MISSIONI

di Vincenzo Donati

Ancora Darfur, sempre Darfur. La vergogna di questa terribile ingiustizia inquieta le coscienze.

UNA FILA LUNGA 4000 RAGAZZI

Chi pensa che la tragedia del Darfur sia finita, o è un ingenuo o un disinformato. Non solo continua ma, se possibile, s’ingrandisce. Al contrario delle organizzazioni umanitarie che si sfoltiscono. Chi ci rimette sono, come sempre, i ragazzi.

 

La scelta dei candidati per imparare un mestiereA Nyala, la capitale del Darfur, ci sono circa 200 organizzazioni umanitarie. Il loro campo di attività va restringendosi gradualmente per le limitazioni imposte dal Governo. La gente però – e parlo della gente di qui, degli sfortunati abitanti del Darfur – conosce, e bene, solo un’organizzazione, che in realtà non esiste su nessun elenco ufficiale e nemmeno su elenchi privati, ma che si fa viva puntualmente ogni anno per prelevare centinaia di ragazzi, togliendoli dalla fame e dalla violenza e portarli nel Centro Tecnico Don Bosco di El-Obeid dove, curati, aiutati, ma soprattutto amati, possono frequentare un corso di apprendistato tecnico. Il nome è ormai conosciuto in tutti i campi di rifugiati interni. “Solo Don Bosco pensa ai nostri giovani”, ha esclamato un anziano sceicco  musulmano. Nel 2006 erano più di quattromila pronti a partire per essere ospitati al Don Bosco. Potremo salvarli dal genocidio in atto? Ecco la grande sfida. La risposta è difficile, ma la volontà di farlo è… di ferro! Pazzesco? No, no, no! Per Don Bosco è solo un miracolo della carità. Dovremo rinunciare ad altre iniziative, privarci magari di appoggi, vivere nella precarietà, e talvolta anche nella paura perché non a tutti piace ciò che facciamo, e perché i miracoli danno fastidio,  ma la vita di questi giovani va salvata. A ogni costo.

 

QUALCHE RICORDO

 

I roventi giorni dell’agosto 2006 stavano sgocciolando verso la fine, ma di ragazzi in arrivo dal Darfur neppure l’ombra. Sembrava un black-out completo: niete ragazzi, niente accompagnatori, niente notizie. Avevo inviato a Nyala  una persona molto in gamba: un giovane aitante e di bell’aspetto. Era un fervente musulmano mio grande amico. Aveva il compito di radunare i 150 ragazzi che gli sceicchi delle tribù locali avevano messo in lista per venire a El-Obeid, capitale del Kordofan, distante circa 400 chilometri da Nyala, capitale del Darfur. Wajd, questo il nome del giovane, avrebbe dovuto radunare la comitiva  e accompagnarla a El-Obeid, per l’anno di apprendistato tecnico. Era la terza volta che si compiva l’operazione. Dopo il primo gruppo di 60, il secondo di 150, toccava al terzo composto di altri 150 giovani. Non tutto era filato via liscio: il viaggio era sempre stato un problema serio, anzi quasi un incubo. I ragazzi prescelti dovevano passare intere giornate (e nottate) presso la stazione ferroviaria, dato che la partenza del treno era un vero rebus: qui i ritardi non sono di un’ora o due come in Italia, ma di giorni. Inoltre il treno si fermava a capriccio del conducente, senza regole precise. In effetti al primo gruppo di 60 ragazzi toccò la brutta sorte di sentirsi dire, a metà strada: “Da qui il treno non va più avanti. Scendere!”. Ricordo quando questi ragazzi del primo gruppo arrivarono stipati in tre camionette, dopo sei giorni di viaggio.

 

DEJÀ VU

 

La cosa era pressappoco accaduta così anche l’anno scorso, con il secondo gruppo di 150. Quest’anno, ahimè, la ferrovia non era in funzione. Così mi ero intestardito a farli venire in aereo: avrei risolto tutto in breve tempo. In effetti, grossi Antonov russi ogni giorno partono dall’aeroporto di El-Obeid con il loro carico di cibo giornaliero destinato ai  campi-profughi e ritornano vuoti alla base. Perché dunque non caricare i nostri ragazzi?  Ho ancora nel mio “notes” una pagina fitta fitta di numeri telefonici: “Padre, la cosa è possibile. Si metta in comunicazione con l’Unicef, ecco il numero di telefono” “No padre, lei si sbaglia! Si rivolga al World Food Programme…” “Sì, noi siamo del World Food Programme ma lei deve rivolgersi alla sezione logistica. Ecco che le do il numero di telefono…” “Volentieri padre, ma prima contatti l’Unamis…” “Questo è sì l’ufficio dell’Unamis, ma lei deve rivolgersi direttamente all’ufficio centrale…” La burocrazia è la rovina del mondo. Soprattutto del mondo della carità. Confesso che più di una volta sono stato assalito e fortemente tentato dalla voglia di mandare a quel paese tutti gli uffici del mondo! E i nostri 150 ragazzi? Come potranno arrivare? Non con l’autobus (non ce ne sono), nemmeno con i camion (dato il pericolo di assalti da parte dei Janjawîd, gruppo di origine e cultura araba e religione islamica, che combattono contro la popolazione indigena, nera e cristiana o animista). E allora?

 

FINALMENTE!

 

Ed ecco che due giorni dopo, alzandomi, presto come al solito, alla mattina, mi colpisce un sordo brusio che proviene dal cortile della scuola. Mi metto in ordine in fretta ed esco. Lo spettacolo che mi si presenta mi fa rimanere a bocca aperta: vedo tanti ragazzi che dormono per terra, altri che parlottano tra loro a bassa voce… Poi percepisco un vocabolo familiare “Baba”, che serpeggia qua e là sulla bocca di quelli che sono già svegli. È la parola con cui i ragazzi chiamano questo giovane missionario di 79 anni! Ho un tuffo al cuore: sono i 150 del Darfur! Una grande soddisfazione m’invade. “Mi conoscono, ripeto a me stesso, mi conoscono per quello che hanno sentito dire di me dai giovani dei gruppi precedenti” Del resto, sento che ormai devo vivere solo più per essi, perché il mio affetto possa lenire le inenarrabili ferite del loro cuore: quasi tutti hanno perso qualche familiare, non pochi anche i genitori. Tutti, poi, hanno perso la loro capanna (incendiata), e il loro bestiame (razziato). Tutti erano sull’orlo del baratro: o morire di fame o di violenza, oppure imbracciare il kalashnikov  e darsi al brigantaggio o al terrorismo. Ma adesso sono qui, al sicuro! Impareranno un mestiere. Potranno vivere la vita normale dei giovani normali. Saranno curati, amati, aiutati. Quale gioia! Mi viene incontro, ancora assonnato, Wajd, il mio braccio destro: “Baba, non sono 150. Sono 180!”. La notizia non mi rattrista: in Africa si può dormire anche per terra e mangiare in quattro in uno stesso piatto: “180? Meglio così!” dico. “Pensi – continua Wajd – che gli sceicchi ne avevano in lista 4000! E che quando sono arrivati i camion, abbiamo dovuto chiamare la polizia, perché tutti volevano salire!”. Questa è la notizia che mi rattrista. Che ne sarà di tutti quei ragazzi rimasti nei campi-profughi, vere prigioni controllate dai feroci Janjawîd? E la gioia si tramuta in pena. La vita missionaria è come una sauna, con getti di acqua calda e di acqua fredda