VARIA
di Giovanni Eriman
“Ah, Taizé, quella piccola primavera!”, esclamò papa Wojtyła, citando Giovanni XXIII, il 5/10/1986, giorno della sua visita a frère Roger.
È morto il 16 agosto 2005, ammazzato da una squilibrata, durante la preghiera della sera. È morto com’è vissuto. Donandosi. Ha ricevuto il commosso ricordo di papa Benedetto, che ha appreso la notizia quando era alla GMG di Colonia e ne ha tracciato un breve e commosso ricordo, chiamandolo, tra l’altro, “fedele servitore”. Di Dio, naturalmente… ma indirettamente, anche della Chiesa. Quest’uomo retto – non cattolico – proprio da un Papa ha ricevuto uno dei più bei riconoscimenti: “È nelle mani dell’amore eterno, è arrivato alla gioia eterna!”. Chi serve Dio con tutto se stesso, non può che stupire.
Taizé è poco più che un villaggio: non lo trovi in nessuna cartina geografica. Eppure i giovani che di settimana in settimana vi si riversano sono migliaia. La comunità ecumenica di Taizé ha compiuto 65 anni: nel 1940 a 25 anni, frère Roger vi si stabilì e lì cominciò a raccogliere dei rifugiati che fuggivano dalla guerra sistemandoli in una casa abbandonata e in alcuni edifici adiacenti. C’erano tra gli ospiti ebrei e cattolici, protestanti e gnostici. Per non metterli a disagio Roger pregava da solo, nel bosco. Alcuni vollero imitarlo. Venne prima la sorella a dargli una mano, poi altri. Oggi i fratelli/monaci sono un centinaio, provenienti da 25 diverse nazioni. Vivono del loro lavoro, non accettano regali e si sono sparsi nei luoghi più svantaggiati del mondo per essere testimoni di pace e di unità. Costituiscono una testimoniante presenza d’amore. Torme di giovani accorrono da ogni parte per pregare con loro, ma anche uomini di Chiesa. C’è stato papa Wojtyła (ma dove non è stato?), e arcivescovi, vescovi, metropoliti. Vi si ritrovano cattolici, protestanti di varie confessioni, ortodossi. La preghiera è il pane comune a tutti, nella preghiera scompaiono le divisioni di ceto e di religione, di razza e di cultura.
Gli ospiti della collina di Taizé portano con sé fedi e costumi i più diversi, è vero, ma tutti sono alla ricerca di un senso da dare alla propria vita, di un luogo dove meditare e pregare e dove riconoscersi solo come figli di Dio, senz’altre distinzioni. In certe settimane d’estate, queste riunioni arrivano ad avere una frequenza impressionante: spesso gli ospiti superano le cinquemila unità, provenienti da un centinaio di paesi diversi. Incontrandosi nell’ascolto reciproco giovani dal mondo intero, si scopre con gioioso stupore che possono sorgere dei percorsi di unità, pur nel rispetto delle diversità.