CHIESA
di Silvano Stracca
IL TEMPO DELLE RIFORME : RIPENSAMENTO SULLE RADICI?
“In questo tempo c’è il tentativo di escludere Dio da ogni ambito della vita. Sta a noi cristiani mostrare che l’esclusione della religione dalla vita sociale mina le basi della convivenza umana”. Benedetto XVI
Una nuvola nera si addensa sull’Europa alla vigilia dell’evento politico certamente più atteso dell’anno. Il vertice straordinario di Berlino dei capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione, ormai allargata dal mare del Nord al mar Nero. Momento cruciale del summit sarà l’approvazione di un’impegnativa Dichiarazione il 25 di questo mese, nel giorno esatto del cinquantenario del Trattato delle origini (Roma, 1957). Un documento programmatico che intende portare l’UE al di fuori dell’impasse, seguita alla bocciatura franco-olandese della Costituzione. E dare il via al cammino delle riforme, che dovrebbe concludersi con il varo entro il 2009 - anno delle elezioni europee – della nuova carta costituzionale.
SCETTICISMO...
La nuvola nera che si aggira per il continente è il sempre maggiore scetticismo di vasti strati dell’opinione pubblica sul futuro dell’Unione. “Euroscetticismo” neppure un po’ scalfito dall’ambizioso progetto di rilancio della presidenza di turno tedesca. “Insieme rifondiamo l’Europa per il XXI secolo” è il motto, pieno di speranza, di una Germania che ambisce tornare a essere la locomotiva della UE. Speranze e ambizioni che rischiano tuttavia di essere disattese proprio nella stessa “Land der ideen”, la terra delle idee. Secondo il governo di Berlino, per la nuova Germania unita passa l’avvenire della nuova Europa unita. Ma, stando all’ultimo Eurobarometro, l’istituto di ricerche della Commissione europea, meno della metà dei tedeschi vuole che l’Unione accresca il proprio ruolo negli anni a venire. Non sarà facile per la leadership tedesca ridestare l’entusiasmo dei partner di cordata. Tanto più che gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in circuito molti interrogativi che l’Europa sinora ha preferito evitare. Il primo investe il problema democratico in un ordinamento sovrastatuale. Quanto valgono i 18 “sì” alla Costituzione di fronte a due soli “no” e ai 7 ritardi nel pronunciarsi? Valgono zero perché ci vuole l’unanimità? Ma in quei 18 non è compresa la grande maggioranza dell’UE con i due terzi dei paesi firmatari e oltre 275 milioni di cittadini? Altre domande fondamentali si impongono. Come governare la grande Unione dei nazionalismi dilaganti in politica come in economia? Può la stessa Unione ridursi a materasso di tutte le frustrazioni e recriminazioni, di tutti i complessi d’inferiorità o di superiorità dei suoi membri? E come può sopravvivere a lungo all’impotenza indotta dalle divisioni interne?
... E SCONTENTO
Alle difficoltà politiche s’accompagna il profondo scontento sociale. Soprattutto nei grandi Paesi Fondatori: Francia, Italia e Germania dove, dal 1981 al 2004, la percentuale dei favorevoli all’appartenenza all’Unione è scesa dal 59 al 45 per cento. Le vere ragioni del rifiuto vanno ricercate nell’incapacità delle istituzioni comunitarie di far fronte alle sfide che maggiormente preoccupano le società europee. Gli effetti negativi della globalizzazione. La disoccupazione a livelli allarmanti. La crescita economica al palo. La delocalizzazione delle imprese, che significa perdita di posti di lavoro ogni volta che una fabbrica decide di chiudere i battenti e trasferirsi in Romania o in Cina. E, infine, l’immigrazione illegale percepita sempre più come una minaccia alla sicurezza.
Il panorama politico-sociale descritto sembrerebbe rendere assai difficile il progetto di riforme condivise. Il primo capitolo da affrontare è quello della Costituzione incagliata dal 2005. Tutti riconoscono che servono strumenti istituzionali sopranazionali per far funzionare l’UE. Le posizioni però divergono su eventuali mutamenti da apportare alla carta bocciata. C’è chi, come i due paesi del no, la considera solo come cosa morta e sepolta. Altri (inglesi, polacchi, ecc.) come cosa di cui è ormai inutile discutere in parlamento. Mentre la Finlandia l’ha appena ratificata, come cosa viva e vitale. Divergenti anche i pareri su che cosa scrivere in un nuovo trattato. La Francia, ad esempio, penserebbe a un testo di principi generali o poco più. L’Italia, invece, a un 'trattato essenziale”, sfrondato da tante complicazioni e procedure, ma che vada diritto al cuore degli obiettivi dell’Unione e del suo funzionamento.C’è spazio anche per un ripensamento sulle omissioni delle radici cristiane?
TOTALITARISMO DEMOCRATICO?
La Bundskanzlerin, Angela Merkel, cristiano riformata, all’inizio del suo semestre di presidenza, non aveva escluso la possibilità di un apprezzabile riferimento almeno in una sorta di preambolo alla carta. Ma subito è incominciato il fuoco di sbarramento. In nome della ragione laica che, sola, giustifica lo stato liberale e la democrazia, prescindendo da qualunque fondamento esterno morale o religioso. “Fra relativismi e laicismi spinti”, ha osservato amaramente l’ex presidente del Senato italiano, Marcello Pera, non credente, “oggi in Europa viviamo in una sorta di ‘totalitarismo democratico’, per usare un’espressione paradossale ma adeguata alla situazione. Totalitarismo, perché è un pensiero unico e dominante; democratico, perché passa attraverso i voti dei parlamenti”. Forse, a certi laicisti europei andrebbe ricordata la convinta asserzione di un altro laico, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla necessità del riconoscimento da dare alla dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. In visita ufficiale a Benedetto XVI, lo scorso novembre, il capo dello stato italiano ha declinato la sua concezione di unità per il continente, esprimendo ansia per un’Europa che sappia parlare “con una sola voce e riconoscendosi in grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del cristianesimo”. E ha completato il proprio pensiero con l’affermazione forte dell’esigenza pressante ed essenziale di preservare quel “fondamento etico”, senza il quale l’azione politica perde anima, serenità ed efficacia. “La libertà che la Chiesa e i cristiani rivendicano – ha assicurato il Papa a Napolitano guardando alla casa comune europea – non pregiudica gli interessi dello Stato o di altri gruppi sociali e non mira a una supremazia autoritaria su di essi, ma è la condizione affinché si possa espletare il servizio che la Chiesa offre a ogni paese. Tale servizio si esprime anche nei riguardi dell’ambito civile e politico. Se, infatti, per sua natura e missione la Chiesa non è e non intende essere un agente politico, tuttavia essa ha un interesse profondo per il bene della comunità politica”.(5- continua)