Lettera ai giovani

VOGLIA DI PAPA'

Mi rivolgo

una volta tanto non a voi cari giovani lettori, ma a mio padre scomparso anni fa in questo stesso mese, per farvi gustare il senso della paternità irrinunciabile e vitale.

Non voglio farvi appassire di dolore.

Il ricordo lo fa vivere.

Non è un giorno di lutto, ma di festa ritornare a lui dopo anni e anni.

Anche oggi sento la sua mano nella mia rimasta piccola.

Da lui ho preso quello che ho.

Da lui ho imparato a credere, a pregare,

a non dire parolacce, a costruire il presepio,

a dimenticare l’ombrello ovunque.

Il mondo attorno a lui non c’è più,

ma l’affetto che lega a lui sì. Non più l’ufficio, ma la dedizione e l’onestà profumano ancora. Non più il suo volto, ma le stigmate del suo sorriso sono facilmente rintracciabili.

Per me è vivo. Due i motivi.

Il primo è ancora davanti a me. Se n’è andato al chiarore della luna come un innamorato. L’amore non scende nella tomba, resta nei cuori. Non è più a quell’indirizzo, ma abita in me.

Il secondo: lo vedo all’orizzonte tra il sole e l’arcobaleno dopo un piovasco. Se allungo una mano, si allontana a sua volta. Per quanto io faccia non lo raggiungerò mai.

Vorrei stare con lui un po’ di tempo per attingere forza ed energia.

Vorrei donargli  quello che sono in grado di offrirgli adesso che sono grande.

Vorrei fargli conoscere il mio mondo, le mie relazioni. Vorrei dirgli cose che non gli ho detto da bambino.

Parlare, come sto facendo, è facile.

Fare quello che ha fatto mio padre è un po’ più difficile: accettare la vita è una grande impresa oggi, ma avere un figlio sacerdote per un padre

è come far fiorire il ciliegio di inverno.

Non è un miracolo, ma poter dire che l’inverno finirà. Io sono la tua primavera.

La figura del padre in questi ultimi decenni ha subito assalti vari: lo si è esautorato, rimpicciolito, esiliato, ridimensionato.

Ne ha risentito la famiglia,

l’indice di orfanità in tutti è cresciuto.

Penso sia giunto il momento di farlo tornare a casa, ridargli il ruolo, rimetterlo a capotavola.

Nella festa del papà

sarebbe ingiusto non ricordarlo.

Per me come allora,

è andarlo a trovare in ufficio,

chiedergli di prendermi in braccio o di caricarmi di traverso sulla bicicletta,

è dargli il bacio della buona notte prima di scomparire sotto le lenzuola,

è mettere la mia mano nella sua,

è dirgli quello che non gli ho mai confidato:

GRAZIE per avermi voluto accanto a te

Ti voglio bene.

Sono diventato grande

e tu rimani il mio papà

Mi abbandono tra le tue robuste braccia.

 

Carlo Terraneo