IL PUNTO GIOVANI

di Carlo Di Cicco

IL CORAGGIO DI EDUCARE

Educare è da sempre la grande sfida che occupa l’uomo nella sua globalità: grandi e piccoli, maschi e femmine, capi e sudditi, colti e ignoranti, politici e scienziati… nessuno può sottrarsi. Uno sguardo ai bambini.

 

Per educare, oggi ci vuole coraggio. È stato lo stesso Benedetto XVI a dirlo alla Chiesa italiana alla quale ha ricordato che l’educazione della persona è “una questione decisiva e fondamentale” per trasmettere l’esperienza della fede e dell’amore. Egli ha pure spiegato perché serve coraggio a proporre un’educazione capace di colmare il crescente squilibrio tra potere tecnico e risorse morali.

 

“Un’educazione vera – ricorda il Papa – ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri "no" a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità, questi "no" sono piuttosto dei "sì" all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio”.

 

Che un Papa tanto celebrato per le sue profonde intuizioni teologiche si occupi con tanta passione e indichi con tanta urgenza la questione educativa, significa che nel mondo si sta giocando una partita di grande rilevanza per la futura qualità degli uomini e delle donne del pianeta.

E non è un caso che lo stesso Benedetto XVI abbia scelto quale tema per la giornata mondiale della comunicazione un tema centrale per l’odierna pedagogia: “I bambini e i mezzi di comunicazione: una sfida per l’educazione”.

 

La scelta colloca il discorso educativo nell’attualità da cui non si può più prescindere con richiami nostalgici al passato. Ma la multimedialità ha segnato un salto epocale non minore di quello eseguito dall’industrializzazione rispetto alle società agricole. Ora si tratta perciò di trovare modi e stili di vita che diano senso ai valori umani di sempre entro contesti radicalmente nuovi.

I giovani di oggi non sono come noi padri eravamo alla loro età, e sono ancor più lontani dai nonni nel modo di percepire il contesto nel quale vivono. La distanza aumenta vertiginosamente se poi consideriamo i bambini, poiché gli stessi giovani scoprono di essere, su tante sensibilità, diversi dai nuovi nati. Molte parole e segni che per noi sono irrinunciabili, per loro sembrano irrilevanti.

 

L’attenzione alla sfida dei media per rimettere l’educazione su binari più stabili di quanto non lo siano oggi diventa un passaggio decisivo. E questo significa che per riuscirvi non si possono inseguire nostalgie di forme passate. Occorre invece completare quel trasloco nell’oggi di quanto abbiamo creduto e sperato di buono e bello. Spesso la conflittualità su quanto c’è stato impedisce alle diverse generazioni di impegnarsi insieme per un futuro migliore per tutti.

Se una virtù appare oggi necessaria per scardinare il primato dello schermo, è quella della capacità di ascolto e della voglia di silenzio che deve tornare a crescere. Non il silenzio dell’abbandono, quando ci si ritira amareggiati perché non si incontra comprensione di sorta, ma il silenzio dove vivono le radici di senso che ci insegnano parole che guariscono e salvano.

 

Se anche ai bambini si proponesse accanto alla festa e al gioco, l’esperienza del silenzio dal quale gli adulti escono rigenerati, forse si potrebbe aiutarli maggiormente a farsi guidare di meno dalle manipolazioni evidenti o nascoste nella televisione, perché il piacere della riflessione non sarebbe più esiliato dal vociare della debordante comunicazione.