VIAGGI
di Giancarlo Manieri
Da Poipet a Phnom Penh tra le risaie di una pianura che si perde all’orizzonte.
La città martire, capitale dello Stato, si sta rifacendo lentamente il look
dopo gli anni di Pol Pot. I salesiani in città, storia di una fondazione.
“Mille anni prima di Cristo i cambogiani vivevano su palafitte, hanno stabilito gli archeologi”. “Proprio come oggi!”, fu la risposta della mia fedele e immutabile guida quando gli lessi la notizia, raccolta da un libretto che lui stesso mi aveva fornito prima di iniziare in jeep il viaggio da Poipet a Phnom Penh. Non ci fu nemmeno bisogno di chiedere spiegazioni. Me ne accorsi subito, osservando con un misto di curiosità e meraviglia un panorama cui non ero abituato… “Ti stancherai di vederlo: dovrai sorbirti circa seicento chilometri di risaie acquitrinose, palafitte, ecc.”. In effetti risaie una appresso all’altra, con esasperante monotonia, si snodavano senza soluzione di continuità. Avevamo lasciato Poipet, la città dei rifugiati, da circa una mezz’ora e già ci trovavamo immersi in un’immensa distesa, intervallata da alberi di diversa specie e semisommersa dall’acqua. “Eccola la terra dei Khmer: pianura a perdita d’occhio che durante la stagione delle piogge diventa un acquitrino”. “Lo vedo!”. Eravamo in effetti da qualche settimana fuori dal periodo piovosa e i campi erano ancora semiallagati. Incontravamo ogni tanto casolari, lungo la strada – oddio, si fa per dire; chiamarla strada suona come un eufemismo; assomigliava di più, soprattutto in certi tratti, a una pista da cross –. Dicevo delle case. Se ne incontrano ogni tanto raggruppate in minuscoli villaggi o dimore isolate, alcune in muratura e altre, forse la maggior parte almeno così mi è sembrato, in legno.Ma tutte rigorosamente costruite come palafitte. “Dipende dal fatto che qui si allaga tutto durante la famosa stagione delle piogge?”. “Certo, ma non solo”. “Quale altro motivo?”. “La palafitta, oltre a difendere dall’acqua e dall’umidità, è indispensabile argine per i topi, i serpenti, i rospi, ecc. che qui abbondano. Se vuoi dormire con un minimo di tranquillità devi… sollevarti verso il cielo!”. “C’è un doppio senso, o mi sbaglio?”. “Beh, sì, c’è!”.
Dopo quasi due ore di sballottamenti, micidiali per lo stomaco, e panorami incredibili, per il piacere dell’occhio – l’una e l’altra cosa sarebbero durate per tutta la giornata – mi rivolsi a don Battista: “Ho notato una cosa: a fianco di tutte le case che abbiamo incontrato finora…”. “Ci sono grossi otri di cemento, o di coccio, sì! Impressiona un po’ tutti. Servono per raccogliere l’acqua piovana…”. “Questa poi! Con tanta acqua che li circonda…”. “Tu la berresti un’acqua infestata da ogni sorta di animali vivi e da carcasse di animali morti?”. “Dunque l’acqua piovana…”. “Serve per bere. Le case che vedi non hanno né acqua corrente, né luce, né fogne, hanno solo stagni, pozzanghere, fonti, acquitrini e risaie, risaie, risaie… il tutto abbellito da eucalipti, tamarindi, palme, canne da zucchero, alberi di mandioca, di tek, di mango”. In effetti, né lungo la carreggiata né attorno alle case si vedevano i pali della luce o del telefono. Ecco che cos’era la particolarità che sentivo ma non riuscivo a vedere. Si incontravano, invece, molto spesso edicole del Budda, a volte guardate (!) da un elefantino… di pietra. In questi casi l’autista si girava per un attimo a guardarla poi dava tre brevi colpi di clacson: “È un modo per chiedere protezione. Da noi si usa fare un segno di croce”. Fece una pausa, e corresse: “Si usava!”. Il percorso è stato punteggiato da alcune tappe per visitare scuole di villaggi sperduti, sostenute dai salesiani. Ne parlerò a suo tempo.
Come Dio volle arrivammo alla capitale. Bellissima al centro, avvolta dai suoi imponenti wat, cadente in periferia dove la fuga dalle campagne alimenta miseria e delinquenza di piccolo e grande cabotaggio. Vi si respira un’aria strana, un po’ misteriosa che attira e allo stesso tempo mette a disagio. Non ho colto la spensieratezza e la civetteria di Bangkok, La gente appare seria, composta e, direi, triste. L’ho fatto notare a don Battista che mi ha subito risposto: “Phnom Penh ha perduto il 40% del patrimonio artistico che possedeva e delle persone che l’abitavano. La tragedia che l’ha prostrata nel recente passato si riflette ancora sul volto e nel cuore della gente”. E tuttavia la città ha un suo fascino. Templi e monasteri, stupe e monumenti offrono all’agglomerato urbano spazi spirituali e oasi di inimitabile bellezza Il complesso dei palazzi reali è di una bellezza unica. La Pagoda d’Argento è tanto sublime da essere stata risparmiata dalla furia iconoclasta dei soldati del dittatore che voleva “rifondare” la nazione, facendo prima piazza pulita.
I salesiani che sapevano bene del gran numero di giovani bisognosi che riempivano i campi dei rifugiati ed erano preda di farabutti, accettarono l’invito a far qualcosa per loro. Nacque il “progetto Cambogia” e ne fu incaricato il salesiano laico Roberto Panetto. Egli arrivò a Phnom Penh nel luglio 1990, contattò ministri, viceministri e magnati del governo, spiegò progetti e metodi educativi e fu tanto convincente che ottenne il sì e un terreno di 12 ettari (da acquistare). Così il 24 maggio 1991 Roberto assieme a don Valter Brigolin andarono ad abitare nella capitale dei khmer: cominciava l’avventura. Primo passo: studiare il cambogiano; secondo passo: aprire un laboratorio presso l’orfanotrofio di Preik Pnen; terzo passo: iniziare il programma Children fund; quarto passo: acquistare il terreno… (ci vollero un sacco – alla lettera – di soldi per pagare i vari proprietari ai quali non potevi certo parlare di banca, bonifici, cambiali, assegni, ecc. Solo i contanti contavano). Un sacco appunto, portato con un carretto. Dal 24 maggio del ’92 don Visser fu direttore della nuova opera. L’8 dicembre dello stesso anno arrivarono anche le FMA. “Hai notato?”, s’interruppe d’un tratto don Battista. “Che cosa?”. “Tutte le date di inizio corrispondono a feste della Madonna. Buon auspicio, no?”. Non aveva torto. A Phnom Penh ora c’è una grande scuola tecnica frequentata da migliaia di giovani. È la “Don Bosco Technical School”. Nel settembre 1996, furono 1100 le persone che chiesero l’iscrizione dei figli, e allora ne accettarono solo 215. La fila per entrare è infinita, e le visite di personalità politiche e religiose sono state tantissime.