CHIESA

di Silvano Stracca

QUO VADIS EUROPA? (3)

chiesa e cittadinanza

L'Europa lascia solo il Papa...“Apprezzando le sue radici cristiane, l’Europa sarà in grado di offrire un

orientamento sicuro alle scelte dei suoi cittadini e rafforzerà l’impegno di

tutti ad affrontare le sfide del presente per un futuro migliore” (Benedetto XVI).

 

È passato, ormai, quasi un trentennio dalle indimenticabili parole di Giovanni Paolo II, il giorno dell’inizio del suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!”. Trent’anni dopo, l’Europa appare sorda all’appello di Karol Wojtyła e lascia solo il suo successore davanti alla tambureggiante campagna di accuse, invettive, minacce del mondo musulmano per il discorso di Ratisbona sul profeta Maometto. E l’Europarlamento, che in genere non lesina di certo la sua solidarietà alle cause più diverse, si rifiuta di intervenire con una mozione, o almeno un messaggio, in difesa del Papa vista la palese infondatezza delle presunte offese all’Islam.

IL SENATO ITALIANO

Solo il Senato italiano rompe lo stordito silenzio dell’Europa che di nuovo, dopo il no alle radici, ha paura di Cristo e volta le spalle al suo vicario. L’assemblea di Palazzo Madama prende le distanze da chi tace per viltà, o per opportunismo, sfidando anche una certa impopolarità di fronte all’opinione pubblica interna e internazionale. E non solo condanna gli “ingiusti attacchi” e le “inaccettabili violenze” del radicalismo islamico, ma impegna il governo del nostro paese ad agire a livello europeo per una chiara riaffermazione dei “principi di libertà religiosa e di rispetto dei diritti civili”.

La solidarietà espressa a papa Benedetto, con laica determinazione, dal Senato si colloca nel solco di un corretto rapporto tra Stato e Chiesa. Per definire tale rapporto non basta il richiamo formale al principio di laicità e al fondamentale articolo 7 della nostra Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa sono ciascuno, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Questa norma ha molte implicazioni. Implica anzitutto il riconoscimento del rilievo del fatto religioso a livello istituzionale ed esclude perciò una sua considerazione come mero fatto di coscienza. Di conseguenza, esclude una concezione della laicità “alla francese”, nella quale è negato spazio pubblico alla religione. Evoca piuttosto il modello “americano”, in cui la religione è fattore essenziale per la costruzione del tessuto etico che fonda la democrazia.

IL MODELLO AMERICANO

Non a caso il cardinale Ratzinger guardava al modello americano come,  probabilmente, la migliore  applicazione del principio della divisione dei poteri. Forse all’America di oggi è difficile applicare la celebre definizione di Chesterton: “Una nazione con l’anima di una Chiesa”. Ma la Dichiarazione di indipendenza, il Bill of Rights e la Costituzione hanno un fondamento religioso e la religione gioca tuttora un ruolo importante dentro la società. A differenza dell’Europa degli Stati secolarizzati, e della società scristianizzata. Mentre nel Vecchio Continente la religione è confinata nella sfera privata ed esclusa da quella pubblica, sottolineava l’autorevole porporato tedesco, in America “la sfera privata ha un carattere assolutamente pubblico; ciò che non è statale non è affatto escluso per questo dalla dimensione pubblica della vita sociale”.

Più volte, in questi due anni, papa Ratzinger ha insistito sul riconoscimento della funzione pubblica della religione anche da parte degli Stati europei laici. E più volte ha ricordato la distinzione netta tra Chiesa e Stato, tra fede e politica, dicendo allo stesso tempo che per essere feconda la laicità dev’essere aperta. Ciò significa che, come in America, l’autorità dello Stato e la vita pubblica oggi non possono prescindere dalle grandi istanze dell’etica, in concreto da quelle fonti etiche che il cristianesimo ha dischiuso all’umanità. Diversamente, dalla laicità si passa a un laicismo che aliena le società da loro stesse e le impoverisce, mettendone radicalmente a rischio identità e capacità di futuro.

ETICA SÌ

Posizione lucidamente enunciata durante la visita al Quirinale, a poco più di sessanta giorni  dall’elezione, quando Benedetto XVI ha apertamente riconosciuto che “è legittima una sana laicità dello Stato, in virtù della quale  le realtà temporali si reggono secondo le norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione. L’autonomia della sfera temporale non esclude un’intima armonia con le esigenze superiori e complesse derivanti da una visione integrale

dell’uomo e del suo eterno destino”. Da qui il richiamo – in un importante discorso a parlamentari europei – a sostenere quell’eredità cristiana che può contribuire “in maniera significativa” a “sconfiggere” la cultura “tanto diffusa” nel Vecchio Continente “che relega  alla sfera privata e soggettiva la manifestazione delle proprie convinzioni religiose”.

Le politiche elaborate partendo da questa base, a giudizio dello stesso Pontefice, “non solo implicano il ripudio del ruolo pubblico del cristianesimo, ma, più in generale, escludono l’impegno con la tradizione religiosa dell’Europa che è tanto chiara nonostante le sue variazioni confessionali, minacciando in tal modo la democrazia stessa, la cui forza dipende dai valori che promuove”.

Per Benedetto XVI, dal momento che la tradizione cristiana trasmette valori fondamentali per il bene della società, “l’Unione Europea può solo riceverne un arricchimento”. Dunque “sarebbe un segno di immaturità, se non addirittura di debolezza, scegliere di opporvisi o di ignorarla invece di dialogare con essa”.  Bisogna però rilevare al riguardo che “una certa intransigenza secolare dimostra di essere nemica della tolleranza e di una sana visione laica dello Stato e della società”. E quasi a prevenire l’accusa di stare compiendo un’invasione di campo, il Papa afferma con forza che “quando la Chiesa interviene nel dibattito pubblico, esprimendo riserve o richiamando principi, ciò non costituisce una forma di intolleranza o un’interferenza, poiché tali interventi sono volti esclusivamente ad illuminare le coscienze”  sui valori “non negoziabili”.                                   (3 – continua)