CHIESA

di Silvano Stracca

QUO VADIS EUROPA? (14)

IL NOCCIOLO DELLA CRISI

“Deve essere nell’interesse di tutti non permettere che un giorno in questo continente siano forse ormai solo le pietre a parlare di cristianesimo” (Benedetto XVI).

 

Il vecchio continente? La “culla”, benché oggi non esente da critiche, dei diritti umani, in primis quello alla vita. Il modello di vita europeo? Un mix ben riuscito di “efficienza economica e giustizia sociale, pluralismo politico, tolleranza, liberalità, apertura, ma anche conservazione dei valori”. La caratteristica fondamentale dell’Europa? La “capacità di autocritica che la distingue e la qualifica nel panorama delle culture del mondo”. Il ruolo dell’Unione Europea? Una funzione “di guida” nell’impegno per la pace e nella lotta contro la povertà, dall’Africa al Medio Oriente, ai paesi dell’America Latina, all’Asia.

IL VIAGGIO IN AUSTRIA

Il Papa in Austria a MariazellNel viaggio in Austria del settembre scorso, Benedetto XVI ha toccato tutti i punti caldi del dibattito sull’Europa dei 27. Dal processo di unificazione che valuta positivamente, a differenza di tanti euroscettici, fino alla responsabilità, definita “unica”, del vecchio continente di fronte alla grande sfida della globalizzazione. “Il cristianesimo ha modellato l’Europa in profondità”, ha affermato. “Da questa unicità della sua chiamata derivano il compito urgente e la grande responsabilità della politica di dare alla globalizzazione ordinamenti e limiti per evitare che essa si realizzi a spese dei paesi più poveri e delle persone povere dei paesi ricchi e vada a scapito delle generazioni future”. Il Papa, non a caso, ha preso le mosse da lontano per delineare missione e compiti della Comunità europea nel XXI secolo. “Dopo gli orrori della guerra – ha ricordato – e le esperienze traumatiche del totalitarismo e della dittatura, l’Europa ha intrapreso il cammino verso un’unità del continente tesa ad assicurare un durevole ordine di pace e di giusto sviluppo”.

Ma, realisticamente, ha subito tenuto a rammentare che “la divisione che per decenni ha scisso il continente in modo doloroso è, sì, superata politicamente, ma l’unità resta ancora in gran parte da realizzare nella mente e nel cuore delle persone”. Disamina inappuntabile, quella del pontefice, che proseguiva: “Anche se dopo la caduta della cortina di ferro nel 1989 qualche speranza può essere rimasta delusa, e su alcuni aspetti si possono sollevare giustificate critiche nei confronti di qualche istituzione europea, il processo di unificazione è comunque un’opera di grande portata che a questo continente, prima corroso da continui conflitti e fatali guerre fratricide, ha portato un periodo di pace da tanto tempo sconosciuto. In particolare, per i paesi dell’Europa centrale e orientale la partecipazione a tale processo – ha sottolineato Benedetto XVI – è un ulteriore stimolo a consolidare al loro interno la libertà, lo stato di diritto e la democrazia”.

IL MONITO

L’Austria, per via della sua storia, era il luogo ideale per una simile riflessione/valutazione. Crocevia e ponte tra l’Occidente e l’Oriente, l’impero asburgico multinazionale, multilingue, in maggioranza cattolico ma con minoranze calviniste, ebraiche e persino musulmane, costituiva un’Europa in piccola scala. Per di più, Vienna fu il luogo dell’ultima avanzata verso l’Europa dell’impero ottomano, arrestata nel 1683 dai polacchi di Jan Sobieski. Una vittoria militare che non sarebbe stata possibile senza la forte riaffermazione dell’identità spirituale europea da parte di Marco d’Aviano, beatificato da Giovanni Paolo II. Oggi, nessun esercito assedia l’Europa. Eppure, sembra che essa cerchi qualcuno o qualcosa a cui potersi arrendere.

Perciò, dall’Austria, il Papa ha rinnovato il monito agli europei di oggi a non prestare acriticamente il fianco a ideologie moderne che, con una grande menzogna storica, negano le radici cristiane. “Il continente che demograficamente invecchia in modo rapido”, ha scandito, “non deve diventare un continente spiritualmente vecchio”. E a quest’Europa, che appare quasi “rassegnata” nel suo relativismo etico, ha ripetuto ancora una volta che “la nostra fede si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità. La rassegnazione di fronte alla verità è il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa”. Il Papa non ha mai perso di vista la dinamica storica del continente, proponendo un esame di coscienza agli stessi cristiani. Ha riconosciuto che, nel passato, certamente l’Europa “ha vissuto e sofferto anche terribili cammini sbagliati”. Ha osservato che la stessa fede, al pari di filosofia e scienza, ha subito talora “restringimenti ideologici”. Ha ammesso che ci sono “buone ragioni storiche” per il timore dei contemporanei che la fede nella verità possa comportare “intolleranza”. Ha stigmatizzato “l’abuso di religione e ragione per scopi imperialistici”, “la degradazione dell’uomo” dovuta al materialismo teorico e pratico, “la degenerazione della tolleranza in un’indifferenza priva di riferimenti a valori permanenti”.

ETICA SÌ

Dallo sguardo sul passato europeo Benedetto XVI ha tratto indicazioni per la casa comune che si dovrebbe edificare. “La Casa Europa sarà per tutti – a suo giudizio – luogo gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni”. Dunque, l’Europa non solo non può e non deve rinunciare alle proprie radici, ma esse saranno “una componente dinamica” per il suo cammino nel terzo millennio. Il ricorso al termine dinamismo deve far riflettere. Significa che non basta conservare lo status quo, ma occorre continuare ad avanzare, nella convinzione che la fede rappresenta una grande risorsa per la società. L’Europa deve tornare a fare i conti con questo. Altrimenti come può pretendere di affrontare le sfide che arrivano dall’esterno come l’Islam? Come avvocato della causa umana, e non per difendere “un interesse specificamente ecclesiale”, il Papa ha chiesto infine all’Europa di divenire la casa della vita. Contro l’aborto, l’eutanasia e il crollo demografico si è rivolto a tutti i politici, siano essi credenti o non credenti. E ciò in nome di quell’”allargamento della ragione” che è un leit-motiv di questo pontificato, e che trova nella fede un sostegno decisivo.

(14 – continua)