ATTUALITA’

di Mario Scudu

Ricchi, sazi e… infelici. Le statistiche di oggi non annunciano niente di buono per nessuno.

UNA QUESTIONE DI… COEFFICIENTI

La felicità, come definirla e come ottenerla,  come trattenerla, consolidarla, regalarla agli altri… Temi e problemi perennemente dibattuti e caparbiamente inseguiti, mai definitivamente acquisiti. Felicità è sempre di moda.

 

Felicità: tutti ne parlano, tutti la cercanoLa felicità come problema è tornato con forza sui mass media, sulla televisione, sui quotidiani,  sui settimanali, sui mensili. Tante le teste pensanti (parlanti o scriventi), tanti i giudizi. In un’inchiesta di qualche anno fa, risultava che l’Italia è un paese industrializzato e ricco (è anche membro del G8), e gli italiani sono ricchi e sazi, ma anche insoddisfatti. Come dire infelici. Lo sport nazionale, dopo il calcio, è il lamento. Su tutto. Per alcuni sociologi della rivista “Science” è scientificamente provato che il reddito oltre una certa soglia non procura automaticamente l’aumento della felicità. In un certo senso danno ragione al detto popolare: “I soldi non fanno la felicità”; anzi, alcune volte è il contrario, a considerare il numero di suicidi nei paesi ricchi. I poveri, infatti, non si suicidano, o perché hanno altro da pensare (vivere o sopravvivere nel presente) o perché sono sostenuti dalla speranza di migliorare il proprio livello di vita (preparare il futuro). Altri studiosi hanno messo in risalto che la patologia della depressione è una malattia tipica dei Paesi ricchi, quelli del G8 e dintorni, non certo dell’Africa. Forse anche questo coefficiente fatto di tensione e di sforzo, di obiettivi da raggiungere e valori da realizzare, in una parola il “coefficiente speranza” deve essere fatto entrare nella definizione di felicità. Cosa spesso dimenticata.

FELICITÀ COS’È?

Per molti, felicità è un treno spesso annunciato e mai arrivato, o arrivato su un altro binario, quello del nostro vicino. Per altri, è come una farfalla multicolore che ci svolazza attorno e mai riusciamo a catturare. Queste immagini ci fanno comprendere che dare una definizione di felicità non è possibile. Come capita di ogni problema squisitamente antropologico. Per il mondo classico (da Aristotele a Platone, da Agostino a Seneca, fino a Tommaso d’Aquino… e altri ancora) la felicità dell’uomo consiste nel senso di finalità e di divenire che deve animarlo, nello scegliere di vivere secondo ragione (e non secondo istinto), in maniera conforme alla propria natura umana (è uno “zoòn loghikòn”, un “animale ragionevole” secondo la famosa definizione di Aristotele). Questo approccio (teleologico e anche teologico) presuppone un dovere etico: perseguire il proprio vero bene. Secondo questo modello l’io dell’uomo si pone all’interno di un più vasto orizzonte di verità e di valori (più grande delle proprie verità e dei propri valori individuali), da perseguire costantemente “secondo ragione”. Seneca: “E’ felice chi giudica secondo ragione, è felice chi gode di quello che ha”. Un’altra espressione classica (e felice) afferma che bisogna vivere “katà mètron” cioè secondo la giusta misura, definendo indirettamente le esagerazioni come strade all’infelicità (vi ricordate le famose parole di Vasco Rossi: “Voglio una vita spericolata, voglio una vita esagerata, che se ne frega di tutto”?).

LIMITARE I DESIDERI

Non è una novità che il quadro antropologico moderno è profondamente cambiato rispetto a quello classico (greco/romano e cristiano). Oggi domina una cultura quadrimensionale immanentista, relativista, individualista, consumista. Si pone l’accento sui diritti insindacabili dell’io, a scapito del noi; si dà maggiore importanza ai desideri egoistici visti come bene supremo da anteporre anche al bene comune. Oggi si trova tempo per guadagnare di più e avere di più, ma non per dialogare di più ed essere di più.  I valori più seguiti sono quelli dettati dall’utilitarismo e dall’effimero. Le mode più esaltate quelle suggerite dallo spontaneismo e dal presentismo: “Quello che mi piace è la mia legge, voglio tutto, subito e senza sforzo. E sarò felice”. E invece si cade sotto la dittatura del desiderare e del soddisfare i propri capricci a ogni costo e senza misura. È il trionfo dell’edonismo. Recita un proverbio greco: “Limitare i desideri è l’inizio della felicità”. Mesi fa un noto quotidiano riportava la notizia che in alcune università americane erano stati attivati corsi sulla felicità, per insegnare ai giovani a essere felici lavorando sull’autostima, sul pensare positivo, fino all’acquisizione di un sano auto/umorismo. Il presupposto era che la felicità sta più sul versante interiore che su fattori esterni, come ad esempio il conto in banca. Visto il successo, forse di questi corsi c’era proprio bisogno. Ha scritto, infatti, il rettore del Wellington College: “Tutte le statistiche ci dicono che negli ultimi trent’anni siamo diventati più ricchi, meglio vestiti… il livello di soddisfazione personale dovrebbe essere cresciuto,  eppure altre statistiche ci informano che i beni materiali non ci hanno reso più felici, anzi, i giovani d’oggi sono mediamente più infelici, incerti e privi di entusiasmo delle generazioni precedenti”.

PERCHÉ ?

La cultura individualista che respiriamo non è un buon aiuto per la felicità personale e sociale. Quando si è ripiegati principalmente sul proprio io e si è preoccupati solo del “proprio” piacere, la felicità che si crede di aver conquistato non sarà né vera, né duratura, né profonda, né appagante. Diceva Pascal: “La felicità è una merce meravigliosa, più se ne dà, più se ne ha”. È una verità importante ma trascurata: non sono le cose che mi rendono felice (se ho tre computer non è detto che sia più felice di chi che ne ha uno o non ce l’ha per niente… Non si ama uno strumento ma una persona). Non sono i beni strumentali che aumentano il mio tasso di felicità ma i “beni relazionali”. La felicità che io ho dato agli altri torna a me, consolidando e aumentando la mia. Penso che nella definizione di felicità oltre al “coefficiente speranza”, si debba aggiungere il “coefficiente relazioni interpersonali”. Sul quale si insiste troppo poco. E tuttavia non è sufficiente, almeno nella visione antropologica cristiana. Nel clima culturale odierno, dove prevalgono le antropologie deboli, il posto lasciato a Dio è sempre più ristretto: l’io individuale sta occupando tutti gli spazi, è “la misura di tutte le cose”. Anche per questo il vertice della rivelazione cristiana “Dio è Amore” (1Gv 4,16), cioè Felicità Totale ed Eterna,  lascia indifferenti: è l’indifferenza verso il Trascendente così presente oggi. Uno dei più grandi geni dell’umanità,  Agostino di Ippona, l’ha sperimentato: siamo fatti da Te e per Te, e siamo inquieti (infelici) finché non riposiamo in Te. Nella ricerca della felicità, tener presente il “coefficiente trascendenza” è un’ottima garanzia di successo.