FMA
di Graziella Curti
Dalle macerie del Libano può nascere ancora il fiore della speranza?
Figlie di Maria Ausiliatrice e Salesiani, che hanno vissuto in pieno la tragedia della guerra e hanno visto da vicino la disperazione dei profughi accogliendoli nelle proprie case, stanno lavorando per la ricostruzione. Soprattutto per ricominciare, con l’alfabeto della pace, la strada dell’educazione alla convivenza tra le diversità.
Nella valle della Bekaa ai confini con Israele, dove si nascondono gli
Hezbollah, c’è una grande scuola delle FMA che accoglie una popolazione di
circa 800 alunni, dai bimbi fino agli adolescenti. Nonostante la
maggioranza della gente sia musulmana, le suore animano un oratorio centro
giovanile molto numeroso e fanno incontri di catechesi per giovani e adulti. Da
anni, in questi luoghi dove la notte è carica di stelle, regnava la pace.
Quando è scoppiata la guerra, essendo la zona tutta shiita, è iniziato
il terrore. Sembrava che i bombardamenti fossero in casa e non era possibile,
per tutta la notte, chiudere occhio. E non solo qui le suore sono state
testimoni del disastro. Dalla postazione di Kahale, in un’altra casa salesiana
sovrastante l’aeroporto di Beirut, lo spettacolo è stato ancora peggiore:
edifici distrutti, ponti fatti saltare, la visione di una città dei morti. Lo
stesso è stato per i salesiani che hanno aperto le porte delle loro case ai
profughi.
Dalle cronache di quei giorni, inviate da FMA e SDB attraverso la posta elettronica, il panorama appare più circostanziato di quello trasmesso dalle immagini televisive. «Nessuna telecamera filmerà mai le tante persone oppresse dalla paura – scrivevano –. Si parla di seicento milioni di dollari di perdite per il bilancio dello Stato (e le perdite personali e delle famiglie chi le calcola? Normalmente non vengono risarcite), l’80% degli alberghi svuotati, 100 mila persone scappate verso la Siria, 460 cittadini occidentali evacuati, decine di infrastrutture civili distrutte, centinaia di morti e feriti, migliaia di sfollati. Per gli spettatori la guerra è solo un cumulo di cifre e di statistiche, ma per noi che ci viviamo dentro, il linguaggio ha una portata diversa, concreta, palpabile: le vittime hanno i volti di amici e di familiari, i ruderi sono sinonimi di anni di paralisi economica, e i danni significano lunghe giornate senza acqua, notti interminabili senza elettricità, e parenti cari che non rivedremo forse mai più. L’immagine degli undici bambini bruciati vivi nell’autobus che provava a fuggire dal villaggio di Merwa-henn ci ossessiona». E successivamente: «Nella notte sono ripresi sia i raid aerei israeliani sia il lancio di razzi da parte degli Hezbollah sul territorio israeliano».
La guerra è comunque disastrosa, vista da tutte e due le parti. Non ci si può schierare a difesa di nessuno, perché tutti risultano vinti dal conflitto e dalle sue conseguenze. Don Dany El Hayek scriveva dalla casa Don Bosco di El Housson, zona di montagna della provincia i Jbeil (Byblos): «Dall’inizio del bombardamento, accogliamo i profughi. Attualmente ospitiamo 50 famiglie, 130 persone, tra cui tanti bambini, varie donne anziane e alcune in gravidanza avanzata, oltre ad alcuni uomini che seguono delle cure per il cuore. Molti sono arrivati con problemi psichici a causa dello shock che hanno vissuto. Lo Stato sta cercando di organizzarsi, ma si è mostrato incapace di poter gestire una situazione disastrosa e di tale portata». Nel finale del messaggio, già aleggiava un piccolo vento di speranza. I figli di Don Bosco non si arrendevano e con i ragazzi continuavano a operare in modo costruttivo: «I nostri animatori sono 40 – informavano – e si sono organizzati in fretta in un’opera che potremmo dire proprio umanitaria».
Suor Lina Abou Naoum ci scrive ancora dal Libano per raccontarci questo periodo senza guerra. «Questo mese è stato molto carico di lavoro. Nei 33 giorni di guerra eravamo come paralizzate, non riuscivamo neanche a leggere un libro o a lavorare e abbiamo impiegato almeno 3 settimane in attesa di sapere se la vita poteva ricominciare normalmente. Ora la scuola è incominciata. Certamente in ritardo sul calendario normale, a causa del lavoro di ricostruzione in tutto il Libano: classi, strade, ponti distrutti. Il Paese rinasce con difficoltà e tutti risentono della fatica di cominciare da capo. Per organizzare ogni cosa al meglio, tutta la mattinata sono con le insegnanti e il pomeriggio accolgo i genitori dei nostri alunni in direzione. Lavorerei giorno e notte senza interruzione pur di vedere la scuola funzionare, perché questo dà la sensazione che la guerra non ricomincerà. Che cosa facciamo concretamente? Siamo da sempre una presenza cristiana in mezzo a una marea di musulmani sciiti.
Su 757 allievi nella scuola Don Bosco elementare, solo 50 sono cristiani e su 90 allievi della scuola media Marie Dominique solo 12. Quindi, siamo una minoranza ma la nostra presenza continua a essere più che significativa, perché il dialogo aperto con chi è di un’altra appartenenza politica, culturale e religiosa contribuisce sempre a far crescere in umanità, in apertura e nella tolleranza reciproca. Per il nuovo anno scolastico abbiamo delineato a grandi linee il progetto che punterà su:
- Vivere la pace diversamente
- Combattere la violenza
- Il risveglio dell’arte come mezzo per far rinascere immagini e sentimenti positivi nei cuori degli alunni. Un gruppo di maestre ha insistito per disegnare un aereo nelle proprie classi, sottolineando che è un mezzo di trasporto per viaggiare e scoprire il mondo, perché vogliono cancellare dalla mente degli alunni la paura degli aerei che hanno distrutto il Libano. Si sente davvero il bisogno di ricominciare». C’è dunque speranza. Lo dicono convinti sorelle e fratelli salesiani. Sperano in Maria, la Signora del Libano e lo sognano risentendo le parole di Isaia: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria. Li benedirà il Signore. Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» ( Is 19,23-25).