FMA
di Graziella Curti
Secondo il Rapporto immigrazione 2006, della Caritas, sono quasi 400 mila gli stranieri in Roma. Tra questi, circa 35 mila sono minori. E ottomila, al di sotto dei 14 anni, sono lavoratori.
Di fronte a questi dati, le suore salesiane si sono date da fare per essere in qualche modo vicine a chi ha lasciato la propria terra e si sente solo nell’affrontare la nuova realtà con grossi problemi di integrazione.
Sabato
pomeriggio. Un gruppo di religiose FMA lascia la Casa Madre Ersilia Canta, nei
pressi dell’Aurelia, e raggiunge Trastevere. La meta è la mensa che la Comunità
di Sant’Egidio organizza tre volte la settimana per migliaia di poveri
provenienti da tanti Paesi del mondo e anche dall’Italia. Lì sono molti i
volontari che servono a tavola. In genere, gli ospiti parlano poco. Qualcuno
cerca un amico come vicino e poi si affretta a consumare la cena. È un flusso
continuo. Arrivano soprattutto i giovani. Più uomini che donne. A volte ci si
intende a segni, quando la lingua non serve a comunicare. Le suore regalano
sorrisi, sguardi, attenzione. La scelta di servire a questa mensa e a quella
simile della Caritas è stata fatta insieme, cioè nella comunità
costituita da più di cinquanta religiose, di cui 40 studenti nel biennio di
spiritualità salesiana. Si è riflettuto ed è sembrato un atto di carità
evangelica accostare gli immigrati, a volte gente del proprio paese d’origine,
constatare le difficoltà che incontrano per trovare casa, lavoro, cibo.
«Inoltre – ci si è detto – questo impegno può essere preso anche da persone che
non conoscono bene la lingua italiana. Diventa un’occasione per rendere
concreto lo studio di una spiritualità, che i nostri fondatori ci hanno
trasmesso come stile di vita aperto ai più poveri nel nome del Signore».
Proprio a questo proposito, qualche anno fa, una suora vietnamita, servendo
alla mensa, ha ricevuto una lezione importante, che non scorderà mai. Infatti,
portando a un ospite una porzione di pesce invece della carne, se l’era vista
rifiutare. Ma il vicino era intervenuto prontamente: «Sorella, la dia a me.
Sono povero e non posso scegliere!». Tornando in comunità, la giovane religiosa
aveva detto convinta: «Oggi ho capito il vero senso del voto di povertà».
VITE FRAGILI
Ambulatorio Caritas, aperto tutti i giorni nei pressi di Termini. Tanti sono gli immigrati che vi approdano e molti hanno il problema della lingua. Non riescono a spiegare i sintomi del male, i loro bisogni. Anche qui operano come traduttrici due FMA, suor Regina, che viene da Hong Kong e suor Rosaria, coreana. Entrambe conoscono la lingua cinese. Il loro servizio, due volte la settimana, consiste nel mettere in comunicazione i pazienti con il medico, in un ascolto attento, che spesso deve giungere a indovinare il problema, perché chi arriva per farsi curare, a volte, si esprime in dialetto e non conosce il mandarino o il cantonese. L’aiuto è comunque ricompensato dal poter entrare nelle storie spesso dolorose di uomini e donne spaesati, sofferenti, che non riescono ad avere punti di riferimento validi e che nel semplice contatto linguistico vedono aprirsi una piccola speranza.
Vite fragili, il rapporto Caritas- Zancan ha definito così l’esistenza dei più poveri. E si tratta soprattutto di bambini stranieri, a rischio di esclusione sociale. Per questo le giovani FMA hanno cercato altre opportunità per andare verso i più poveri. Sono giovani che provengono dall’America Latina, dalle Filippine, dalla Polonia. Una decina di sorelle, infatti, raggiungono le parrocchie di S. Lucia e di S. Leone alla Prenestina, in Roma, dove trovano un gran numero di connazionali. Stanno con loro la domenica e fanno la catechesi a quelli che desiderano ricevere i Sacramenti. Oppure, come nel caso dei Filippini, si radunano nelle famiglie per un percorso di spiritualità mariana, realizzano celebrazioni e incontri secondo le tradizioni della loro terra. Anche nella parrocchia S. Lucia, gli immigrati trovano quadri e segni tradizionali, che richiamano la religiosità popolare che hanno vissuto fin dall’infanzia. Si celebrano feste tipiche delle loro culture e si preparano cibi locali. La prossimità con chi è lontano dalla propria casa, dai propri usi e costumi si concretizza pure, seguendo le linee di un’evangelizzazione inculturata, attraverso la valorizzazione di tutti quei segni della pietà popolare che creano l’ambiente amico e familiare per chi spesso si sente solo e sradicato.
PASTORALE DELLA FAMIGLIA
La presenza delle FMA studenti nella colonia polacca di Ladispoli risale a cinque anni fa. Ogni sabato, partono dalla comunità di Casa Madre Ersilia Canta per l’incontro con una settantina di ragazzi/e, dai piccoli della scuola materna agli adolescenti. Divisi in gruppi di età, seguono la catechesi in polacco, con qualche chiarificazione in italiano, quando si rende necessario, avendo i bambini più facilità per la nostra lingua – sono infatti tutti nati nel nostro Paese. Alla messa prefestiva, in polacco, partecipano molti adulti, genitori, familiari. «La caratteristica di questo servizio pastorale – racconta suor Sylwia, decana del gruppo e dottoranda alla Gregoriana – è proprio quella di coinvolgere le famiglie nell’evangelizzazione e di mantenere in loro quei principi religiosi e quella profonda pietà popolare tipica della nostra gente». E aggiunge: «Per questo alla catechesi sono presenti quasi sempre le mamme e a volte anche i papà. Il quaderno attivo è fatto insieme, perché sollecitiamo la collaborazione con domande che impegnano pure i genitori».
Si celebrano le feste insieme, pomeriggi di distensione e gioco; si preparano cibi tipici; si crea quell’ambiente delle origini che permette agli adulti di tornare alle radici della loro cultura e ai piccoli di non perdere il tesoro di una tradizione, che rischierebbe di essere dimenticata. Certamente, nei colloqui con i genitori, in particolare con le mamme, si conoscono i grossi problemi di chi è immigrato e deve fare i conti con il costo della vita, l’affitto della casa, le spese per la scuola dei bambini. A volte tali difficoltà influiscono sulle relazioni familiari. Chi non trova lavoro, o è insoddisfatto dell’occupazione ottenuta, ricorre all’alcool. Non sono pochi i matrimoni che si rompono con sofferenza grande, soprattutto dei piccoli. Di fronte a questi e ad altri problemi, le suore sarebbero tentate di scoraggiamento. È solo una goccia quella che può portare a situazioni gravi in cui verrebbe da dire che spetta alle istituzioni risolverle, ma poi vanno avanti, perché è proprio da piccole cose che può nascere il nuovo e sanno che, comunque, agire è il verbo della speranza