenziata da elementi cromatici diversi. In quello della morte pennellate di viola evidenziano il capo spinato, e un groviglio inestricabile di linee ricostruisce un corpo martoriato le cui braccia si perdono nel legno orizzontale della croce, l’unico visibile. In quello della resurrezione, invece, domina il giallo/oro, colore della divinità e della vita, e il corpo del condannato sembra staccarsi dalla croce. La forma dei due dipinti, dunque, sottolinea la continuità temporale che termina con l’avvenuta transustanziazione: nella resurrezione le braccia sono protese non più in maniera orizzontale ad angolo piatto ma ricordano il volo di un uccello che si libra verso l’alto, staccato ormai in maniera definitiva dall’elemento terreno del quale però ha avuto strettamente bisogno per compiere l’opera salvifica!È un momento di ritorno alla riflessione e alla percezione della fede cristiana considerata nei suoi punti topici e pulita da qualsiasi altra contaminazione umana.