SFIDE ETICHE x RAGAZZI, GENITORI, EDUCATORI
di Giovanni Russo bioeticalab@itst.it
Fedeltà e divorzio: l’una cala, l’altro cresce. Se si accetta l’idea del matrimonio monogamico, il divorzio è indubbiamente un “fuori onda” sociale. Per la Chiesa il matrimonio resta indissolubile. E ha i suoi buoni motivi per affermarlo.
In
un contesto sociale come quello attuale che, attraverso i mass media, esalta la
“scappatella” e la presenta come “salutare”, come continuare a parlare di
fedeltà coniugale? In molti paesi, i divorzi sono diventati una “piaga” sociale
(Gaudium et spes). Le statistiche indicano una continua crescita dei
fallimenti anche tra coloro che sono uniti nel sacramento. Un dato pubblicato
dall’ISTAT il 21 giugno del 2006 indica che il 66,2% dei maschi e il 71,1%
delle femmine tra i 18 e i 49 anni ritiene giusto che una coppia con matrimonio
infelice chieda il divorzio anche se ha figli; “l’incidenza di divorzio in
Italia non raggiunge, tuttavia, i livelli di molte nazioni dell’Europa
centro-settentrionale. Il nostro Paese, dove il tasso di divorzio è pari allo
0,7 ogni 1000 abitanti, si mantiene al di sotto della media europea, che è di
1,9” (ISTAT 02/07/04). Il fenomeno comunque è preoccupante. Tra le cause
si possono contare il disinteresse dello Stato circa la stabilità del
matrimonio e della famiglia, una legislazione permissiva sul divorzio,
l’influenza negativa dei mass-media e delle organizzazioni internazionali,
l’insufficiente formazione cristiana dei fedeli, ecc. Questi “scacchi” sono una
fonte di sofferenza sia per gli uomini di oggi, sia soprattutto per coloro che
vedono svanire il progetto del loro amore coniugale. La Chiesa è quanto mai
sensibile al dolore dei suoi membri (Pont. Cons. Fam.).
La Chiesa insegna che caratteristica fondamentale dell’amore coniugale è la fedeltà, un amore esclusivo fino alla morte, come lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile; ma che sia sempre possibile, sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è corrispondente alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce un’intima e duratura felicità (Humanae vitae). La situazione problematica d’incertezza di molte coppie oggi e le conseguenze sui bambini, spingono a ribadire con maggior forza l’annuncio profetico di Cristo. A quanti, ai nostri giorni, ritengono difficile o addirittura impossibile legarsi a una persona per tutta la vita, e a quanti sono travolti da una cultura che rifiuta l’indissolubilità matrimoniale e che deride apertamente l’impegno degli sposi alla fedeltà, è necessario ribadire il lieto annuncio della definitività di quell’amore coniugale che ha in Gesù Cristo il suo fondamento e la sua forza (Ef 5,25). Radicata nella personale e totale donazione dei coniugi e richiesta dal bene dei figli, l’indissolubilità trova la sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella Rivelazione. Egli vuole e dona l’indissolubilità matrimoniale come frutto, segno ed esigenza dell’amore assolutamente fedele che Dio ha per l’uomo e che Gesù vive verso la sua Chiesa. La comunione coniugale si caratterizza non solo per la sua unità, ma anche per la sua inscindibilità: “Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità” (Gaudium et Spes).
Il divorzio rimane uno “scacco” ed è fonte di sofferenza sia per i coniugi sia per i figli e per l’intera famiglia. Anche la Chiesa ne soffre per il dolore dei suoi membri, come sottolineava Giovanni Paolo II: “Questi uomini e queste donne sappiano che la Chiesa li ama, non è lontana da loro e soffre della loro situazione. I divorziati risposati sono e rimangono suoi membri, perché hanno ricevuto il battesimo e conservano la fede cristiana”. La solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge separato, specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà, comprensione. Analogo è il caso del coniuge che ha subito divorzio, ma che – conoscendo l'indissolubilità del vincolo matrimoniale valido – non si lascia coinvolgere in una nuova unione. In tal caso il suo esempio di fedeltà e di coerenza cristiana assume un particolare valore di testimonianza di fronte al mondo e alla Chiesa, senza che vi sia alcun ostacolo per l'ammissione ai sacramenti. La Chiesa, in pari tempo, non può restare indifferente al moltiplicarsi di situazioni di divorzio, né arrendersi di fronte a un costume, frutto di una mentalità che svaluta il matrimonio come impegno unico e indissolubile, come pure non può approvare tutto ciò che attenta alla natura propria del matrimonio stesso. La Chiesa, in questi casi, “ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia” (Familiaris consortio). Tuttavia, invita i divorziati coinvolti in una nuova unione a camminare verso il Cristo soprattutto mediante la preghiera e la partecipazione alle celebrazioni di pietà eucaristica, come per esempio la visita in chiesa, la comunione spirituale, l'adorazione del Santissimo e stimolando a una comprensione adeguata della contrizione e del risanamento spirituale che presuppone perdono e riparazione.
Valori in questione
§ Caratteristica fondamentale dell’amore coniugale è la fedeltà, un amore esclusivo fino alla morte.
§ La fedeltà è possibile, per la grazia del sacramento, perché Dio rimane sempre fedele.
§ La fedeltà che passa per i momenti difficili diventa una sorgente da cui scaturisce una più intima e duratura felicità.
§ Il divorzio è uno “scacco”, fonte di sofferenza per i coniugi, per i figli e per tutti.
§ La Chiesa soffre per la situazione dei divorziati risposati, continua ad amarli, sono e rimangono suoi membri, chiamati a partecipare alla vita della comunità, ma non ai sacramenti.
Confrontiamoci in Gruppo e in Famiglia
§ Possiamo in quanto credenti accettare come giusto che una coppia con matrimonio infelice chieda il divorzio anche se ha figli?
§ Qual è il nostro impegno educativo di prevenzione di situazioni che portano al divorzio?
§ L’intrusione problematica di familiari (suoceri) può comportare una vera responsabilità verso il divorzio?
§ Come consideri nella comunità cristiana una persona che ha subito il divorzio, per responsabilità dell’altro coniuge?
§ Qual è il nostro impegno pastorale a servizio dei cristiani divorziati? C’è una progettazione nella nostra comunità?