RIBALTA GIOVANI

di Gionata Di Cicco

SABATI DI SANGUE

Mentre ringraziamo Carlo Di Cicco per la impareggiabile collaborazione di tanti anni al BS con la rubrica “PUNTO GIOVANI” che tanti consensi ha suscitato, consegniamo la stessa rubrica a due giovani, Gionata e Alessandra, perché esprimano il loro parere su fatti, vicende, situazioni, contingenze, ecc. che in qualche modo li interessano e coinvolgono.

 

Un sms appare sul tuo telefonino e l’appuntamento con il destino è fissato. Devi andare, perché il branco ti/mi chiama. E’ il sabato sera. La discoteca aspetta. La chiamano movida notturna, da Ibiza a Francoforte, da Londra a Milano. Dicono che in Italia abbia un fatturato di circa 1,4 miliardi di euro  per lo più generato dal consumo di alcolici e che nel settore dell’intrattenimento lavorano circa 54 mila addetti.

 

La discoteca è considerata l'evoluzione delle vecchie balere.

Un fenomeno partito negli anni Sessanta con l'avvento del benessere economico. Paese dei balocchi dove non c'è Lucignolo ad attenderti, ma famelici zombie che ti vendono l'ecstasy e forse un incontro fugace con la donna dei sogni. "Una discoteca labirinto dalla quale non si possa mai uscire" recita una canzone dei Subsonica. Entri nel mondo dove tutto è comprato e tutto è svenduto. Apri gli occhi sulla vita e vorresti graffiare il cielo prima di partire, senza immaginare di correre il rischio di chiuderli per sempre. Devi sognare veloce, cavalcando un giorno da leoni, un biglietto d'ingresso per il giardino delle meraviglie, dove le carte truccate sono invisibili, e le trappole dei falsi miti uccidono i tuoi sogni. Si celebra il trionfo dello spettacolo con tutto il suo apparato di cerimonieri, dal dj alle cubiste, ai barman e alla muscolosa presenza dei buttafuori, che dettano legge nella terra dell'anarchia. Intorno alle discoteche si è sviluppata un'evoluzione di linguaggi e musiche che ogni sabato attirano schiere di giovani  di tutto il mondo ai finti giardini dell'eden. La distorsione e la deformazione della realtà  fanno da padroni, e la musica catalizza le energie vitali di tanti di noi che credevano di uscire solo per divertirsi.

 

Una diffusa condizione di vita dove è sempre più difficile giungere  all'amore,  c'è il bisogno di presentare il caos assordante come unica via per arrivare al paradiso. Si vive una vita selvaggia senza più forti modelli educativi. Lo scrivono e comincio a crederci. A noi giovani si danno fragili ali per volare via da una realtà, priva di valori e di tensioni etiche. Basta guardarli negli occhi questi miei compagni, imbottiti di alcol e droga, marionette in mano a Mangiafuoco. Dominati da forze estranee, tanti finiscono nella discarica dell'impotenza, rassegnati a una passività travestita di onnipotenza virtuale. Ma al sogno segue il risveglio, e l'incanto iniziale si trasforma in incubo. Questo viaggio del branco può finire presto, la macchina dei sogni si inceppa all'improvviso e l’incanto si rompe. Alla fine sei in mezzo a tanti naufraghi, matricola di un'umanità alla deriva.

 

La mattina, le luci della ribalta di una notte di fuoco sono finite e non ti risvegli più, schiacciato contro un palo dopo una forsennata corsa per provare l'estasi suprema. Un urto. Poi il silenzio. Uno, nessuno, centomila. Leggo che il primo semestre 2007 conta 892 morti fra i 21 e i 31 anni sulle strade: le chiamano stragi del sabato sera. Un annuncio al telegiornale che si ripete ormai nella solita routine della consueta indifferenza, parte di una statistica. Resta un epitaffio per gli amici, una foto sbiadita vicino alla scena del “delitto”, consumato anche perché nessuno ti ha mostrato altre strade. Nella morte sull'asfalto non c'è nulla di romantico. Sono morti che pesano. Sono miei compagni, miei amici, miei conterranei, miei coetanei… 

Mi resta una domanda aperta che attende una risposta alta. Anziché una resa al labirinto, si richiede l'esempio educativo di una direzione ostinata e contraria.

Tra cielo e terra un'altra vita deve essere possibile. Lo chiediamo agli educatori, lo chiediamo ai politici...