ARTE SACRA:CROCEFISSI
di Filippo Manoni filippo652@interfree.it
L’artista, nato a Barba (Pistoia) nel 1911, Inizia la sua carriera artistica nel settore dellaceramica ad Albisola. La sua attività espositiva inizia negli anni ‘40. Muore nel 1998.
Lo strumento per il compositore, carta e penna per il poeta, la tavolozza per il pittore, il blocco di materia per lo scultore: l’arte si serve dell’uomo per estrinsecarsi, l’uomo si serve dell’arte per rivelare se stesso, indagare la materia, analizzarla, sviscerarla, sezionarla finché sveli la sua natura intima, le sue capacità espressive, le sue potenzialità nascoste. Spesso la produzione artistica manifesta i caratteri più reconditi degli autori, le loro passioni, i loro sogni… Insomma dietro a immagini, suoni, metriche o sculture si nasconde non di rado la vera storia dell’artista. E’ ciò che capita per Agenore Fabbri.
Ha praticamente vissuto l’intero arco del XX secolo. L’immane tragedia delle guerre mondiali ha indelebilmente segnato il suo percorso artistico. Egli si è totalmente tuffato nell’indagine della materia, sezionandola, scomponendola, sviscerandola in ogni suo minimo aspetto, come se di essa volesse esplorare le più nascoste potenzialità espressive per trasferirle alla persona umana. Cominciò con la ceramica, poi passò al legno e quindi al bronzo. La materia diventa la superficie ideale per dare libero sfogo a immagini di dolore e di inquietudine, causate dallo squasso morale del mondo contemporaneo.
Colpisce l’irrazionalità di sapore arcaico con cui lavora la materia, che ha introdotto anche nella rappresentazione del soggetto sacro, ove per altro ha raggiunto quote di drammaticità tali da permettere a due opere di entrare a far parte della Collezione Vaticana d’Arte Religiosa Moderna (la terracotta Incontro del 1952 e il bronzo Fructus ventris tui del 1969).
Nel Crocefisso che presentiamo, del 1968, la scelta della formella di bronzo ha implicato l’omissione voluta della croce: la scena, composta dal Cristo, da Maria, prostrata iuxta crucem e dal centurione che trafigge non il costato, ma il cuore del condannato, ispira una drammaticità inesorabile e spietata, un dolore indicibile che sembra uscire non solo dall’espressione dei volti ma anche dalla stessa materia trattata come fosse parlante anzi urlante. Un capolavoro che mostra al mondo la fatica della redenzione, il peso drammatico del male che tenta di spaccare il cuore del Cristo.