MISSIONI

di Francesco Motto, direttore dell’Istituto Storico Salesiano

Documenti inediti fanno riflettere sull’inizio delle missioni salesiane. A cominciare dall’Argentina.

LE CONTINGENZE IN AIUTO DEI SOGNI

In questo mese dedicato a Don Bosco, vogliamo tracciare un quadro di come si è giunti alla prima spedizione missionaria della sua giovane congregazione e del perché sia stata scelta la Patagonia.La prima spedizione missionaria di don Bosco, nel 1875

Che la prima spedizione missionaria dei salesiani (1875) sia stata alla volta dell’Argentina, lo sanno tutti; ma forse non tutti conoscono i motivi per cui la scelta cadde su quella terra. C’è chi è convinto che sia dipesa dal famoso sogno missionario del 1872; altri pensano che l’opzione sia soprattutto legata alla presenza di emigrati italiani in quelle terre; altri suggeriscono ulteriori suggestive ipotesi. Ma forse la storia è un po’ diversa, e più che a evidenti ragioni di natura missionaria o culturale (o magari onirici) è necessario pensare a motivi di ordine molto più pratico e concreto, stando almeno a lettere recentemente ritrovate.

Anzitutto va detto che le prime vere trattative per inviare salesiani in Paesi di missione si ebbero durante e dopo il Concilio Vaticano I (1869-1870). I padri conciliari provenienti da terre in partibus infidelium colsero l’occasione del loro prolungato soggiorno a Roma per mettersi in contatto con vescovi italiani e superiori di istituti religiosi che potessero fornire personale per le loro diocesi. Fra questi ultimi Don Bosco, all’epoca figura di fondatore ormai noto sia in Italia sia negli ambienti pontifici anche per l’approvazione della sua congregazione, ottenuta soltanto da pochi mesi (marzo 1869). Evidentemente, prima di tale data era praticamente impossibile pensare a missioni all’estero. 

LA PRIMA PROPOSTA

Il 20 luglio 1870, due giorni dopo la proclamazione della definizione dell’infallibilità pontificia che coincise con la sospensione dei lavori conciliari, monsignor Joseph Sadoc Alemany inviava da Roma a Don Bosco la richiesta di assumere la direzione e la gestione dell’orfanotrofio San Vincenzo de’ Paoli a San Rafael, presso San Francisco in California. Le motivazioni spirituali apportate dovettero tornare tanto convincenti a Don Bosco – accompagnate com’erano da libertà di azione, gestione di grandi spazi in un clima sano e temperato – che a pochi giorni di distanza egli informava la contessa Callori della probabile accettazione della proposta, a preferenza di altre pervenutegli antecedentemente da Algeria ed Egitto. Don Bosco invitò immediatamente monsignor Alemany a Torino e all’invito allegò la proposta di un articolato schema di capitolato. L’arcivescovo chiese qualche giorno di tempo per riflettere, ma da allora le trattative si interruppero senza che se ne conosca il motivo. Fra le possibili ragioni per parte salesiana si può pensare alle difficoltà della lingua, o anche a quelle economiche, nel caso, improbabile, che Don Bosco fosse venuto subito a conoscenza del forte debito che gravava sull’orfanotrofio offertogli.

UNA DECISIONE RAPIDISSIMA   

Don Bosco tuttavia ricevette, a metà dicembre 1874,  anche la proposta formale di inviare salesiani a Buenos Aires per la cura pastorale di una chiesa, e a San Nicolás de los Arroyos per un erigendo collegio. Ebbene, a distanza di pochissimi giorni, precisamente il 22 dicembre, rispose dichiarando di accettare le due fondazioni proposte e comunicando che nell’ottobre successivo avrebbe spedito i suoi missionari. Il 28 gennaio 1875 presentava l’impresa oltreoceano ai direttori nelle tradizionali Conferenze di San Francesco di Sales; il giorno seguente la annunciava con la massima solennità all’intera comunità di Valdocco e il 5 febbraio la “pubblicizzava” con una circolare/invito a tutti i salesiani del Piemonte e della Liguria. Il dado era tratto: iniziava così quella che sarebbe poi diventata l’epopea missionaria salesiana in Patagonia. Ma come non rimanere sorpresi della rapidità della decisione, considerati i tempi solitamente impiegati per le nuove fondazioni salesiane? Tanto più che in nessuna delle lettere giunte nel dicembre 1874 a Don Bosco dall’Argentina e neppure nell’immediata risposta positiva si parla di emigrati italiani, né di missioni vere e proprie fra popoli che allora si qualificavano come “selvaggi”; al massimo Don Bosco allude a un impegno in “ogni ramo del sacro ministero”. Nei colloqui di fine gennaio, invece, egli già incomincia a insinuare il termine “missione”; nella circolare del febbraio poi, affermando di aver scelto l’Argentina come missione estera, accenna però a “estensioni di superficie interminabili abitate da popoli selvaggi” non lontano dal collegio e dall’ospizio che aveva accettato; analogamente in una documentata buonanotte del maggio successivo. Le “grandi orde di selvaggi, tra cui non penetrò ancora né la religione di Gesù Cristo, né la civiltà, né il commercio“ ritornano poi nel discorso di congedo dell’11 novembre 1875, senza però menzionare la Patagonia, come invece pochi giorni prima aveva fatto “L’Unità Cattolica”, evidentemente ispirata dallo stesso Don Bosco. Quanto alla cura pastorale degli emigrati italiani, che pure furono il settore privilegiato dai primi salesiani in Argentina, se ne accenna solo nel citato discorso di commiato. Nei famosi “ricordi ai missionari” il silenzio è totale sia per loro sia per gli indio.     

CONCLUDENDO

Dunque si può concludere: in Don Bosco le motivazioni ideali, sempre di carattere apostolico e missionario, erano presenti sullo sfondo; sarebbero emerse e si sarebbero dilatate in seguito, grazie alla sua congenita abitudine di “sognare in grande”. Ma furono le circostanze offertegli, quali la possibilità di fondazioni analoghe a quelle già avviate in Italia, la piena libertà di azione, una notevole indipendenza economica, il contesto neolatino in cui si sarebbero trovati i salesiani e la lingua spagnola di facile apprendimento a far decidere Don Bosco per l’Argentina nello spazio di una settimana. Anche in questo caso, come in tanti altri, l’educatore di Valdocco si nutrì di ideali alti, anzi altissimi; ma la concretezza, la praticità e la saggezza dell’ex contadino dei Becchi ebbero la loro non piccola parte in questi illimitati “sogni d’oltremare”. Del resto, come spiegare che i salesiani attesero ben 15 anni prima di porre piede fra gli emigrati italiani di New York, mentre ne fu loro sufficiente poco più di uno per insediarsi fra quelli, molto più lontani, di San Francisco se non che don Rua aveva ben capito la lezione del  maestro?