ARTE SACRA:CROCIFISSI
di Filippo Manoni filippo652@interfree.it
L’artista nasce a Mosca nel 1974. Frequenta l’Accademia delle belle arti a Venezia;
allestisce la sua prima mostra presso il collegio salesiano Astori di Mogliano Veneto.
Italia–Russia: due mondi diversi, due realtà opposte, quasi antitetiche riguardo alla storia politica, al clima, alla posizione geografica e al background culturale. Sembra compito davvero arduo trovare fra Italia e Russia dei punti di fusione in cui sia possibile leggere una compenetrazione dell’una società nell’altra. La questione per giunta può essere ancora più complicata se l’argomento considerato è l’architettura e l’arte sacra.
Per la verità già in un’altra occasione nel passato la Russia, nella persona di Pietro il Grande, si è affacciata con consistente vivacità allo stile italiano, interessandosi soprattutto all’architettura dei palazzi rinascimentali di Roma, Firenze e Venezia, nell’ottica di imprimere uno slancio radicalmente diverso alla capitale dell’Impero.
Nel più delicato ambito della pittura a cavallo del terzo millennio vogliamo segnalare il lavoro di un giovane artista russo che trova nell’arte sacra un veicolo che porta l’uomo verso il bene, il bello, l’infinito, dunque verso la conoscenza di Dio. Poco più che trentenne, Oleg Supereco ha già all’attivo diverse esposizioni a Roma e Venezia, città nella quale lavora. All’interno della sua già copiosa produzione che predilige appunto tematiche di carattere sacro (tele di crocifissioni, santi ed episodi evangelici) si riscontrano una forte attrazione e una netta ispirazione dai grandi del Rinascimento italiano, rivisitati, e a volte persino manierati, assumendo però come tratto distintivo il rigore e una certa austerità proprie della cultura russa, da cui Oleg proviene e di cui quindi diventa anche un esponente di avanguardia!
L’unicità nata dalla fusione tra questi due elementi si svela in un’opera come il “Crocifisso con san Francesco e san Sergio” (non visibili nelle illustrazioni), un olio su tela, nella quale, oltre agli evidenti particolari architettonici richiamanti le culture di provenienza dei due santi patroni, posti ai piedi della croce, è molto interessante lo studio affrontato sul corpo del Cristo. Gesù viene presentato assolutamente privo di qualsiasi ferita o altro segno di flagello, inondato da una luce decisa ed eterea al tempo stesso, di chiara matrice caravaggesca, con il volto e lo sguardo fisso verso l’alto, non attaccato alla croce, ma quasi colto nel tentativo di divincolarsi da essa, da quei chiodi che restano l’unica citazione evangelica delle ferite del Cristo. Il mondo che è venuto per redimere dal peccato, grazie proprio al sacrificio della sua vita sulla croce, ormai sembra non appartenergli più, e appare desideroso soltanto di abbracciare il suo vero Padre nel Regno dei cieli.