MISSIONI

di Giovanni Eriman

NELLA TERRA DEI CIELI AZZURRI

Mongolia, una terra e mille problemi. Qualche stralcio di storia che comprende il clima, le condizioni socioeconomiche, il cristianesimo e, infine i salesiani e la loro attività recente.

 

I Salesiani nella steppaAlan Qo’a diede alla luce Belguenuetei e Bueguenuetei. Dopo la morte di suo marito, partorì altri tre figli. Cinque pargoli da due padri non promettono nulla di buono, tant’è che una sorda gelosia e un reciproco disprezzo separavano i primi due dagli altri tre. La madre decise allora di radunarli, prese da una faretra cinque frecce ne distribuì una a ciascuno dei figli e ordinò loro di spezzarle. Un tantino sconcertati i ragazzi lo fecero senza difficoltà, chiedendosi il perché della stranezza. La donna intanto prese altre cinque frecce le unì a mazzetto che presentò a ciascuno dei figli perché lo spezzasse. Naturalmente nessuno vi riuscì. Allora Qo’a sentenziò: “Figli, da soli voi potete essere spezzati, uniti è quasi impossibile che riescano a vincervi!”. La storiella della mamma sapiente è gettonatissima nella terra del famoso Gengis Khan che riunì agli albori del 1200 le varie tribù tartare e ne fece un popolo formidabile. Tempi che furono! La vita dei mongoli del secolo XXI è all’insegna della precarietà. Dopo la gloriosa parentesi del dominio del Gran Khan, la nazione ha stentato la sua vita nella steppa del Gobi tra tende e cavalli, guerre e invasioni, brevi estati e rigidi inverni, rivalità e lotte feroci tra i clan.  

NON SOLO CLIMA

La chiamarono, la Mongolia, “Terra dei cieli azzurri” perché godeva e gode di 200 giorni di sole all’anno che troppo spesso è… un sole freddo. La neve domina incontrastata il deserto del Gobi da settembre ad aprile. Nonostante il sole, il ghiaccio che copre la superficie dei laghi resiste anche fino a giugno. La temperatura è capace di scendere in certe zone a 60° sotto lo zero. Temutissimo è il fenomeno dello dzud che provoca inverni più lunghi e nevosi del solito e una brevissima e secchissima estate; negli ultimi anni ha provocato la morte di 10 milioni di capi di bestiame, che praticamente è l’unica fonte di sostentamento. Sotto questo clima vivono poco meno di tre milioni di abitanti. Tra i nomadi (ce ne sono ancora molti in Mongolia) l’asse portante dell’economia sono le donne sulle cui spalle grava la conduzione della “ger” (la capanna mobile dei nomadi) con la mungitura, la preparazione dei formaggi, l’essiccazione della carne, l’educazione dei figli.

I GIOVANI E IL CRISTIANESIMO

La modernizzazione, l’inurbamento, la globalizzazione non sono stati fenomeni indolori. Solo a Ulaan Baatar, la capitale, i bambini di strada sono più di cinquemila. Vivono di stenti e muoiono falciati dalla fame, dal freddo e dalle malattie. Più di un terzo delle famiglie mongole rientra nella fascia della povertà estrema.

La famiglia regge poco e male l’impatto quotidiano, o perché sfasciata, o perché senza lavoro, o per problemi di alcol e/o di abbandono del tetto coniugale. In questo clima così poco idilliaco, i piccoli sono un gran peso e spesso scappano da un ambiente diventato per loro insopportabile e si consegnano alla strada. Vivono sotto i tombini, in buchi maleodoranti o in anfratti luridi e  ripugnanti; mangiano quel che trovano nella spazzatura, dormono dove e come possono e… muoiono come mosche! Quel che è peggio è che la metà di essi sono bambine, le quali oltre al fin qui detto devono far fronte a violenze e abusi sessuali. È perciò facile comprendere perché il governo abbia chiesto l’aiuto della Chiesa cattolica e perché in prima fila ci sono da sei anni anche i salesiani.

La storia dell’evangelizzazione è lunga e tortuosa. Risale al frate francescano Giovanni di Pian del Carpine che venne inviato nel 1245 da papa Innocenzo IV in Mongolia per portare due bolle papali al Gran Khan. La sua “Historia Mongolorum quos nos Tartaros appellamus”, rimane paradigmatica per la comprensione del periodo. Da allora numerose furono le conversioni (nel 1300, ai tempi di Marco Polo i cattolici erano circa 6000). Le comunità cristiane continuarono a fiorire fino all’avvento del comunismo. La violentissima persecuzione rossa cancellò ogni tradizione religiosa. Dopo il crollo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si dovette ricominciare da capo. Fu la congregazione del Cuore Immacolato di Maria a rimettere piede per prima nella “Terra dei cieli azzurri”.

TRE PRESENZE

I salesiani in Mongolia sono 10, divisi in tre presenza decisamente significative. Nella capitale Ulaan Bataar l’attività più in vista e più ben vista dalle autorità e dalla popolazione è la scuola professionale. Essa raccoglie non i ragazzi “normali” ma i drop out, quelli che per mille motivi hanno abbandonato la scuola: le difficoltà del vivere sono tante, troppe, e i 100 ragazzi e ragazze che sono riusciti a iscriversi alla scuola dei padri salesiani stanno come in paradiso. Alcuni riescono a riprendere e terminare il ciclo scolastico e a imparare un mestiere. Nessuno di loro è cattolico e la più grande difficoltà è proprio quella di insegnare i rudimenti della fede, perché non ne hanno mai sentito parlare. Molti non hanno nemmeno idea di chi sia Dio, eppure vanno tutti volentieri alle funzioni di chiesa, ascoltano con attenzione le preghiere, assistono alla messa e ne sono contenti: sono cose totalmente nuove e affascinanti per loro. Ad Amlang, quartiere periferico della capitale, i salesiani hanno organizzato un centro di recupero per i ragazzi di strada, piaga della città, con un programma che prevede il reinserimento totale nella vita sociale e familiare. Gli ospiti sono un centinaio, perché di più non se ne possono prendere. Poi c’è Darkhan, la seconda città della Mongolia, ma non arriva a centomila abitanti. È un centro per l’evangelizzazione, una vera e propria missione, dove i figli di Don Bosco gestiscono una parrocchia di 15 cattolici (!), la più piccola della Chiesa, crediamo. Eppure la loro chiesa si riempie tutte le domeniche e le feste. I mongoli amano le cerimonie religiose a dispetto di 70 anni di blocco totale di Dio, paralizzato dalla falce e martello della rivoluzione sovietica. Ma un nuovo seme è stato gettato nell’arida tundra dei tartari. E’ un seme buono: perché mai non dovrebbe attecchire? Del resto se in tutta la nazione ci sono più o meno 300 cattolici, vuol dire che la parrocchia di Darkhan con i suoi 15 fedeli ne amministra il 5%.