LETTERE AL DIRETTORE
POKÉMON. Egregio Direttore […], ho notato che lei è critico con Harry Potter. E allora Halloween? E allora i Pokémon? […]. (2)
Vilma, Modena
Cara signora Vilma, continuo con i Pokémon la riflessione iniziata un mese fa con Halloween. Già il vocabolo dice parecchio. Viene dall’inglese (tanto per cambiare) “pocket monster”, mostri tascabili. Ma sono di origine Giapponese. Infatti, quei brutti esserini (qualche simpatia può destarla Picachu), sono un misto di animali, vegetali, minerali… cui danno la caccia due bambini e una bambina (si tratta sostanzialmente di un gioco). I nomi sono brutti (Kadabra, Drowree…) e le immagini peggio. C’è di tutto un po’: si clonano, si trasformano, si evolvono… Molto si gioca sulla “volontà di potenza” a scapito dei più deboli (e anche questo non è un bell’insegnamento). Di umano mi pare che ci sia ben poco, per non dire niente. La vita dei pupazzetti si riduce a una lotta senza esclusione di colpi e senza alcuna umanità. Vige la legge del più forte. Punto e basta. Insomma un magnifico insegnamento per i nostri pargoli! Non pochi sono i riferimenti magici o che si ispirano alle antiche religioni pagane. Figurine, videogiochi, cartoni animati fanno la gioia dei bambini e la felicità della “Wizards of the Coast”, la società commercializzatrice. Sono così innocui che qualche anno fa, in Giappone, i mostriciattoli hanno provocato ricoveri di bambini per “crisi epilettiche” (P. Schreiber – 2001), e incubi in bimbi inglesi. I Pokémon sono un grande gioco, ma soprattutto un grande business. OK! Cara signora, occorre non dimenticare che i ragazzi vanno educati anche al gioco e nel gioco. L’inventore, il signor Satoshi, è diventato miliardario, come e forse più della Rowling, e non so se gli interessi molto l’aspetto educativo. Ma a noi sì!
VENDERE LA SISTINA! Caro Direttore, sono uno studente di 18 anni e frequento il liceo classico in provincia di Catania. […]. Dice la mia professoressa che dobbiamo vergognarci se pensiamo di risolvere un enorme problema quale quello della povertà con l’elemosina… e continua: “Neanche la Chiesa se ne importa! Se io fossi Papa venderei la cappella Sistina e farei qualche cosa di concreto!” Numerose volte viene deprecata in classe la ricchezza della Chiesa […].
Salvatore, Catania
A chi la venderebbe la Cappella Sistina la tua prof?… A Bill Gates?… E pensi che lui se la porterebbe in America e la esporrebbe in un Museo magari appositamente costruito: “Museo della Cappella”? Sarebbe proprio una cappella, cioè una topica questa strampalata idea della tua insegnante. Provo a darti qualche dritta. 1) I beni artistici del calibro della Cappella Sistina sono beni dell’Umanità… e sono invendibili; 2) Anche se il Vaticano avesse la malsana idea di venderla e ne ricevesse una cifra enorme… nessuna cifra basterebbe a risolvere il problema fame, o il problema AIDS, o il problema rifiuti tossici, o il problema della droga… Non è questione di soldi, né di iniziative singole. È questione di testa, di cultura, di “metànoia”, e soprattutto è una questione internazionale. L’ingiustizia (l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, la vergognosa rapina dei poveri, l’iniquo sfruttamento delle risorse altrui, l’inverecondo abuso sessuale, il diabolico traffico di bambini, l’abominevole tratta delle donne e via continuando per pagine e pagine) non si trasforma in giustizia con una somma di denaro, per quanto enorme! Quella della tua prof è un’idea semplicemente inqualificabile per un’insegnante. Non mi pare molto adatta a fare il mestiere che fa se queste sono le sue direttrici di marcia. È infantile pretendere di risolvere i problemi del mondo vendendo (?) la Cappella Sistina. Perché non le è venuto in mente che, rinunciando a costruire qualche “aereo invisibile”, e/o qualche “nave nucleare” da guerra – aggeggi che bisogna augurarsi che arrugginiscano pacificamente nei loro hangar perché se si mettono in moto è la fine – si ricaverebbero somme da capogiro (e sarebbe un triplo beneficio: prima di tutto per chi “non” le fabbrica, in secondo luogo per chi riceve i soldi risparmiati, e infine per il mondo intero che può contare su qualche arma micidiale in meno e nutrire qualche speranza di sopravvivenza in più). Ma c’è un’altra cosa che non capisco: per qual ragione investire la Chiesa dei problemi dell’economia mondiale, snaturandone così la missione? Cristo ha detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo”. Non mi risulta che abbia detto: “Sanate le economie disastrate!”. Il vecchio effato “a ciascuno il suo mestiere”, mi pare ancora valido. Nella tua prof probabilmente sussiste una sottile (sottile?) vena di sciocco anticlericalismo. Ho già scritto più di una volta proprio in queste colonne sulla presunta ricchezza della Chiesa. Declino perciò l’invito a reiterare l’intervento. Ti faccio solo notare che le grandi cattedrali sono state finanziate dal popolo, e i tesori che custodiscono (calici, pianete, pastorali, vasellame più o meno prezioso, statue, suppellettili liturgiche, ecc.) sono frutto di donazioni. Come dire che non appartengono né al parroco della cattedrale, né al vescovo della diocesi, né al Papa di Roma. Sono della Chiesa, cioè del popolo di Dio, dunque inalienabili, tanto più che si tratta generalmente di beni artistici. E, buon ultimo, ma è un’ennesima ripetizione, se c’è un’istituzione che lavora e lotta, spende e muore per i poveri, questa è la Chiesa che ai poveri ha dato e continua a dare i suoi figli migliori!
IDEOGRAMMI CINESI. Caro direttore, mia figlia s’è fatta tatuare un ideogramma cinese, un detto di Confucio – diceva – sulla saggezza: “sbagliare e non correggersi questo è sbagliare”. Ma è venuta a sapere che quel tatuaggio significa invece una parolaccia che non le posso scrivere. [...] Ora vuol farselo cancellare e… costa un occhio!
Fabiola, Milano
Cara Signora, non so che dirle… Rubo un’espressione al giornalista Vittorio Zucconi con il quale sento di concordare in pieno. Egli ha infatti scritto qualcosa (non ricordo più dove) a proposito di questa mania del tattoo, definendola “l’infinita capacità umana di commettere stupidaggini”. Tutto il catalogo delle sconfitte umane è scritto sulla pelle di quelle persone che vanno dal dermatologo per farsi cancellare dalla cute quello che difficilmente potranno cancellare dal cuore! Certi sbagli purtroppo si pagano. Così, c’è ormai un’infinita letteratura al riguardo: casi di giovani d’ambo i sessi che si fanno tatuare “tuo/a per sempre”, “amore eterno”; “intrecciati come l’edera”, e via di questo passo… (alcune scritte è meglio non citarle… come quella di sua figlia!), e poi dopo qualche mese o al massimo qualche anno, quando l’infatuazione è cessata e/o la luna di miele tramontata, allora si sente il bisogno opprimente di correre ai ripari con il laser, di cancellare la menzogna incisa sul corpo. I costi materiali equivalgono a una stangata, quelli morali non sono quantificabili. Beh, cari genitori, datevi da fare, per quanto potete, cercando almeno che i vostri rampolli non si lascino truffare come deficienti. E se siete in gamba, provate a far loro capire che con l’aria che tira certe cose è meglio scriverle sulla sabbia piuttosto che sulla carne! E, sia chiaro, non approvo nemmeno l’impeto religioso di quella simpatica ragazzina che s’è fatta venire l’uzzolo di farsi tatuare la faccia di Cristo su una natica. Mi astengo da commenti; è meglio!
IL PIL. Gentile direttore, siccome a casa mia durante la cena si vede obbligatoriamente il TG e guai a cambiare, sento tante volte parlare del pil, e ho chiesto a papà che mi ha detto che non è cosa per me e che ci capiscono poco anche i grandi. La cosa mi ha incuriosito e mi è parsa un po’ strana. La nonna mi ha detto che non ci capisce ma il BS, cui è abbonata da 30 anni, poteva darmi una spiegazione facile. […] Davvero questo pil è così tanto difficile?
Marco, III media
Caro Marco,
E’ vero a metà. Il PIL (Prodotto Interno Lordo) non è difficile da capire, è difficile da calcolare. Sì, perché si tratta di calcoli complicati che abbisognano di formule matematiche altrettanto complicate che anch’io non mastico! Cerco di trovare le parole più stupide per dirti che cos’è questa bestia nera dei governi non solo italiani. Il PIL è il valore di tutto quello che è stato prodotto in una nazione in un anno. Attenzione si parla di tutto: le case, le strade, le auto, i computer, i gelati, i dvd, le scarpe, i libri, i gadget, i vestiti, i “ciuccetti” dei bimbi, le telefonate al cellulare… proprio tutto. Allora calcolare il PIL italiano vuol dire calcolare quanta ricchezza ha prodotto l’Italia in un anno. Come si fa? Non chiederlo a me! E comunque sappi che dal PIL dipendono un sacco di cose che influiscono sui governi, e sulle persone.
Z COME ZAPPING.Carissimo dir. […] una preoccupazione mi assilla. A casa il monitor della TV è sempre acceso da mane a sera e spesso anche di notte: ce l’abbiamo in tutte le stanze la TV […] Non possiamo farne a meno. Però, si vedono certi programmacci… Un amico psicologo dice di non preoccuparsi, perché c’è lo zapping che salva […] Mi sa che fare zapping cambia poco. Lei che ne dice?
Peppina, Ancona
Gentile Signora,
La “scatoletta prodigio” che dovrebbe salvare il teleutente dalla noia, o dalla spazzatura di programmi indesiderati non salva niente: il telecomando non è una panacea. L’unica libertà che permette è quella di rimanere incollati allo schermo per delle ore a fare zapping come degli imbecilli… la qual cosa non si chiama libertà, ma nevrosi. Lo zapping, dunque, cara signora, non consente il dominio del mezzo, bensì il dominio del mezzo… dove, come avrà ben capito nella prima affermazione il mezzo è l’oggetto, nella seconda è il soggetto.
Qualche tempo fa con una certa enfasi si proclamava che il “villaggio globale”, avrebbe risolto i problemi di tutti e tutti i problemi. L’infatuazione, però, è durata poco, con buona pace di Mc Luhan: il suo “global village” non ha consegnato una casa a tutti, come sembrava promettere, in compenso ha consegnato un televisore a tutti. (Anche in mezzo alla foresta ne ho visti accesi in miserrime capanne). Allora? Molto dipende dalla saggezza dei telespettatori, oltre che dalla capacità educativa di genitori, professori, animatori, ecc. Altra via non c’è, all’infuori della propria personale scelta di spegnere.
Forse è bene, signora, che ci diciamo chiaro e tondo che il potere del piccolo schermo va oltre quanto pensiamo. Dice A. Contri, che essa “determina i riti e i miti, alimenta il mercato, crea linguaggi, plasma l’ethos dei popoli”, forma la psicologia della gente… Di fronte allo sfascio psicologico e spesso morale dei nostri ragazzi, si può magari giocare al rimpallo delle responsabilità: i genitori danno la colpa ai prof, i prof ai politici, i politici agli educatori, gli educatori alla pubblicità, la pubblicità al mercato… Occorre che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Intoto. E sul rispetto delle regole vigili lo Stato.
Non è così semplice, ma non conosco altra via… Molte delle sconfitte in campo educativo dipendono da quella che Contri chiama “l’insostenibile leggerezza qualitativa”. Certamente la battaglia non sarà facile, se è vero quel che scriveva Ernest Nolte: “La scienza della comunicazione televisiva è al tempo stesso la più umana e la più impossibile delle scienze”. Beh, a ciascuno la sua battaglia! Buon lavoro, cara Signora.