COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
Troppo spesso le minacce fatte ai figli non sono messe in atto. La risolutezza deve essere una dote dei genitori.
“I miei genitori mi hanno detto che se avessi violato il coprifuoco non mi
avrebbero permesso di uscire per un mese. Quando sono tornato tardi, hanno
cominciato a urlare e sbraitare, ma non hanno messo in pratica la minaccia. Oh,
mi hanno chiuso in casa per una o due sere, ma poi se ne sono dimenticati”.Un
figlio impara così che le parole dei genitori non significano nulla.
Essere genitori risoluti significa agire con decisione e coerenza, dire quel che si pensa e pensare quel che si dice. L'incoerenza è diversa dalla flessibilità. Quando i genitori sono flessibili, riescono anche a essere teneri, adattabili e indulgenti. Se sono incoerenti, sono inaffidabili. Quando i genitori impartiscono un ordine senza pretendere che venga eseguito, diventano inattendibili. Spesso gli adulti non si rendono neppure conto di commettere questo sbaglio. È fondamentale che soprattutto gli adolescenti sappiano di poter contare sulle parole dei genitori, quando promettono e quando minacciano. Ciò instaura una relazione basata sulla fiducia e trasmette ai ragazzi una sensazione di certezza, affidabilità e sicurezza.
I genitori devono comunicare e incarnare i valori in cui credono.I ragazzi di oggi non sono diversi dai loro predecessori. Vivono tuttavia in un mondo diverso, in cui i grandi non sono certi delle loro convinzioni. I nostri figli sarebbero più sicuri dei loro valori se noi fossimo più sicuri dei nostri. Il primo principio di un metodo educativo basato sulla risolutezza chiede ai genitori di comunicare e incarnare i valori di vita. I genitori devono essere chiari riguardo ai propri valori ed esporli con schiettezza ai figli. Alcuni adulti non sanno quali siano i loro valori, soprattutto riguardo a questioni che esercitano un notevole influsso sui ragazzi. Non si può pretendere che un figlio che si avvia verso l'adolescenza e l'età adulta si comporti in maniera responsabile se non gli si forniscono informazioni approfondite sui pericoli che corre.
I genitori devono saper prendere decisioni chiare. Meglio se sono spiegate e concordate. Ma una famiglia regge bene solo se qualcuno, quando le circostanze lo richiedano, ha il coraggio di fare da bussola e indicare la direzione da prendere. Si è andata affermando da decenni la paura di traumatizzare i bambini se solo ci si comporta in maniera un po' dura e determinata; paura sostenuta anche da una divulgazione psicologica priva di equilibrio e buonsenso. Il "principio paterno", in odore d'autoritarismo, ha dovuto eclissarsi sempre più, quasi vergognandosi di esistere in una società in cui l'imposizione di regole "dall'alto" è divenuta sempre meno politicamente corretta.
Io trovo che i padri, travolti da questa tendenza, tendano spesso oggi a omologarsi, a fare i "mammi". Talvolta poi diventano persino più realisti del re, cioè più timorosi e protettivi delle madri. Oppure, scelgono inconsciamente di allontanarsi, immergersi nel lavoro e disinteressarsi di una materia, quella dell'educazione sentimentale dei figli, in cui hanno perso progressivamente legittimazione.
I figli vogliono dei limiti e ne hanno bisogno,anche se lo ammettono solo di rado. I limiti creano l'ordine di cui i ragazzi necessitano, danno un senso di sicurezza e protezione. Stabilite le regole (magari ascoltando i loro suggerimenti) e poi applicatele con coerenza, modificandole a mano a mano che i figli crescono e maturano. Troppe volte, temendo di essere troppo duri con i figli, i genitori non li abituano a gestire limiti, frustrazioni e difficoltà fin dai primi anni di vita. Le conseguenze possono essere disastrose.
Quando una regola viene violata, applicate la conseguenza. Evitate di rimproverare, insistere, minacciare, fare ramanzine. Agite. Vostro figlio arriva un quarto d'ora dopo il coprifuoco? Non fategli la paternale sulla puntualità e sulla responsabilità, non ditegli che vi ha deluso. Limitatevi a rammentargli che il prossimo week-end non potrà uscire.
Molti di noi sostituiscono alle azioni parole inefficaci. Anziché applicare le conseguenze, ripetono i soliti vecchi ritornelli genitoriali: «Come puoi deluderci così?», «Quante volte dobbiamo dirti che... », «Se hai intenzione di comportarti come un bambino, ti tratteremo come tale», «Ti rendi conto del dispiacere che dai a tua madre (tuo padre)?», ecc. Commenti come questi sono del tutto inutili. Anziché insegnare o correggere il comportamento, generano vergogna e alienazione. Sono un pretesto per non fare nulla, per evitare di intervenire. Sarebbe meglio cancellare queste formule ritrite dal vostro vocabolario di genitori.
Ma i genitori da soli non possono farcela. In passato, la cultura sosteneva i valori fondamentali che le famiglie tramandavano ai figli: il rispetto, la fede, la fedeltà, l'impegno. Oggi i genitori hanno difficoltà a trovare il medesimo sostegno per i valori che vogliono insegnare ai ragazzi. Sono soli e isolati. È dunque più importante che mai che la famiglia trovi il supporto di persone che condividano i medesimi principi e le medesime aspettative. Occorre una nuova santa alleanza tra famiglie, la formazione di comunità, come la scuola, la parrocchia, l’oratorio, che cooperino con le famiglie a educare con serenità e consapevolezza i figli e metterli sulla strada per diventare adulti responsabili e affettuosi.
COME DON BOSCO - Il genitore
di Marianna Pacucci
In famiglia, oggi soprattutto, si tende a concedere tutto forse perché si è genitori stanchi di lottare, di mostrarsi risoluti, perché anche questo vuol dire fatica, e di fatica se ne fa già tanta. Ma l’educazione è saper dire anche no, non solo sì, l’educazione è anche risolutezza…
Me lo sono chiesta tante volte: perché Gesù sentì così forte e urgente il bisogno di suggerire ai suoi contemporanei l’esigenza di esprimersi con chiarezza e di posizionarsi nel confronto con gli altri dicendo sì/no senza tergiversare in inutili disquisizioni? Solo una persona così consapevole delle contraddizioni e delle esitazioni del cuore umano e abituata ai tanti chiaroscuri dell’esperienza quotidiana poteva invitare a ricercare la famigliarità con il senso della verità, che rende possibile il superamento dell’insicurezza e del disorientamento.
Peraltro, se questo vale nell’esistenza individuale, tanto più serve quando si ha la responsabilità di guidare i passi di coloro che sono più piccoli, fragili, incerti. Si tratta di fare spazio a un atteggiamento esigente con se stessi - prima che con gli altri -, che oggi appare particolarmente impegnativo, soprattutto quando mancano certezze assolute.
Forse bisogna cominciare a riflettere seriamente su che cosa significhi essere adulti. A nessuno vengono richieste convinzioni inossidabili; ma quantomeno occorre dimostrarsi capaci di dare alla propria vita un minimo di coerenza; essere disponibili a vivere in modo costruttivo la ricerca del vero, del giusto, del bene; sapersi approssimare alla realtà con umiltà e determinazione allo stesso tempo; accumulare, grazie al confronto con gli altri, qualche competenza utile ad affrontare in modo costruttivo le diverse situazioni dell’esistenza.
A un genitore, inoltre, non mancano mai le occasioni buone per sviluppare le doti della lucidità, del realismo, del coraggio, della tenacia; la quotidianità è un territorio in cui spesso occorre prendere decisioni tempestive, essere forti di fronte alle difficoltà e ai problemi, resistere con perseveranza quando ritardano i risultati positivi di un’impresa. Tutto questo ci impegna, come padri e madri, a un continuo sforzo di chiarezza: con noi stessi, prima che con i nostri figli. Solo questa onestà, peraltro, ci consente di essere credibili anche quando siamo un po’ confusi o molto stanchi.
Del resto, i ragazzi hanno particolarmente bisogno di indicazioni precise: l’obbedienza non può essere praticata senza una comprensione profonda di quel che viene richiesto. Perfino la ribellione e la trasgressione possono diventare esperienze positive se riferite a una relazione educativa modulata sulla risolutezza: quando arrivano gli anni in cui l’adolescente sente il bisogno di sfidare i grandi per offrire al mondo il suo contributo di utopia e deve provare a se stesso che sta crescendo, perché è in grado di reagire criticamente ai modelli culturali che gli vengono imposti dalla società, è più che mai necessario che percepisca nei suoi genitori un minimo di stabilità. Se così non fosse, non potrebbe conquistare gradualmente l’equilibrio fra permanenza e cambiamento, che porta ad assimilare i valori che gli vengono offerti e a maturare, nel contempo, una nuova significazione dei criteri portanti dell’esistenza.
Questo significa che la nostra risolutezza deve essere autenticata da una reale autonomia culturale: non v’è infatti autorevolezza in quel che diciamo, se non c’è il superamento di tutto ciò che è legato alle mode, al sentire comune, alla contingenza dell’opinione personale. È inoltre fondamentale superare il test della vita quotidiana: se quel che dico di credere non è ciò che vivo in prima persona, rischio di scadere nella retorica e nell’ottusità.
Tutto questo, sapendo bene che l’essere genitore non mi dà il crisma dell’infallibilità; soprattutto di fronte ai cambiamenti epocali che spiazzano le generazioni adulte, non serve a nulla illudersi che basti accettare la logica dell’adattamento e del trasformismo; meglio confessare apertamente che non ci sentiamo a nostro agio nella postmodernità, che fare finta di nulla e ostentare una disinvoltura che travolge qualsiasi riferimento etico. D’altronde, se è vero che la vita è fatta anche di sorprese, a noi genitori viene chiesto di mettere a disposizione dei giovani uno schema interpretativo che renda progressivamente più intelligibile il mistero dell’inedito.