CHIESA

di Silvano Stracca

I “BENEDETTI” PRIMA DI “BENEDETTO (5)”

Due Benedetto XIII  a distanza di tre secoli. L’uno, antipapa per vent’anni ad Avignone dopo il ritorno dei Pontefici a Roma nel 1377. L’altro, Papa per sei anni nel terzo decennio del 1700, uomo pio e ascetico,  circondato però da personaggi corrotti.

Sono trascorsi trentacinque anni dalla scomparsa di Benedetto XII, terzo papa avignonese, quando Gregorio XI, pure lui francese, accogliendo le instancabilisuppliche di Caterina da Siena, si decide al “gran ritorno” della sede pontificiada Avignone a Roma, dove fa solenne ingresso il 17 gennaio 1377  e dove muore improvvisamente poco più di un anno dopo.

Fra i cardinali che entrano in conclave, tra i tumulti del popolo dell’Urbe che urla:“Romano o italiano lo volemo!”, c’è l’aragonese Pedro de Luna. È tra i sostenitoridella rapida elezione di Urbano VI, napoletano,  ma pochi mesi dopo si unisce aicardinali francesi che chiedono l’invalidazione della scelta del nuovo Papa, perchéfatta sotto l’incubo dei moti popolari. Pedro de Luna diventa così uno dei più accesifautori della successiva nomina dell’antipapa Clemente VII,  già consegnato alla storia da cardinale come il “boia di Cesena” per la carneficina di quattromila rivoltosicesenati.

 

BENEDETTO XIII

 

Clemente VII, che si stabilisce ad Avignone, divide in due il mondo cristiano, dandoinizio al grande scisma d’Occidente che si sarebbe composto solo nel 1415, con il Concilio di Costanza. L’antipapa muore nel 1394 e gli succede con il nome di Benedetto XIII proprio Pedro de Luna, nonostante le forti pressioni di Carlo VI sui cardinali francesi perché venisse  riconosciuto come papa legittimo Bonifacio IX, che era stato eletto a Roma per ristabilire l’unità della Chiesa. Ma Pedro de Luna riuscì lo stesso a convincere i porporati a eleggerlo con la promessa che avrebbe posto fine allo scisma, anche abdicando se necessario. In realtà, Pedro de Luna, per quasi vent’anni, si limitò a trattare con Bonifacio IX e i suoi successori. Deposto una prima volta dal Concilio di Pisa nel 1409, non si arrese neppure quando venne chiamato a comparire  davanti al Concilio di Costanza, da cui venne nuovamente deposto. Benedetto XIII trovò allora rifugio sullo scoglio di Peniscola nel mare di Valencia, seguito soltanto dai cardinali da lui stesso creati. Lì rimase ostinatamente sino alla morte, avvenuta nel 1423, riconosciuto sino alla fine da Scozia, Castiglia, Navarra e Aragona.

Com’era accaduto per l’altro antipapa, Benedetto X, anche dopo Pedro de Luna il nome di Benedetto non viene più assunto da un pontefice per lungo tempo. Tre secoli. Si dovrà, infatti, attendere la fine di maggio del 1724 quando sale sulla cattedra di Pietro il legittimo Benedetto XIII. Al secolo Pierfrancesco Orsini, settantacinquenne, nato a Gravina di Puglia, ma appartenente alla nobile famiglia romana degli Orsini, da sempre legata al soglio pontificio. Entrato giovanissimo nell’Ordine dei Domenicani, la sua appartenenza al celebre casato gli facilitò la nomina a cardinale a soli 23 anni. Per quasi un quarantennio fu arcivescovo di Benevento, dedicandovisi interamente soprattutto durante due rovinosi  terremoti.

 

IL CONCLAVE

 

Nel conclave del maggio 1724, il favorito è il cardinale Paolucci, segretario di stato degli ultimi due papi. Ma l’ambasciatore austriaco irrompe nel “chiuso” dell’assemblea cardinalizia e pone il veto imperiale. Si fa così strada la candidatura dell’arcivescovo di Benevento, vecchio quanto bastava ai sovrani europei perché non fosse troppo energico. Su di lui, non coinvolto negli interessi di parte, convergono i voti dei cardinali asburgici e borbonici, che si sentivano reciprocamente garantiti dalla sua inesperienza politica.

Benedetto XIII - come scrisse il cardinale Lambertini, il futuro Benedetto XIV - “non aveva la minima idea di ciò che è governare”. Tali limiti si manifestarono soprattutto nella sua azione in politica interna. Fallirono infatti sia il suo tentativo di riforma dello Stato della Chiesa sia quello di una moderata apertura verso il giansenismo, problema principale dell’epoca. L’atteggiamento conciliante del Papa nelle controversie dottrinali aveva acceso grandi speranze nei giansenisti francesi, che auspicavano un documento di indulgenza da parte di Roma. Ma il pontefice si mosse poco accortamente  e suscitò  nuove apprensioni nella curia romana.

 

L’Orsini era un asceta, e seguitò a esserlo da pontefice, non modificando il suo tenore di vita semplice e quasi povero. A suo merito si possono ascrivere il ritorno a una più rigorosa disciplina ecclesiastica e il potenziamento delle attività missionarie nelle Americhe e in Asia. Con particolare fermezza si pronunziò contro il lusso dei cardinali. La sua occupazione preferita  era celebrare funzioni religiose e consacrare chiese.  Con inaudito fervore indisse il Giubileo del 1725.  Durante l’intero Anno Santo si trasferì dal Quirinale in Vaticano per scendere con più facilità in San Pietro. Visitava con devozione le basiliche  spostandosi con modeste carrozze.  Promosse la devozione dei santi, procedendo a numerose canonizzazioni, tra cui quelle di Giovanni della Croce e Luigi Gonzaga. Durante il Giubileo fece aprire la famosa scalinata di piazza di Spagna. E nel clima di austerità che volle per quell’anno a Roma, abolì il gioco del lotto vedendo in esso qualcosa di peccaminoso.

Roma, insomma, avrebbe dovuto essere una città santa, ma così non fu. “Una pubblica simonia regna oggi a Roma”, annota severamente il letterato francese Montesquieu nel suo “Voyage d’Italie”. Debole e facilmente influenzabile, il Papa si era purtroppo circondato di collaboratori corrotti e incapaci, il cosiddetto gruppo dei “Beneventani”, capeggiato dal cardinale Niccolò Coscia, un arrivista che abusò del proprio potere, gettando in crisi le finanze della Chiesa. Invano il collegio cardinalizio cercò ripetutamente di aprire gli occhi al Pontefice. Per lui si trattava solo di calunnie e così il Coscia restò al suo posto sino alla morte di Benedetto XIII nel 1730 l’ultimo giorno di carnevale (tanto che per non disturbare le feste non suonarono nemmeno le campane a morto). Di qui l’impopolarità del Papa fra il popolo romano che si sfogò sul suo sepolcro con un terribile epitaffio: “Racchiude quest’avello/ l’ossa d’un fraticello:/ più che amator di santi/ protettor di briganti”.             (5- continua)