COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

LA VIRTU’  DIMENTICATA

Un uomo osservava curioso la nascita di una farfalla dal bozzolo. La bestiola si contorceva e faceva tentativi immani per liberarsi dall’involucro che la teneva prigioniera: le alette si contraevano e distendevano con sforzi penosi. L’uomo s’impietosì e con le dita squarciò il bozzolo, afferrò le ali della farfalla e le distese. Quella farfalla non volò mai. Era proprio la fatica di uscire dal bozzolo che rendeva robuste ed efficienti le sue ali. L’uomo di buon cuore le aveva alleviato la pena e affrettato i tempi, ma l’aveva condannata a strisciare.

 

Oggi i bambini sembrano diventare adulti sempre più in fretta. Spie­ga Pasquale Di Pietro, presidente della Società italiana di pediatria: «In dieci anni di lavoro abbiamo visto un'adolescen­za sempre più "adultizza­ta" nei comportamenti, un abbassarsi pericoloso dell'età in cui si cominciano a consumare alcolici e sigarette, antica­mera, a volte, del salto verso la droga. Nello stesso tempo questi teenager che vogliono crescere in fretta, restano poi adolescenti ben oltre l'età anagrafica, in quella condizione di eterni figli ormai nota alle statistiche». Una generazio­ne che fisicamente gode di ottima salute, ma «mostra crescenti fragilità psicolo­giche, aumentano le de­pressioni, i disturbi ali­mentari, e anche gli episodi di bullismo». Le loro ali non si sono irrobustite. Una gran fretta coinvolge tutti. Si vuole tutto e al più presto. La nostra vita quotidiana  è “formula uno”: si vive con il piede sull’acceleratore. Grandi e piccoli hanno dimenticato quella magnifica virtù che si chiama pazienza.

La pazienza non è la virtù dell’attesa passiva.Essa, invece, abita decisamente nello spirito e nel cuore di chi vuole costruire qualcosa che sia coerente e duri nel tempo. È la virtù dei genitori, degli educatori, di tutti coloro che hanno qualcuno da amare, qualcuno per cui investire la propria vita e con cui condividere un progetto e un ideale.

Pazienza significa rispettare il ritmo della crescita.L'infanzia ha bisogno di una preparazione specifica, per assolvere alle molte funzioni dell'esistenza. Naturalmente, il bambino riuscirà a imparare molto grazie all'osservazione, ma non possiamo contare unicamente su questo suo modo di conoscere le cose: ha bisogno infatti che gli si insegni la maniera di vestirsi, di allacciarsi le scarpe, di mangiare, di lavarsi e di fare il bagno, di attraversare la strada e, man mano che cresce, di essere gradatamente educato ad assol­vere ai compiti relativi alla casa, allo studio, alla vita. Sono cose che non si pos­sono ottenere né mediante considerazioni casuali, né me­diante rimproveri, o minacce di punizione, espressi magari nel mo­mento stesso in cui tali impegni devono essere assolti. Il tempo destinato a tali insegnamenti deve far parte della routine quotidiana. Oggi però cominciano a scarseggiare gli spazi per  “guidare” un bambino nel labirinto del suo apprendistato per la vita. Le giornate sono piene d’impegni e costellate dalle impazienze dei genitori e dalle ribellioni dei figli.

Pazienza significa spiegare e ripetere.Un bambino ha scritto: «Voglio andare in una famiglia dove si ride di più e si spiegano le cose». I bambini sono sollecitati, incalzati e stimolati. Ma ognuno ha un ritmo d’apprendimento tutto suo. Molti bambini sono irritati dal dover fare cose che non capiscono.

La pazienza quotidiana non è gratificante perché consiste nell’aspettare (verbo odiosissimo, oggi). Presi dal riflesso della produttività e dell’efficienza, molti genitori fanno le cose al posto dei figli “per fare più in fretta”. Al contrario, ogni passo avanti “conquistato personalmente” è un passo compiuto per sempre.

Pazienza significa progettare per tappe e mete intermedie. Ma i piccoli passi non sono più tollerati. Sembra incredibile, ma si parla senza pudore di ragazzi e adolescenti “frustrati”. “Frustrazione” vuol dire “insoddisfazione per non essere riuscito a ottenere o a concludere qualcosa”. I piccoli e i giovani sono martellati da spot luccicanti, sognano e magari pretendono successi, ma rifiutano la fatica e lo sforzo dell’apprendimento.

Nello stesso tempo è sempre più difficile incontrare chi sappia proporre mete solide e alte ai ragazzi e ai giovani, che a loro volta raramente incontrano “guide” che hanno il tempo e la voglia di accompagnarli sulla lunga strada della progressività. La cultura che stiamo costruendo impone mete “facili” e realizzabili subito. I genitori devono imparare a lodare i progressi minimi, a incoraggiare e a sostenere nonostante incertezze ed errori.

Pazienza vuol anche dire resistere. Fra l’altro, chi non impara a tollerare le frustrazioni, cioè ad affrontare con calma ostacoli e difficoltà, ha poche probabilità di realizzarsi nella vita in maniera soddisfacente. Uno dei compiti essenziali di un genitore è proprio quello di far sì che un figlio impari presto a non farsi travolgere dai mille piccoli insuccessi che gli capiteranno. Nello stesso tempo i genitori devono sopportare le reazioni dei figli ai “no” motivati. La loro paziente resistenza diventa la spina dorsale dei figli.

Pazienza è accompagnare i figli verso la maturità:  attendere che tutti gli aspetti della personalità riescano ad armonizzarsi. Ai ragazzi piacerebbe apparire più disinvolti, più belli, più sicuri. Rifiutando la pazienza di crescere si accontentano di apparire. Sono quasi costretti a “imitare”  e imitano soprattutto i modelli imposti dal sistema mediatico ancora più pressante e onnipresente. Ma i buoni genitori sanno insegnare che la verità viene sempre a galla.

La pazienza è la virtù del legame.Dissemina le sue tracce nei gesti quotidiani dell’ascolto, dell’accoglienza, della solidarietà, del dialogo, della tenerezza; ma anche nelle situazioni di incomprensione, di sconfitta o di sofferenza. Pazienza significa anche saper sempre ricominciare.

 


COME DON BOSCO - il genitore

di Marianna Pacucci

ELOGIO DELLA  LENTEZZA

Fra le cose più belle della maternità, credo vi sia la scoperta che il ritmo della vita è ben più lento di quello che la società ci impone nell’organizzazione della quotidianità.

Un dono inatteso dà sempre una grande gioia

È straordinario che la natura, per convincerci della bontà della lentezza e allenarci a tale atteggiamento, ci costringa a un’attesa di nove mesi, prima di poter contemplare il volto del nostro bambino, e poi a un’intera esistenza in cui declinare i tanti significati della pazienza. Vado con la memoria alle mie due gravidanze; e, prima ancora, all’attesa di un concepimento che inizialmente sembrava non scontato. Poi, la grande gioia: avremo un figlio. Nella gravidanza e nei primi anni di vita di Alessandra ho capito che essere pazienti significa, un po’, accettare la condizione di essere malati: uno deve passare attraverso un po’ di sofferenze coltivando la certezza che tutto questo genererà, prima o poi, non soltanto benessere, ma una migliore qualità dell’esistenza. Ci vogliono lungimiranza, perseveranza, tenacia, per affrontare innanzitutto difficoltà fisiche e psicologiche (non ci si improvvisa mamme) e poi per mettere in sintonia il proprio passo (di donna, di moglie, di lavoratrice, di cittadina, ecc.) con quello incerto di un neonato, che ha ben altri bisogni e possibilità di un adulto, ormai dominato dalle regole della vita sociale. Nei primi anni di vita di Ale ho scoperto -  talvolta con serenità, talvolta dolorosamente – che è arduo, ma vale la pena produrre una decelerazione della vita quotidiana: fai meno cose, ma le comprendi e le gusti meglio.

 

Poi è arrivato Claudio: il figlio non programmato, che lentamente ho scoperto di aver progettato e amato da sempre, anche se non lo sapevo con chiarezza: ma, si sa, certe volte gli occhi del cuore e quelli della mente vedono cose differenti. La sua attesa mi ha portato a scoprire un altro aspetto della pazienza: la fiducia del contadino, che sopporta l’incertezza di tradurre un sogno in un’esperienza matura. Questo figlio era, per me, un seme caduto quasi casualmente in un terreno un po’ sassoso; ma proprio per questo, forse più della sorella desiderata lungamente, meritava di diventare un frutto maturo. Un dono inatteso dà sempre una grande gioia, ma ho scoperto a poco a poco che anche questo merita molta pazienza: Claudio mi ha insegnato a tradurre la pazienza con la fortezza e la resistenza: reggere due figli piccoli è una bella prova, da questo punto di vista (soprattutto se l’ultimo non avverte per anni la necessità di dormire la notte); ma, soprattutto, la moltiplicazione dei figli ti impegna a spostare l’attenzione dalla relazione madre/figlio alla costruzione di un ambiente fertile per costruire un ambiente favorevole all’educazione; inoltre, ti fa toccare con mano che ogni bambino è diverso dall’altro; ha un proprio ritmo evolutivo che va rispettato e assecondato;  pone dinanzi a sé, crescendo, un modello di adultità che non è clonabile.

 

Tanti anni sono ormai volati via, ma le giornate spesso sono state molto lente, faticose, bisognose di un continuo investimento di pazienza: dopo la gioia di vedere che dal seme nasce una piantina, ce ne vogliono di sforzi e di fatiche per restare fedeli all’impegno di far crescere i figli, innaffiando le loro qualità, potando i loro difetti, zappando il terreno per assicurare loro le condizioni migliori di sviluppo. 

Ora che i ragazzi sono diventati piante fronzute (Claudio assomiglia sempre più a una quercia, Alessandra è un cespuglietto profumato di fiori, curato come un bonsai) mi trovo a vivere una nuova e inedita stagione della pazienza: quella necessaria per lasciarli andare ciascuno per la propria strada, sapendo che la costruzione dell’adulto e l’innesto definitivo nella vita sociale non sono affatto esperienze facili, né, tanto meno, immediate. Sto comprendendo sempre di più, in questi ultimi anni,  che è vero che i figli non ci appartengono, ma che abbiamo il compito di averne cura, sempre e comunque, con attenzione e rispetto della loro identità, ma sempre al servizio della vita che chiede in loro ulteriori energie e disponibilità di investimento.

 

Voltandomi indietro  cercando il filo conduttore del rapporto fra passato, presente e futuro, mi sembra di scorgere che, nelle differenti interpretazioni della pazienza, c’è comunque un continuum: il genitore paziente non è quello che si siede ad attendere un evento straordinario; al contrario, è quello che vive fino in fondo l’esperienza della laboriosità. Coltiva l’abitudine di dedicare attenzione ed energie al proprio compito educativo; sviluppa gradualmente, nella condivisione della quotidianità e dei progetti dei figli, nuove competenze esistenziali; cerca per sé  e aiuta i più piccoli a trovare un significato sapiente per il tempo che scorre: amare, nonostante tutto, la terra che li ha generati.