COPERTINA
di Martina Crivello
Nel 2008 ci accompagnerà una serie di articoli che da maggio diverranno “Inserto culturale” sul teatro salesiano.
Parliamo del teatro di Don Bosco: un intrattenimento pedagogico, un elemento fondante del suo sistema pedagogico…
No,
non si sta parlando del Natale, dunque. Tradizionalmente il nome del fondatore
dei salesiani è legato alla figura simpatica e disinvolta del saltimbanco che
cammina sulla corda, del giocoliere e del prestigiatore che incanta e strappa
gli applausi al pubblico dei suoi giovani amici. Bisogna sottolineare, però,
che le sue doti di grande comunicatore – prima che di equilibrista o di mago –
si sono sviluppate all’interno della cerchia familiare e della cultura
contadina piemontese in cui egli era immerso. Durante le lunghe veglie
invernali soprattutto, trascorse nell’unico ambiente riscaldato delle case che
era appunto la stalla, quel mondo antico trasmetteva e consolidava lontane
memorie, regole di comportamento, saggezza di vita. I racconti del vecchio, di
chi sapeva usare meglio la parola o del forestiero – magari un mendicante –
catturavano soprattutto i bambini, mai sazi di ascoltare nuove storie, sempre
attenti a cogliervi messaggi ricchi di significati e di senso.
Quando venne chiesto a Giovanni Bosco, ormai prete, quali fossero i suoi modelli pedagogici nella straordinaria opera educativa che aveva iniziato a Torino, egli rispose di aver attuato unicamente il metodo che sua madre, una semplice contadina del Monferrato, aveva applicato nei suoi confronti. Erano gli insegnamenti di quella civiltà forgiata dal contatto secolare con la precarietà a causa della fame, della miseria, della guerra, la quale però poteva contare sulla forza dei legami sociali, sulla condivisione di valori, sulla solidarietà reciproca dei suoi membri.
Adulti e giovani trascorrevano insieme le ore faticose del lavoro come i tempi distensivi delle grandi narrazioni e dei rituali; così – tra silenzio e parola – era ritmata l’esistenza di un popolo che garantiva la propria stabilità consegnando alle nuove generazioni gli ideali, i modelli, la visione della vita, la fede. Questa atmosfera comunicativa ed educativa insieme avvolse il piccolo Giovannino e gli consentì di coltivare le sue eccezionali doti di intrattenitore, di attore e di leader tra i coetanei.
È Don Bosco stesso a scrivere nelle Memorie dell’Oratorio: «Ma ciò che li raccoglieva intorno a me, e li allettava fino alla follia, erano i racconti che loro faceva. Gli esempi uditi nelle prediche o nei catechismi; la lettura dei Reali di Francia, del Guerino Meschino, di Bertoldo, di Bertoldino, mi somministravano molta materia. Appena i miei compagni mi vedevano, correvano affollati per farsi esporre qualche cosa da colui, che a stento cominciava [a] capire quello che leggeva. A costoro si aggiunsero parecchi adulti, e talvolta in un campo, in un prato io era circondato da centinaia di persone accorse per ascoltare un povero fanciullo, che fuori di un po’ di memoria, era digiuno nella scienza, ma che tra loro compariva un gran dottore. Monoculus rex in regno caecorum. Nelle stagioni invernali poi tutti mi volevano nella stalla per farsi raccontare qualche storiella. Colà raccoglievasi gente di ogni età e condizione, e tutti godevano di poter passare la serata di cinque ed anche sei ore ascoltando immobili il lettore dei Reali di Francia, che il povero oratore esponeva ritto sopra una panca, affinché fosse da tutti udito e veduto. Siccome però dicevasi che venivano ad ascoltare la predica, così prima e dopo i miei racconti facevamo tutti il segno della santa croce colla recita dell’Ave Maria».
Ben
presto però, il nostro Giôanin venne a contatto con un’altra forma di
spettacolo popolare, quello dei baracconi delle fiere e delle feste patronali.
Si trattava di esibizioni più vicine al circo che al teatro vero e proprio. Dai
ciarlatani e dai giocolieri che abbindolavano il pubblico in mezzo alle piazze
il piccolo Giovanni imparava i trucchi del mestiere e a casa si esercitava,
fino a diventare – già a 11 anni – abile ed esperto «come un saltimbanco di
professione», testimonia ancora egli stesso nelle sue Memorie.
Attraverso queste forme di teatralità popolare e contadina, Giovanni apprese dunque a comunicare con i suoi piccoli amici, a coinvolgerli nel clima della festa e a celebrare in essa i valori che egli si sentiva chiamato a trasmettere e a condividere con i giovani per un disegno provvidenziale dall’alto, fin da quel sogno fatto a nove anni che segnò radicalmente la sua vita. Per loro e per i ragazzi che incontrerà nella capitale piemontese da giovane prete egli sperimentò una forma di teatro che era strettamente connesso con la sua esistenza, con l’avventura educativa nella quale giocava tutto se stesso. Lo stile teatrale della sua comunicazione era coinvolgente e capace di veicolare non solo e non tanto idee, quanto sentimenti e valori autentici.
Il teatro di animazione che nacque così a Valdocco a partire dagli anni Quaranta, di cui furono protagonisti i suoi giovani, fu solo un effetto; la causa stava nella sua personalità, nella sua indole comunicativa che lo portava a drammatizzare – spesso con vivacità e umorismo – la catechesi o le descrizioni con cui riferiva ai suoi ragazzi le dispute con personaggi del tempo, oppure il racconto dei suoi sogni nelle “buonenotti”.
Il dialogo e la “teatralizzazione” che permeava abitualmente i suoi rapporti con tutti, ma specialmente con i giovani, emergono in modo significativo da un episodio riportato nell’8° volume delle Memorie Biografiche: Don Bosco attribuiva ad alcuni di loro un titolo nobiliare; essi stavano al gioco, accettavano quel ruolo e lo ricoprivano anche per un lungo tempo e in situazioni diverse. «C’era il Conte dei Becchi, l’umile frazione della borgata ove egli era nato; il Marchese di Valcappone; il Barone di Baccajao e il Commendatore… non so più di quale commenda. Con questi titoli era solito a chiamare Rossi, Gastini, Enria, Pelazza, Buzzetti; né solo in casa, ma anche fuori, specialmente quando in tempo di vacanze viaggiava con qualcuno di essi.
Costoro, vistiti con semplicità decorosa, erano felici di continuare la burla e riuscivano a rappresentar bene la loro parte. Con maniere disinvolte e serie scherzavano chiamandosi coi loro titoli rispettivi, facendo allusione a possessioni, e conoscenze che stavano nel regno della luna. Talora chi viaggiava con loro nello stesso vagone, restava meravigliato di trovarsi con persone così cospicue. […] Pei nostri era una commedia da scoppiar dalle risa! E talvolta anche lo scherzo faceva buon gioco».