CHIESA
di Silvano Stracca
UNA NUOVA ICONOCLASTIA. “Non è espressione di laicità, ma sua degenerazione, l’esclusione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici: uffici, scuole, ospedali, tribunali, carceri, ecc.” Benedetto XVI.
Alla fine del 2006, un po’ ovunque in Europa, circolava una strana paura. Il timore – da parte di autorità, politici, amministratori locali, ecc. – di celebrare pubblicamente il Natale per non offendere i sentimenti religiosi dei gruppi non cristiani. Al bando dunque – in nome del “politically correct”, politicamente corretto – festeggiamenti, decorazioni, luminarie. Niente – soprattutto – presepi, alberi, canti e altri segni della tradizione cristiana nelle scuole per non turbare la sensibilità dei bambini di altre fedi. In primis dell’Islam che, fra le religioni presenti nel continente, è quella che va crescendo più tumultuosamente. Per fortuna, qualcuno s’è chiesto se non si cominciava a esagerare con il bon ton pluralistico e multietnico.
Così un autorevole quotidiano inglese, il Daily Express, ha scritto a chiare lettere che, nella patria della political correctness, si stavano dando i numeri per paure infondate e irrazionali. Non si spiegavano altrimenti decisioni come quella della città di Birmingham di cancellare persino il nome Christmas dai propri registri e rimpiazzarlo con un insignificante neologismo Winterval, “Festival d’inverno”. Oppure il provvedimento delle Poste di sua maestà di abolire le immagini cristiane sui classici francobolli natalizi e sostituirle con scoiattolini infreddoliti e fiocchi di neve. Un altro giornale importante sulle rive del Tamigi, The Sun, apriva una campagna contro il tentativo di far scomparire la festa più amata della nostra religione. E l’arcivescovo anglicano di York non esitava ad accusare “gli atei più aggressivi” del paese di essere i veri burattinai della guerra natalizia e del disegno di rimuovere i simboli religiosi cristiani dalla vita pubblica britannica. “Esiste nella nostra società – denunciava – una tendenza preoccupante che vede atei illiberali aggregarsi a secolaristi aggressivi per creare una situazione assurda, dove quelli che non credono in Dio hanno deciso che il Natale offende le altre fedi”. Contro l’ossessione di un “multiculturalismo politicamente corretto” scendeva in campo anche un politico influente come l’ex ministro degli esteri, Jack Straw, che definiva “semplicemente una sciocchezza” la sordina messa al Natale. “Non conosco alcun cristiano – aggiungeva significativamente – che vorrebbe imporre agli ebrei di non celebrare il Yom Kippur (ndr: il giorno dell’espiazione e del perdono, festa più solenne del calendario ebraico) o impedire agli islamici di celebrare l’Aid Al Fitr (ndr: la festa che conclude il digiuno rituale del mese di Ramadan). Né penso che esistano musulmani che si risentono perché i cristiani celebrano il Natale”.
Il caso della Gran Bretagna è emblematico di un fenomeno che si ritrovava un po’ ovunque in Europa. Nella Francia, patria della laicité repubblicana, una forma di laicità talora tanto aggressiva e intransigente da trasformarsi in ideologia antireligiosa. In Spagna dove, proprio a fine 2006, veniva reso pubblico dai socialisti un manifesto programmatico in cui si affermava che “i fondamentalismi monoteisti o religiosi seminano frontiere tra i cittadini”. In Germania dove, nel periodo natalizio, sono state soppresse le tradizionali feste scolastiche per non avere problemi con i figli degli immigrati turchi, che in certi quartieri sono il 70% degli studenti. Nella stessa Italia, che pure si è dimostrata più accogliente verso gli stranieri di altri paesi , e non ha fatto guerra al velo islamico e a nessun simbolo religioso. Ovunque, la stessa motivazione: “non offendere la sensibilità religiosa dei musulmani”. Viene però da domandarsi: è davvero per “non urtare la suscettibilità degli islamici” che si vorrebbero far scomparire i simboli cristiani? O non piuttosto perché si è persa l’identità cristiana e, in parte, anche l’identità europea? Non si tratta forse di un processo per secolarizzare ancor di più la società europea, come se non lo fosse già abbastanza? E questa secolarizzazione piace davvero ai musulmani? Non è proprio questo che li urta quando guardano all’Occidente e, tanto più, quando vi emigrano? Viene perciò da chiedersi se forze politiche e culturali non stiano strumentalizzando l’Islam nella deriva laicista del nostro continente. Dando voce e spazio, per relegare il cristianesimo a un ruolo marginale nella società, anche alle frange più intolleranti e fanatiche. In pratica, ci si serve dell’estremismo religioso musulmano acqua di coltura del terrorismo - per confinare la principale religione occidentale nel “ghetto della soggettività”, per usare una frase di Benedetto XVI. Questo è proprio quanto accaduto a Natale e quanto accade giornalmente in Europa. L’espressione pubblica della fede cristiana dà fastidio, è disapprovata, viene scoraggiata, se non vietata.
Tutto ciò era ben presente a Joseph Ratzinger quando, prima di salire sulla cattedra di Pietro, scriveva: “Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà di opinione diventa il bene supremo, limitare la quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale”. La tempesta scatenatasi in passato sull’Europa dopo la pubblicazione, da parte di un giornale danese, di alcune vignette satiriche sull’Islam e Maometto è la miglior prova di quanto sostenuto dal futuro Pontefice. Commentatori e politici “politicamente corretti” avevano subito condannato le vignette sull’Islam. Ma nessuno di loro ha mai biasimato le ben più blasfeme pubblicazioni, i film e gli sketch televisivi offensivi su Gesù Cristo, il Papa oppure Mosè e i rabbini, che sono così diffusi nel nostro continente. Giustamente, allora, si era invocato il principio che si dovevano combinare due valori: libertà d’espressione e rispetto per la religione. Ma questo principio, per caso, è valido solo per l’Islam? Nel pieno dell’offensiva iconoclastica di fine anno, Benedetto XVI è intervenuto con risolutezza per ripetere che la religione e i suoi simboli non vanno relegati in un angolino della coscienza; e tanto meno esclusi dalla società in nome di una “degenerazione” della laicità, purtroppo dominante, in un mondo che tende a fare a meno di Dio. Non è dunque laico spegnere il Natale per rispetto di altre fedi. E non lo è nemmeno, di sicuro, “escludere i simboli religiosi dai luoghi pubblici”, eliminare il crocifisso da “uffici, scuole, ospedali, carceri, tribunali”. (6 – continua)