COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
I genitori sono per i figli quello che il muro è per l’edera. Senza muro l’edera sarebbe solo una creatura strisciante. Quello di incolpare di debolezza educativa la famiglia è quasi uno sport nazionale. E’ come dire: non c’è più alcun muro…
Siamo reduci da una società dotata di codici relativamente definiti in cui era
facile esercitare l’autorità. Nella società occidentale odierna, che ha
segnato il trionfo dell'individualismo e del relativismo in campo
educativo, i genitori si ritrovano abbandonati a se stessi e a dover affrontare
bambini, e soprattutto adolescenti, che almeno in apparenza reclamano
spontaneamente la soppressione di tutti i divieti. Per una riflessione
efficace, è sempre utile distinguere tre tipi di autorità: l'autorità formale,
l'autorità morale, l'autorità affettiva.
L'autorità formale è la più spontanea. È quella che prescrive divieti e permessi: non si supera quando c'è la striscia continua, perché è vietato, ma si può superare quando la striscia è discontinua; non si sta fuori di casa senza permesso; non si risponde in modo maleducato alla nonna; non si mangia con le mani sporche… Se è importante spiegare ogni volta al bambino perché una cosa è vietata, bisogna comunque riconoscere che l'autorità formale presuppone una certa dose di arbitrarietà. Spesso è proprio contro questo carattere arbitrario che il ragazzo protesta, e proprio per tale ragione questa forma di autorità richiede ancora più delle altre due il totale accordo dei genitori. Alcuni genitori trovano allettante l’orientamento autoritario. La punizione sembra essere un metodo disciplinare efficace. Di solito pone fine al comportamento sbagliato e crea un sistema di controllo manifesto. Il problema è che i risultati a lungo termine sono nocivi: ribellione, disonestà, scarsa autostima ed estrema resistenza. I figli apprendono l'esistenza di un controllo esteriore anziché un senso interiore di responsabilità personale. Imparano a mentire. Imparano che un'azione non è sbagliata se nessuno ti scopre. Il genitore autoritario deve sanzionare le mancanze infliggendo qualche forma di dolore, sospendendo le concessioni oppure obbligando il figlio a sobbarcarsi ulteriori lavoretti domestici. Tutto questo rende pesante l’atmosfera familiare.
L'autorità morale è la più difficile. Si fonda sull'interiorizzazione da parte dei figli di ciò che per i genitori è bene o male, buono o cattivo, giusto o sbagliato. I genitori si adoperano soprattutto per la costruzione della coscienza dei figli. Ovviamente un bambino, e ancora di più un adolescente, sarà molto sensibile alle eventuali contraddizioni dei genitori o dell’intera società. In questi casi non mancherà di pensare, e poi di dire: «Mi chiedi di fare così, ma tu non lo fai!» o «Tu dici così, ma il papà dice il contrario» oppure «Ma non c’è più nessuno così retrogrado». La difficoltà più rilevante di questo tipo di autorità è costituita dal fatto che i ragazzi si trovano oggi in un mondo in cui gli adulti non sono certi delle loro convinzioni. I nostri figli sarebbero più sicuri dei loro valori se noi fossimo più sicuri dei nostri.
L'autorità affettivaè quella basata sull'amore per il proprio figlio e sul desiderio che egli sia felice e realizzato. Il bambino rispetta e ama i suoi genitori perché lo hanno voluto, lo amano, lo consolano e lo accontentano ogni volta che possono. Per ricambiarli, il bambino è spinto ad accontentarli acconsentendo alle loro richieste (apparecchiare la tavola, per esempio, o impegnarsi nello studio). In generale, l'autorità affettiva, propria della madre come del padre, è un'autorità che incoraggia, in quanto trasmette al bambino la sensazione che agire bene gli faccia a sua volta bene. Questo non significa che i genitori che prediligono questo tipo di autorità non oppongano dei “no” decisi, proprio perché un atteggiamento di rassegnazione, di remissività e di eccessivo lassismo è immediatamente interpretato dai figli come un segnale di indifferenza o di abbandono da parte dei genitori.
Quello affettivo è un metodo democratico fondato sulla libertà entro certi limiti. Secondo la filosofia alla base di questo orientamento, genitori e figli hanno pari valore come esseri umani e hanno entrambi il diritto di essere trattati con dignità e rispetto. In una famiglia democratica, tutti i membri hanno sia il diritto di esprimere pensieri e sentimenti sia il diritto di essere ascoltati. Ciò non significa che i ragazzi possano fare quello che vogliono o che non debbano obbedire ai genitori e rispettarli. Quando gli adulti mantengono il controllo, i ragazzi si sentono al sicuro. Questo tipo di autorità insegna ai ragazzi a sviluppare la ragionevolezza: a essere responsabili delle loro scelte, ad avere autocontrollo e a imparare dalle conseguenze delle loro azioni. Così l’atmosfera familiare è decisamente positiva e serena.
E' quello che esprime Gianni Rodari in un delizioso racconto intitolato proprio «Chi comanda?». Ho domandato a una bambina: «Chi comanda in casa?». Sta zitta e mi guarda. «Su, chi comanda da voi: il babbo o la mamma?». La bambina mi guarda e non risponde. «Dunque, me lo dici? Dimmi chi è il padrone». Di nuovo mi guarda perplessa. «Non sai cosa vuol dire comandare?». Sì che lo sa. «Non sai che cosa vuol dire padrone?». Sì che lo sa. «E allora?». Mi guarda e tace. Mi debbo arrabbiare? O forse è muta, la poverina. Ora poi scappa addirittura di corsa, fino in cima al prato. E di lassù si volta a mostrarmi la lingua e mi grida, ridendo: «Non comanda nessuno, perché ci vogliamo bene».
COME DON BOSCO - il genitore
di Marianna Pacucci
I genitori devono essere credibili, il che non significa che devono avere tutte le risposte, ma devono essere capaci di proporre valori inediti e regole controcorrente.
In un’epoca in cui è difficile dare credito a chicchessia (perfino al Padreterno), perché un ragazzo dovrebbe fidarsi dei propri genitori, che sono comuni mortali e forse anche molto fragili, almeno quando devono far fronte a un compito così impegnativo, qual è quello di educare? Certamente non possono bastare i legami di sangue: troppe volte accade che proprio in questo ambito della vita affettiva si corrano gravi pericoli o, quanto meno, che si accumulino cocenti delusioni. E nei vari rapporti formativi sperimentati quotidianamente i ragazzi verificano spesso una crisi radicale dell’autorevolezza o preferiscono fare a meno di figure che, pur significative, tuttavia appaiono talvolta troppo ingombranti nella costruzione di una personalità autonoma. Allora, se questo è il clima culturale e sociale in cui i nostri figli vivono, perché dovrebbero fare proprio nei nostri confronti un investimento di fiducia che, inevitabilmente, è impegnativo?
Che ci piaccia o no, dobbiamo preoccuparci di offrire alle nuove generazioni i criteri che rendono possibile e opportuno il confronto con l’autorità dei genitori, prima ancora di fare attenzione alle cose concrete che devono incontrare la loro considerazione e, magari, la loro obbedienza. Si tratta di condividere un cammino lungo e laborioso, nel quale i giovanissimi vengano contagiati, innanzitutto, dall’idea che vale sempre e comunque la pena di cercare la verità della propria esistenza insieme a una guida un po’ più esperta: la solitudine è ben altra cosa dell’indipendenza e rende molto più faticosa e incerta qualsiasi scelta e azione. E se a prima vista può apparire complicato discernere a chi affidare questo ruolo, ci si accorge ben presto che le persone più straordinarie sono quelle comuni, che hanno come unico merito di essere parte integrante della vita quotidiana: il fatto di esserci e di essere disponibili a porsi accanto nelle diverse situazioni della crescita, è già, per un genitore, un fattore importante di autorevolezza. È inevitabile che i padri e le madri esprimano la propria presenza in modo imperfetto: ma anche questa, a ben vedere, è una buona certificazione di qualità. Un genitore che ha in tasca tutte le risposte per le domande dei figli e tutte le soluzioni per i loro problemi, finirebbe con l’essere un grande ostacolo per chi deve guadagnare la propria autostima e sa che dovrà procedere per tentativi ed errori nel cammino verso la maturità. Perfino un genitore un po’ latitante può avere diritto a essere riconosciuto come una persona credibile: soprattutto se la sua assenza (specialmente quando è motivata da serie ragioni familiari, professionali, sociali) costituisce comunque per tutti un’occasione di nostalgia e di attesa.
Queste considerazioni – se possono sembrare un po’ amare – in definitiva abilitano i ragazzi a un rapporto educativo concreto, realista; li spingono a costruire una reciprocità all’interno di una relazione che comunque è asimmetrica e ad adottare un minimo di flessibilità, che facilita il progressivo decentramento da sé, indispensabile per diventare grandi. Il test più importante, però, credo sia quello di sperimentare, nel dialogo familiare, una costante capacità di dissonanza critica. Il genitore che si mostra capace di proporre ai figli valori inediti e regole controcorrente è, a ben vedere, un investimento sicuro: aiuta i giovani a respingere i tentativi di omologazione avanzati dal gruppo dei pari e dal contesto sociale; li spinge a valutare quanto sia più importante salvaguardare la fedeltà a se stessi piuttosto che l’adattamento alle mode del momento; li prepara a essere forti quando arriverà il tempo delle scelte impegnative e ci si dovrà misurare con un’etica che non può assolutamente essere riassorbita né nelle spire della soggettività individuale, né nella palude della morale collettiva. Quando Alessandra e Claudio erano più piccoli, ci rimproveravano questo essere un po’ fuori dalla realtà e dai suoi meccanismi (e qualche volta, per ridurre la conflittualità domestica, decidevamo di aggirare le loro proteste facendo gioco di squadra con gli altri genitori e fissando regole comuni sui loro diritti sindacali, soprattutto quelli legati al tempo libero); crescendo, però, si sono resi conto che questo nostro modo di fare era invece fondamentale, soprattutto nell’ambito di un’educazione cristiana, che chiede di maturare un sapiente equilibrio fra l’essere nel mondo senza tuttavia appartenervi del tutto. Da parte nostra, ci siamo confermati che un pizzico di gratitudine sulle cose fondamentali conta di più che cento scaramucce sui dettagli della vita quotidiana.