VIAGGI
di Giancarlo Manieri
L’ho imparato dai miei viaggi: in qualunque nazione si capiti nel mondo, dove operano i salesiani, s’incontrano cooperatori ed exallievi devotissimi a Don Bosco e “attaccatissimi” ai propri antichi educatori. Come in Thailandia…
Una giornata speciale è stata quella dedicata alle visite ad alcuni personaggi particolari: benefattori, cooperatori, exallievi e/o amici dell’opera salesiana. Alcuni si sono legati a don Battista Personeni, mio angelo custode e guida, che sembrava conoscere davvero tutti e a fondo. Ma la gran maggioranza di essi erano exallievi legati ai salesiani per riconoscenza.

È un vietnamita con il cognome impossibile. Singolare la sua vicenda. Rimasto orfano, il problema del “pezzo di pane”… pardon, del “pugno di riso” giornaliero si era fatto pressante e quasi drammatico. Così la sorella maggiore un bel giorno – e fu davvero bello per il piccolo – lo accompagnò al Don Bosco di Bangkok, così com’era: scalzo e con indosso un paio di pantaloncini vecchi e lisi. Nient’altro, perché non aveva nient’altro. “Come mai al Don Bosco maestro?”. “Si sapeva che lì accoglievano i ragazzi più poveri”. Un breve colloquio con il direttore e Prawat inizia una nuova vita: riso tutti i giorni, altri indumenti oltre ai pantaloncini ereditati e soprattutto la possibilità di imparare un mestiere. “Lì ho scoperto di avere attitudini artistiche”. Se ne accorse il maestro Visser che quel ragazzino era ben più che un apprendista falegname. Qualsiasi cosa gli mettesse in mano, la riproduceva alla perfezione. Scolpiva e modellava in modo splendido. Una volta uscito dal collegio, trovò subito persone che gli commissionarono vari lavori. “Ai salesiani devo tutto. E quando ho modellato per loro la statua di Don Bosco (mi sono ispirato a un santino regalatomi da don Battista), non gli ho messo accanto Domenico Savio, ma me stesso, com’ero quando fui portato in collegio”. “Maestro, ha fatto altre statue per i salesiani?”. “Altro che! Ne ho scolpite per la casa ispettoriale, e per quelle di Udonthani, Poi Pet, Phon Penh, Sianunville, Macao, Hong Kong… e ancora busti, statue di Maria Ausiliatrice, ecc.”. “Pratica ancora questo mestiere?”. “Sì. Ora lavoro per tutto il mondo”. “Quante sono le sue opere?”. Non le ho mai contate… 3/400? O giù di lì”.
Il Signor “T” (T sta per Tongsinchailaoha, ma sconsiglio a tutti di cercare di impararlo) ci ha invitato una sera al suo ristorante e ci ha raccontato di essere uno dei primi ragazzi del Don Bosco. Il suo locale è costruito su palafitte in mezzo a un ameno laghetto alla periferia di Bangkok. Offre ai suoi possibili 600 clienti pesce fresco di varie specie, mantenuto vivo in grandi vasche di vetro con acqua corrente. Invitati a scegliere i tipi che desideravamo per cena, ci ha pensato don Battista. Poi T. Chaisak ha presentato moglie e figli, esternando ancora una volta la sua riconoscenza e raccontando come ogni anno alla festa della “Riconoscenza” – in Thailandia è una grande festa salesiana – gli antichi allievi si danno appuntamento presso la loro scuola per incontrare gli antichi insegnanti. Mi ha sorpreso sentire come gli ex alunni salutano i vecchi professori, inginocchiandosi davanti a loro fino a toccare con la fronte la terra. Lo fanno tutti, anche chi fosse diventato un ministro di Stato. “Signor Chaisak, che cosa apprezza dei suoi antichi educatori?”. “Il fatto che mi hanno insegnato a ringraziare Dio e a sdebitarmi facendo del bene”. “Permetta una domanda impertinente: le rende bene il ristorante?”. “Fa vivere me e la mia famiglia. Ma non mi ha fatto ricco, né voglio diventarlo. Anche ai miei figli cerco di inculcare di non diventare avidi: deve loro bastare quanto hanno”. Da Chaisak ho saputo che in Thailandia non esistono case per anziani o ricoveri. Sono i figli a mantenere i genitori verso i quali hanno somma venerazione e versano, per legge di clan e di Stato, una quota mensile per il loro mantenimento.
Capitammo nella magnifica gioielleria di Vandi e Hutasingh: collane, collier, braccialetti, croci, medaglie, statuette, oggetti di ogni foggia, tutto in oro o argento o corallo o altre pietre preziose. Ero incantato e un po’ stordito da tanta dovizia: il negozio era pieno come un uovo, non un centimetro quadrato di muro era libero. Perfino dal soffitto pendevano gadget preziosi. Imbambolato a osservare, non mi sono accorto che un gentilissimo signore continuava a fare profondi inchini di saluto imitato da una signora al suo fianco. Una discreta gomitata di don Battista m’indusse a porre attenzione ai due e a rispondere, imbarazzato. Fu festa grande. Don Personeni iniziò con una barzelletta, cui seguì una gran risata dei due ascoltatori. La cortesia del signor Hutasingh si spinse a spiegarmi le gioie più rare che aveva in esposizione, quindi a offrirmi una crocetta d’oro di mirabile fattura, impreziosita da piccoli rubini. Un po’ intimorito, chiesi a don Battista come avrei potuto pagare. “Sei matto? Non fare nemmeno il gesto, sarebbe un’offesa. Ricordi quanto ha detto ieri Chaisak? Vale per tutti. È un modo per sdebitarsi”. Beh, da noi si è un po’ meno sensibili in questo campo!
Il signor Armando Benato è di Monza. Un viaggio in Thailandia gli ha aperto gli occhi: ha intravisto, da buon imprenditore, la possibilità concreta di impiantare qui la sua fonderia che ormai non poteva più tenere nella sua città, stante le leggi anti-inquinamento. L’ha fatto. Ora lavora a pieno ritmo, sfornando opere d’arte che vengono spedite in tutto il mondo. È un grande benefattore dei salesiani. Uno dei suoi più apprezzati artisti è proprio il maestro Prawat. Le numerose statue di Don Bosco, Maria Ausiliatrice, Domenico Savio, sparse nelle case dell’estremo oriente vengono dalle sue fonderie. Molte di esse sono doni per la riconoscenza che Armando nutre verso i salesiani che l’hanno sempre trattato come un fratello, soprattutto nei momenti difficili. “Signor Armando, chi ricorda di più tra i salesiani?”. “Eccolo! Questo mattacchione qui, che ti fa ridere con le sue barzellette ma ti fa anche pensare con le sue riflessioni, e se ti chiede qualcosa non è mai per sé, ma sempre per chi non ha niente”.
(Continua)