CASA NOSTRA
di Natale Maffioli
Morto Don Bosco il 31 gennaio 1888, il successore, don Michele Rua, diede vita a
un progetto finalizzato all’arricchimento decorativo della chiesa
dell’Ausiliatrice; l’intervento doveva glorificare il fondatore e testimoniare
il suo attaccamento a Maria invocata con il titolo di Ausiliatrice.
All’inizio vi fu un voto formulato da don Rua all’indomani della morte di Don Bosco: se si fosse ottenuto il permesso di tumulare la salma a Valdocco oppure nel collegio salesiano di Torino-Valsalice, avrebbe fatto decorare l’intradosso della grande cupola della chiesa dell’Ausiliatrice. Grazie all’intervento del primo ministro Francesco Crispi, aiutato da Don Bosco durante il suo esilio piemontese, si ottenne il consenso a inumare il corpo a Valsalice. E don Rua mantenne la promessa: i lavori iniziarono già nel 1889.
Al pittore Giuseppe Rollini (1842-1904), già allievo dell’Oratorio, fu affidata l’esecuzione del dipinto della cupola che doveva raccontare i trionfi dell’Ausiliatrice e le imprese di Don Bosco, dei salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. A questo si aggiunse l’affresco sulla volta della navata centrale raffigurante la glorificazione di san Francesco di Sales. Si abbellirono le pareti, sostituendo le vecchie lesene in cemento con nuovi elementi in scagliola marmorizzata, impreziositi da candelabri in stucco; si trasformò l’altare di san Giuseppe e si approntò, nel luogo dell’altare dei SS. Cuori di Gesù e di Maria (la pala di quest’ultimo fu destinata al collegio salesiano di Caserta), un nuovo altare dedicato a san Francesco di Sales; si coinvolsero artisti e artigiani di fama per approntare un ambiente degno della Madonna di Don Bosco. Le attenzioni più sollecite furono rivolte all’altare maggiore. Si decise di ricostruire la grande ancona, creando una nuova cornice al quadro del Lorenzone. I progetti furono affidati all’architetto Crescentino Caselli (1849-1933), allievo di Alessandro Antonelli (quello della Mole Antonelliana). Tra i suoi numerosi progetti figurano imprese di modesta portata, come il rialzamento del campanile della chiesa dei santi Carlo e Anna di Castellazzo Bormida (AL), o i progetti per la parrocchiale di Campagna Monferrato, o i disegni per la costruzione del campanile della chiesa dei santi Marziano e Martino di Mede (PV); ma anche imprese di grande respiro, come i progetti per l’Ospedale di Carità di Torino (denominato Poveri Vecchi) del 1886, e i disegni per il palazzo Comunale di Cagliari realizzati nel 1899 con Annibale Rigotti. Nel 1906 progettò l’anfiteatro della clinica di chirurgia dell’università di Pisa e scrisse pure un saggio: Cenni sulla vita e sulle fabbriche dell’architetto Alessandro Antonelli, pubblicato a Torino nel 1889 sulle pagine della rivista “L’ingegneria Civile e le Arti Industriali”.
Nel
complesso creato dal Caselli, il dipinto dell’Ausiliatrice poggiava su un alto
basamento formato da una galleria di archetti marmorei; due plinti laterali,
decorati con tondi di bronzo con le effigi di alcuni santi, sorreggevano due
coppie di colonne binate in breccia africana (un marmo prezioso); una seconda
cornice sosteneva due coppie di pilastri scanalati; un timpano coronato da
angeli in stucco completava il complesso. I cartoni per la decorazione musiva
del timpano e dei due triangoli di risulta sopra la centina del dipinto furono
affidati al pittore Enrico Reffo (1831-1917) che propose un Eterno Padre
e due angeli festanti. Le sculture da mettere tra le due coppie di colonne
furono commissionate a Giacomo Ginotti (1845-1897). Costui aveva
studiato all’Accademia Albertina di Torino, dove trovò personalità di spicco
come Vincenzo Vela e Tabacchi. Si trasferì quindi a Roma per perfezionarsi.
Tornato a Torino, produsse monumenti di grande impegno. Deve la sua fama a una
singolare scultura, “La schiava”, più volte replicata, che gli valse la nomina
a Cavaliere della Corona. Altre sue opere, premiate in esposizioni
internazionali, gli valsero la reputazione di grande artista. Nel 1892 i
salesiani gli affidarono l’esecuzione delle statue di san Vincenzo de’ Paoli, e
di san Filippo Neri per l’ancona, da collocare tra le due colonne. L’artista
preparò i modelli in gesso che furono pubblicati sul Bollettino Salesiano
dell’agosto 1892. Nell’articolo si accennava che il marmo necessario era stato
donato da un certo Binelli di Leopoldi di Carrara. Le due opere furono
realizzate di getto e, come è tipico degli studi preparatori, evidenziano il
rapprendersi di un’idea, di una intuizione, per questo presentano una
immediatezza e una spontaneità di forme che, spesso, si smarriscono nell’opera
realizzata. Sono un capolavoro di spontaneità: il san Vincenzo, il santo della
carità, tutto raccolto in preghiera, simbolo della contemplazione che porta
all’azione a favore dei poveri; San Filippo, fondatore degli oratori nella Roma
del tardo Cinquecento con l’espressione del volto e le mani al petto, sembra
dire: “Vi offro il mio cuore”, una parafrasi di quanto diceva Don Bosco: “Basta
che siate giovani perché io vi voglia bene”. Le vesti ricche di pieghe sono un
espediente dell’arte per dare consistenza e movimento alle figure.
Mentre si attendeva la realizzazione dei lavori del Ginotti, fra le due colonne furono collocate due immagini “eseguite solo a modo decorativo nel termine di soli tre giorni, tanto da occupare i due vani”, ma l’opera provvisoria divenne definitiva. Forse la mancanza di fondi fece naufragare l’impresa; sta di fatto che le due sculture in marmo non furono mai eseguite. Un’opportunità mancata. Ginotti fu comunque remunerato per il suo lavoro e i due modelli finirono in qualche deposito di Valdocco. Nove anni dopo, in occasione dell’inaugurazione della chiesa annessa al collegio di Valsalice, progettata dal salesiano don Vespignani, i due gessi del Ginotti fecero la loro comparsa a coronamento dell’altare maggiore. La descrizione della chiesa che ne diede il Bollettino Salesiano del maggio 1901 diceva: “Aggiungono grazia e decoro allo splendido altare due grandi statue, S. Vincenzo de’ Paoli e S. Filippo, delle quali una in curnu Evangelij, l’altra in cornu epistolae, già modellate dal Ginotti”. Ancor oggi le due sculture, delle quali si era persa memoria dell’origine, ornano l’altare della chiesa di Valsalice e recano sulla base, oltre al nome del santo raffigurato, la scritta “I salesiani di Londra”. Ritengo che la scritta sia dovuta al fatto che la chiesa, benedetta il 12 aprile 1901 e inaugurata il 14, era stata edificata come omaggio internazionale all’opera di Don Bosco. Si spiega così l’intervento dei salesiani londinesi che hanno partecipato all’impresa offrendo il valore delle due sculture.