OSSERVATORIO

Anna Rita Delle Donne

ALICE E GLI ALTRI

Divagazioni (mica tanto!) su una nuova normalità: il  telefono cellulare.

 

“Alice quante volte devo dirti che a tavola non lo voglio vedere quel telefono?”. “Ma mamma…”.  “Per favore, Giulio, le dici di spegnerlo, almeno mentre mangiamo? Sta tutto il tempo a mandare messaggi. A chi li manderà, poi?…”. “A Viola, mamma, lo sai benissimo. Abbiamo un’opzione per gli sms gratuiti”. “Non me ne importa se sono gratuiti. Almeno quando siamo a tavola potresti interrompere. Che avrete di così urgente da dirvi! Giulio, per favore…”. Giulio alza la testa dal piatto, guarda moglie e figlia: Alice ha la faccia imbronciata, la mamma pure! L’unica cosa che in quel momento quelle due hanno in comune è che aspettano la sentenza. Da lui. “Alice, ascolta tua madre”, dice infine papà. “Ecco lo sapevo, dai sempre ragione a lei”. “Non fare i capricci, spegni!”, conclude Giulio. Alice sta per obbedire rassegnata, quando dalla tasca di Giulio si sprigiona una musichetta traditora. Il viso furbo di Alice ha un lampo di soddisfazione. Mamma Stefania lancia al marito uno sguardo furioso, mentre lui afferra il cellulare che imperterrito continua a diffondere la “Marcia Trionfale”, dà un’occhiata al monitor e gli sfugge una mezza imprecazione. Poi preme il piccolo tasto e automaticamente si alza da tavola per allontanarsi. Ma prima getta uno sguardo alla moglie tra il colpevole e il rassegnato: “È il capo!”, farfuglia. Si stringe nelle spalle e va di là. Alice sorride e posa di nuovo il cellulare accanto al piatto. Immediatamente il display s’illumina per segnalare un nuovo sms.

 

Succede tutti i giorni, in tutte le case. È la nuova normalità. Niente di cui preoccuparsi? Non proprio. A casa di Stefania e Giulio vecchio e nuovo si confondono fino a creare una varietà di messaggi in conflitto tra loro. C’è il telefono cellulare, oggetto personalissimo, in dotazione a ogni componente della famiglia, non esclusa la figlia quattordicenne. C’è il momento del pranzo, ammantato da una sorta di ritualità dura a morire, con le sue regole e i suoi obblighi a cui forse più nessuno è il grado di conformarsi interiormente, ma a cui è difficile sottrarsi almeno su un piano formale. Allora? Bisognerebbe forse riscrivere alcune regole… in grado di comprendere tutte le variabili, anche quelle novità che non piacciono e abbiamo accolto più o meno forzosamente ma definitivamente. Chi sarebbe oggi in grado di rinunciare al proprio cellulare che è diventato un’appendice di sé? Diciamoci la verità: il telefonino è una grande invenzione e un’enorme comodità. È lì, pronto a raggiungere chiunque, in qualunque posto del mondo. Il “problema” semmai è che può raggiungere anche noi, ovunque siamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Non ha rispetto per la privacy di nessuno. Non può averne.

 

Ma noi sì. Dovremmo essere noi ad avere più rispetto per la nostra vita privata, non lasciare che questo mezzo veloce ed efficiente confonda i nostri tempi e i nostri spazi. Mai come oggi il biblico Qoelet ha ragione: “C’è un tempo per ogni cosa”. Occorre non dimenticare che il momento del pranzo è spazio privilegiato per il dialogo, gli affetti, gli scambi di idee. Uno spazio non privato. Per il lavoro e i propri interessi esistono altri luoghi e altri tempi. Molti dei nostri nonni da bambini non avevano il telefono in casa. Ma sapevano organizzarsi: s’incontravano in spazi e luoghi deputati. Si davano appuntamenti, si attendevano pazientemente... Era faticoso. Tanto che i nostri vecchi sembrano voler rimuovere dalla memoria quei tempi… La soluzione? In medio stat virtus: la carta vincente è ancora e sempre l’educazione. L’educazione ai media. I nostri ragazzi – è lapalissiano –   non sanno fare a meno del cellulare, è una loro appendice. Non, dunque togliere il cellulare ma educare al cellulare.