IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
Non vogliamo avallare alcuna protesta imbecille di certi giovani (una minoranza) male informati e male educati. Vogliamo solo fare qualche riflessione da educatori.

È tornato lo scontento pubblico per i giovani accusati di essere violenti, anzi troppo violenti, di fare branco, di irridere i disabili e i diversi, di imporre perfino nelle scuole il loro codice di sopraffazione targato bullismo. L’allarme si aggira in Europa e i paesi più benestanti e popolati del continente hanno ciascuno la propria lista di lagnanze: Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia. Strano questo paese che, a cicli ricorrenti, lancia allarmi nei confronti dei giovani di volta in volta dipinti quali vittime dell’egoismo degli anziani, dissacratori del patrimonio civile e religioso e più di recente quale pericolo pubblico numero uno per la violenza delle loro gesta. Nuovi mostri che mettono a rischio la tranquillità sociale. Non si capisce bene se, a fasi alterne, siano i media a creare l’allarme sociale o se invece essi diano solo fiato a un malcelato disagio verso il mondo giovanile. C’è da chiedersi se i giovani siano amati o se invece siano tollerati e usati dalla società.
L’amore pone in cima ai propri pensieri le realtà che si amano, e i giovani non sono davvero in cima ai pensieri della nostra società. Nei loro confronti si nutre piuttosto un egoismo che si scambia facilmente per amore. Ai giovani non additiamo alti traguardi dal momento che noi stessi, adulti scarsamente felici e contenti, navighiamo a vista e siamo provati dal rimpianto di vivere.
E’ curioso il meccanismo ambiguo che scatta verso i giovani. Quando ci si trova davanti a “bravi ragazzi” (si pensi a quelli di Locri o di Napoli che si sono mobilitati contro mafia e camorra) l’attenzione pubblica è lieve e passeggera. Quando accadono episodi di violenza, firmati da piccolissime frange di giovani, si alimenta a dismisura la paura sociale e si aprono dibattiti senza fine. Fiumi di parole che confluiscono nella proposta sbrigativa di abbassare la soglia di età punibile per colpire con pene esemplari i ragazzi che sgarrano.
Una società violenta non può che rispondere con una violenza maggiore alle sfide dei suoi ragazzi che vivono il mondo degli adulti come un mondo violento. Finora, le violenze che l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza devono subire non sono socialmente paragonabili alla rivolta dei giovani. Si pensi agli abusi sessuali, al lavoro nero, al traffico di organi, alla povertà e degrado, all’abbandono e schiavitù che contano milioni di giovani vittime.
Una certa cultura di accoglienza e di fiducia nei giovani – pure tipica di qualche importante istituzione come la Presidenza della Repubblica, di Pertini, Ciampi e ora Napolitano - non è riuscita finora concretamente ad affermarsi tanto da diventare costume culturale condiviso. Sembra piuttosto diffusa la cultura dello scontento verso i giovani. Famiglie e istituzioni generalmente si dicono preoccupate dei giovani, e allo stesso tempo sono scontente dei giovani. Ma non fanno abbastanza per i giovani perché sempre più di rado esse sono modelli di vita accettabili.
Occuparsi seriamente dei giovani significa occuparsi seriamente della qualità della nostra stessa vita, della credibilità della nostra società, dei valori che la animano, dei fini che si propone. Se viviamo una società e uno sviluppo disseminati di cose ma faticosi e sempre più privi di speranza, perché poi meravigliarsi dei giovani? Se la società vive sul mito della violenza e della furbizia, se le politiche mondiali sono dettate dalla sopraffazione invece che dalla condivisione, se la vita non vale più un dollaro bucato, è da sani meravigliarsi che i giovani siano stimolati più che nel passato a sperimentare violenza e noia? Essi non fanno che portare al massimo grado –coerentemente – le storture di ogni specie che alimentiamo a piccole dosi e alle quali lasciamo cittadinanza in famiglia e nella società. Si raccoglie quel che si semina.
È molto più facile prendersela con alcuni giovani lazzaroni, anziché convenire sulla svolta necessaria per salvare la terra e salvare l’umanità degli uomini e delle donne del mondo. Un ritorno alla responsabilità etica è compito comune. Fare dei giovani i capri espiatori del nostro scontento di vivere affretterà solo la degenerazione sociale.