EVENTI - SANTITÀ
di Roberto Saccarello
Si è appena concluso il bicentenario della canonizzazione di una santa straordinaria che vogliamo far conoscere ai nostri lettori, GIACINTA MARESCOTTI .
Viterbo, città dei Papi, ha un altro “fiore” oltre a santa Rosa, si tratta di santa Giacinta, canonizzata il 24 maggio 1807. Singolare il suo percorso. Si chiamava Clarice e vide la luce il 6 marzo 1585 a Vignanello, sul versante orientale dei Monti Cimini, nel castello avito ora dei principi Ruspoli, eredi Marescotti. Il padre, Marcantonio Sforza, e la madre, Ottavia Orsini, trasmisero la fierezza delle nobili origini alla figlia, che dimostrò subito un ingegno e una vivacità eccezionali. Preoccupati dalla sua irrequietezza, i genitori l’affidarono alle terziarie francescane del monastero di Viterbo. Ma Clarice non era fatta per il chiostro; bella, giovane e ricca, vagheggiava un matrimonio con qualche suo pari. Il sogno sembrò avverarsi quando, lasciato il monastero, s’invaghì del marchese Paolo Capizucchi. Ma nei piani del padre, il nobile rampollo era destinato alla sorella minore Ortensia che fu obbligata a sposarlo. Clarice, così erano i tempi, fu destinata alla vita religiosa. Ella accettò a malincuore ma senza scenate: il suo orgoglio fu più forte dell’ira.
Aveva 20 anni. Nell’indossare il saio francescano mutò il suo nome in Giacinta, e pretese che le si allestisse un appartamento all’altezza del suo rango, arredato con mobili e quadri preziosi. Anche tonaca e velo erano di fine stoffa. Per dieci anni visse “in abito religioso ma con spirito secolaresco”. Sui trent’anni, però, fu colpita da una malattia che la costrinse a letto per alcuni mesi. Un giorno capitò nel monastero Antonio Bianchetti, un dotto frate francescano. Giacinta chiese d’incontrarlo per la confessione, ma il frate, entrato da lei e colpito dallo sfarzo, l’ammonì con severità: “A nulla gioverà confessarvi. Il Paradiso non è fatto per le persone superbe e vanitose come voi”. E si allontanò. Giacinta comprese che Dio la invitava a una svolta, così iniziò davvero il cammino verso la santità. Qualche giorno dopo, indossando una rozza tonaca di sacco si recò in refettorio per chiedere perdono alle consorelle per lo scandalo loro arrecato. Abbandonò il confortevole appartamento, scegliendo una cella angusta dove volle come unico ornamento una rozza croce che arrivava fino al soffitto. Da quella croce pendeva una grossa catena con la quale Giacinta si legava, quando andava a riposare nel suo giaciglio fatto di assi di legno, con una pietra per guanciale. Ridusse il suo vitto a un solo pasto al giorno, cibandosi di pezzi di pane avanzato e di erbe amare .
Da terziaria, Giacinta poteva ricevere visite. Riusciva così a conoscere da vicino i problemi delle persone più bisognose che cominciò a confortare e soccorrere. A lei si deve la fondazione di due confraternite per l’assistenza e la cura dei poveri, degli anziani e degli ammalati. Su ispirazione di Giacinta, alcuni laici si riunirono in una comunità dedita alla preghiera e alla carità: una nuova forma di vita religiosa, pur rimanendo nel mondo.
Sfinita dalle penitenze, dal lavoro, dalle preoccupazioni, spirò “come lume che da sé si spegne”, il 30 gennaio 1640 a 54 anni. Ma la fama della sua santità continuò a brillare fino alla beatificazione nel 1726, e alla canonizzazione nel 1807.
Per saperne di più: Monastero di San Bernardino, Piazza della Morte, 5 - 01100 Viterbo, tel. 0761.341987- E-mail: sanbernardino-vt@libero.it